UNA MALATTIA NON CLASSIFICATA
Edizioni
Roma - Piccolo Eliseo, 1/6/1993. Interpreti: Pietro Bontempo e Ilaria Bonelli. Regia di Guido Torlonia.
UNA MALATTIA NON CLASSIFICATA
(1992)dialogo di
Vittorio Franceschi
Personaggi
la donna
l'uomo
Un parco di notte. Un vialetto e al centro una panchina. Alberi, cespugli e un lampione la cui luce è molto attutita dalle fronde abbondanti e basse. Anche il chiarore della luna piena filtra a fatica. La sagoma di un uomo dietro a un albero: sembra in agguato ma forse sta solo facendo pipì. Una giovane donna entra da destra e si dirige verso sinistra. L’uomo esce dalla penombra e le si fa incontro.
L’UOMO - Signora! (La donna, spaventata, lancia un grido) Signorina? Studentessa? Casalinga?
LA DONNA - Cosa vuole?
L’UOMO - Stia calma, sono un essere innocuo.
LA DONNA - Se ne vada. (Affretta il passo)
L’UOMO - (La segue vuotando le tasche) Sono disarmato. Vede?
LA DONNA - (Accennando a correre) Non vedo niente.
L’UOMO - Ha ragione. E’ buio, qui. (L’afferra per un braccio, lei si divincola)
LA DONNA - Mi lasci.
L’UOMO - E’ un’imprudenza attraversare il parco a quest’ora. Aggressioni, stupri. Non dovrebbe. (Le si para dinnanzi)
LA DONNA - (Quasi piangendo) La prego.
L’UOMO - Mi ascolti. (Fa un passo verso di lei)
LA DONNA - (Urla) Aiuto!
L’UOMO - Non faccia così. (Cava di tasca una corda, le salta addosso e con gran destrezza le lega mani e piedi. La donna urla ancora. L’uomo le chiude la bocca con un cerotto) E’ pazzesco. Al giorno d’oggi per farsi ascoltare da qualcuno bisogna prima legarlo e poi imbavagliarlo. (Solleva fra le braccia la donna che mugola e si dimena) Non si agiti, è uno sforzo terribile per me. (La porta verso la panchina) Qui starà più comoda. (La posa) Va meglio? (Ansima) E’ che sono un po’ debilitato. Ora lei mi deve ascoltare. Dopo la slegherò e potrà andarsene. Non le rubo la catenina e nemmeno la borsetta, non sono un ladro e non le torcerò un capello. Mi chiamo Guido, ecco i miei documenti. (Mostra la carta d’identità) Guido Malossi, Via Mazzini 107. (Mostra la patente) E questa è la mia patente. Controlli, i dati corrispondono. Incensurato, celibe. (Si sposta per prendere meglio la luce del lampione) Ecco, forse così riesce a leggere. (La donna non muove palpebra) Rappresentante di profumi. (Rimette in tasca i documenti) Quello che sto per dirle potrà farle ribrezzo o anche farla sorridere, per me non cambia nulla, mi capirà meglio se ha dei figli e ad ogni modo confido nella sua discrezione. E’ capitato a lei di dovermi ascoltare, lei così carina, anzi così bella, si, bella, ora che mi sto abituando all’oscurità la vedo meglio, è capitato a lei e Dio sa se non avrei preferito che al suo posto ci fosse una donna vecchia, possibilmente anche brutta, la bruttezza è rassicurante, ci fa sentire un po’ immuni perché alla bruttezza non si deve dar conto di nulla, è lei a essere in debito, è lei che deve farsi perdonare. Scusi, venga più in qua. (La sposta con delicatezza verso il centro della panca) Ecco, qui c’è una chiazza di luce, i rami sono più radi. Chi l’avrebbe detto? Una giovane donna bella, desiderabile, si, desiderabile. Per questo motivo la devo pregare di non guardarmi… (Arretra fino al limite della panca, in una zona più oscura) Le parlerò così dal mio buio che è come quello dei bambini che dormono soli. A proposito… ha visto la luna? (Guarda in alto imitato dalla donna) Luna piena, beati i licantropi. (La donna lo guarda terrorizzata) Ma no, cosa sta pensando? Non