NELLA COLONIA PENALE
(1998)libero adattamento di
Vittorio Franceschi
da Franz KafkaTraduzione di Petra Frömcke
Personaggi
I'ufficiale
il viaggiatore
il vecchio
Un terrapieno sabbioso. Al centro, una fossa di cui il pubblico non vede il fondo. A destra una scarpata: verso l’alto c’è una vecchia balaustra di pietra, sbrecciata. Al centro alcune passerelle metalliche, praticabili, sovrastano di un paio di metri la fossa, terminando con le loro estremità dentro la fossa stessa e fungendo quindi da scalette per chi voglia discendervi. Quattro aste di ottone luccicante partono dalle passerelle e scompaiono nella fossa. Due rotaie sottili, non più lunghe di due metri, partono dal bordo della fossa verso il boccascena. A sinistra, una catasta di poltrone di vimini piuttosto malridotte. Qua e là, vecchie transenne ribaltate e scolorite dal sole e dalla salsedine. A terra, davanti alla fossa, un secchio pieno d’acqua. Infilato nel manico del secchio c’è un asciugamani di tela. Sul fondo della scena, che è chiusa da un cielo bianco, c’è una linea azzurra: il mare.
(Notte. Nel silenzio un cieco, un vecchio dall’aria millenaria - ma ora lo intravediamo appena nell’oscurità - attraversa la scena. Ad un certo momento si ode uno strano cigolìo metallico. Il vecchio si arresta, alza il capo, ascolta. Di nuovo silenzio. Si ode, lontano, lo sciabordìo del mare. Poi, di colpo, luce abbagliante di pieno sole mediterraneo. C’è un uomo in abito coloniale chiaro - il viaggiatore - appoggiato alla balaustra sulla scarpata. Sta osservando un uomo in divisa - l’ufficiale - che sale e scende dalla fossa, scompare e riappare, intento a qualche lavoro che lo occupa molto e che a noi sfugge. L’ufficiale è molto accaldato. Capiremo presto che il vecchio non può essere visto dagli altri personaggi. Si muove accanto a essi, oppure distante, come un “coro” invisibile: viene da pensare che tutto quel che accadrà sia già accaduto nel passato mitico e lontanissimo del vecchio, o forse solo nella sua mente. Parla con voce velata, quasi di fanciullo).
UFFICIALE - E’ un apparecchio del tutto particolare!…
(Indica al viaggiatore il fondo della fossa. Il viaggiatore, dall’alto, si sporge appena a guardare, con aria apparentemente indifferente)
VECCHIO - Il viaggiatore pareva aver accettato solo per cortesia l’invito del comandante della colonia penale ad assistere all’esecuzione di un soldato, un attendente, condannato per insubordinazione e oltraggio al suo superiore.
(Piomba in scena da sinistra la guardia. Tira una pesante catena che prima si tende e poi s’allenta di schianto all’ingresso del condannato, che piomba a terra in un rumor di ferraglia. Altre catene più leggere collegate fra loro gli serrano il collo, i polsi e le caviglie congiungendosi poi alla catena più pesante)
VECCHIO - Del resto nella colonia non c’era grande interesse per questa esecuzione. Per lo meno lì in quel luogo, nella piccola valle profonda e sabbiosa, chiusa tutt’intorno da pendii scabri…
(La guardia, tirando la catena, costringe il condannato ad alzarsi. Entrambi si mettono pigramente sull’attenti)
VECCHIO - …Oltre all’ufficiale e al viaggiatore