crederà… (Si alza) Ah, questa è bella! (Ulula) Uuuuuhhhhh!!! (Si fa serio) Potrebbe essere l’ultima luna piena della mia vita. (Cammina in su e in giù) Lei non può capirmi. E’ come agli esami orali, quando ci trafiggono con quelle domande… e noi ci aggrappiamo agli sguardi dei compagni… (La guarda) Anche ora… (Si risiede) Sto girando intorno al problema, in effetti quel che ho da dirle è così banale… eppure così drammatico per me… ho una gran voglia di fuggire. Mi scusi. (Cava di tasca una bottiglietta di liquore, di quelle piatte da viaggio, col tappo che si avvita. Beve un sorso poi rimette la bottiglietta in tasca) Non gliene offro perché… (Indica il cerotto) Nel cerotto ci sono dei buchetti, si potrebbe provare con una cannuccia ma bere cognac con la cannuccia non è fine tanto più che le cannucce gorgogliano quasi sempre, come le pipe. Sarebbe sconveniente, ci conosciamo appena. (Ride) Comunque - lo dico per sua informazione, io non ci guadagno nulla - in Giappone fabbricano delle cannucce antigorgoglìo, sono formidabili, c’è un micromeccanismo a transistors che assorbe le onde sonore ed elimina le bolle d’aria, non costano molto, si usano e si gettano. Ma è di tutt’altro che io le devo parlare, la prego, mi riconduca all’ordine, basta uno sguardo, mi aiuti. (La guarda e subito si copre gli occhi con una mano) Il mio problema è l’urina. Capisce, adesso, perché speravo che lei fosse brutta? E possibilmente madre? I primi medici imbecilli parlarono di incontinenza, non avevano capito niente, avevo nove anni e mezzo. Ero lo zimbello della classe, si era sparsa la voce in tutta la scuola, le maestre mi sgridavano e il bidello… oh, il bidello! Quando penso a quell’uomo il sangue mi monta alla testa. (Si alza di scatto) Ma perché certi esseri sono così cattivi? Una volta aprì la porta del gabinetto mentre io facevo pipì proprio mentre passava la III° E, che era una classe femminile. Risero tutte le femmine e rise anche il bidello, col mozzicone spento di sigaro toscano all’angolo della bocca. Detto per inciso, non ho mai capito perché i gabinetti delle scuole elementari sono sprovvisti di chiave. Fare la pipì in pace è un diritto di tutti, no? Ma ormai è inutile parlarne, certi episodi ti segnano per tutta la vita e così amen, alleluia e Dominus vobiscum. In realtà il mio corpo, causa una malattia non ancora classificata contratta chissà come e chissà dove e comunque non ereditaria - questo fu accertato - produce una quantità spropositata di urina, circa il quadruplo del normale secondo i calcoli comparati dei Laboratori Specialistici delle maggiori capitali europee. A Oslo addirittura propendevano per il quintuplo ma lassù fa molto freddo. Comunque sia, è chiaro, io questa urina devo depositarla. E questo mi crea problemi gravi, anzi gravissimi. La mia vita ne è sconvolta e soprattutto la mia attività lavorativa, io sono rappresentante, come le ho detto. Di profumi. Dove l’ho messa… (Cava di tasca una boccetta di profumo) Ecco. (Ne versa qualche goccia nel fazzoletto, che porge alla donna) Inspiri. (La donna scosta il capo) Non è un anestetico! (Inspira profondamente) Vede? “Ancien régime” di Kopal. Provi. (Le porge di nuovo il fazzoletto, la donna inspira) Sobrio e persistente. Le piace? (Ripone la boccetta, si risiede) E’ il mio preferito. Lei viaggia? Io si. Continuamente. Di città in città, di negozio in negozio. Con otto chili di profumi, tutto vetro, le ditte migliori rifiutano la plastica. Lei pensa che sia dignitoso entrare in una profumeria, mostrare il campionario e mentre la titolare annusa i flaconcini chiedere alla commessa se c’è una toilette? A parte il fatto che le profumerie sono regolarmente prive di toilette. Così devo correre al bar di fronte e lei sa meglio di me che quando si va in un bar per fare la pipì ci si sente in dovere di bere qualcosa. E il bere, ahimè, non è compatibile con il mio disturbo. Così, per rimediare, per non sembrare avaro o villano, compro qualcosa da portar via, di solido preferibilmente, quel che mi capita sott’occhio. Lei dovrebbe vedere la mia casa, è un bazar: scatole di cioccolatini e di caramelle, stecche di torrone e poi biscotti, uova di Pasqua, frutta di marzapane, panettoni e colombe, bamboline di confetto, bottiglie di spumante, mai bevute naturalmente, e cofanetti col fiocco, mai aperti, non so nemmeno cosa c’è dentro. Qualche volta ripiego sulla schedina del totocalcio, un piccolo sotterfugio, ma non vinco mai, forse perché gioco solo quando mi scappa la pipì. Che è imprevedibile, ti coglie nei momenti più impensati, è come l’ispirazione per i grandi artisti. Di colpo, eccola. In certe città, in certi quartieri non c’è un bar a pagarlo a peso d’oro. E io sono lì, solo, sperduto in mezzo al quadrivio, sotto il sole cocente, con la mia valigetta piena di profumi e con la mia pipì. A parte i prodotti da bar, in venticinque anni di rappresentanze ho accumulato: sei tostapane, una bicicletta da corsa con caschetto aerodinamico, una doppietta Winchester K18 special, otto Borsalino, dodici coppole e un “nido del cucùlo”, una stufa-caminetto in ghisa con maniglie dorate made in Hong-Kong, una Bibbia in esperanto, una cucciolata di dobermann: oggi sono alti così e mi hanno distrutto la casa, centosettantacinque ombrelli da pioggia e un ombrellone da spiaggia, una pezza da 5O mt. di stoffa per pantaloni color beige, un samovar, tre binocoli e un cannocchiale - così finalmente capii la differenza - un cavalletto da pittore completo di tavolozza e di colori e un numero imprecisato di accendini, fischietti, agendine, portachiavi, stilografiche, pennelli da barba, trincetti per unghie, persino profumi, si, profumi, colonie nauseanti, lozioni per capelli comprate in qualche tabaccheria miserabile dove ti danno la chiave perché il gabinetto è in cortile. Dopo venticinque anni di lavoro non ho messo da parte il becco di un quattrino perché tutto quel che guadagno se ne va in acquisti assurdi e inutili, e ho tralasciato il reparto ferramenta e quello biancheria intima. A parte il fatto che i dobermann hanno assalito la figlia del portiere che mi ha fatto causa e un giorno o l’altro sbraneranno anche me. (Si alza) Mi scusi. (Va dietro a un albero, si slaccia i pantaloni) Mi è venuta l’ispirazione. (Fa la pipì continuando a parlare) Di farsi una famiglia naturalmente non se ne parla e sul sesso meglio stendere un velo pietoso. I medici di oggi, imbecilli come quelli di una volta, dicono che ci sono malattie ben più importanti, casi assai più gravi, “questione di vita o di morte” dicono affrettando il passo seguiti da un codazzo di assistenti e di infermiere. Come se si trattasse, per me, di un raffreddore o di una banale emicrania. (Si abbottona) In verità io sono disperato. (Si risiede) Se ho trovato il coraggio di fermarla e di dire queste cose a lei, così bella, è perché mi sento ormai prossimo alla fine. Si, alla fine. Sto parlando della morte, lo dico senza falsa modestia. Perché io, signora o signorina non so, da quattro giorni ho smesso di bere. Non più acqua né bibite, niente brodo, abolito ogni liquido. Mi ero tenuto solo questa bottiglietta… (Beve dalla bottiglietta l’ultimo sorso) …comprata in uno dei tanti bar, non so più quale, per tenermi su di morale, non certo per placare l’arsura che è tanta, mi creda… avrà notato che mi s’impasta la voce e che mi si è formata agli angoli della bocca… come una piccola schiuma che a poco a poco si rassoda cambiando colore, vede? Ora è giallina, al mattino è violacea, con venature bianche come certi dentifrici. Accosti un po’ il viso. (La donna allunga il collo e guarda con attenzione) Vede la schiuma? Qui e qui. (L’uomo si ritrae) Mi scusi. Non ho mai avvicinato tanto le mie labbra al viso di una donna. (Sospira ritirandosi nella penombra) E pensare che potevo essere un caso mondiale! Almeno questo, no? In America mi avrebbero portato in palmo di mano, televisioni, interviste, dollari… forse avrebbero fatto un film… invece qui da noi… la dimenticanza, l’oblìo. Neanche fossi un diabetico qualunque. Una malattia non classificata, capisce? Un universo da esplorare! E invece… ah, i dottori! (Ride in modo stridulo) Lo sa qual’è la differenza fra un dottore e un becchino? Mi scusi se rido così d’improvviso, inopportunamente. Ma tanto, ormai… beh, il dottore ti spoglia e il becchino ti veste. Per il resto… stesso sguardo, stesse mani, stessa anima. Si, ho un po’ di paura. E anche un po’ di rancore perché non è tanto la morte che temo quanto l’oblìo. Come tutti del resto, pipì o non pipì. (L’orologio da polso dell’uomo fa bip bip) Oh, è l’ora della pillola. Un disidratante. (Ingoia una pillola che ha preso da una scatolina. Deglutisce a fatica) Ha mai provato a inghiottire una pillola senz’acqua? Io lo faccio sempre, da quando avevo nove anni e mezzo. (Le prende una mano) E’ molto carino quest’anello, senz’altro un pegno d’amore. Oh, anch’io avrei voluto parlarle di tramonti e di ali che passano con un fremito. Perché una certa vocazione letteraria ce l’ho e anche una discreta sensibilità artistica. Ma come possono conciliarsi l’arte e la letteratura con questo fardello, con questo pungolo vergognoso che seziona le mie giornate, le mie ore… e le riduce a brandelli incerti, tremebondi, avviliti? Meglio morire di sete. Quando il mio corpo avrà assorbito se stesso convertendo in urina anche l’ultima goccia del suo sangue sarò finalmente liberato. Una bella morte secca, come suol dirsi. Sarà la mia purificazione. (Fa un inchino profondo e gira i tacchi) Ah, che distratto. (Si rigira e inizia a slegarla) E’ contenta? Avevo solo bisogno di parlare con qualcuno, di mostrare a una donna il chiarore della luna che in questa notte d’estate si offre agli innamorati e ai licantropi. (La donna è libera) Ma la prego, non mi rincorra, non cerchi di salvarmi. Deve sentirsi vincolata dal segreto, come i confessori. (La donna piange) Piange? Questo mi rincuora. (Le toglie il cerotto, la donna sorride) Sorride? Questo mi affascina. In entrambi i casi sono certo che mi abbandonerà al mio destino. Se Dio vuole, se Dio vuole. Tremo all’idea che qualche sciocco… ce ne sono, sa?… mosso da slancio umanitario tenti di salvare la mia vita e la sua coscienza costringendomi a ingollare due lattine di Coca-cola. (Si alza e se ne va con andatura eretta, quasi eroica. La donna lo segue con lo sguardo intenso e sospeso: forse vorrebbe fermarlo, forse vorrebbe inseguirlo).
FINE
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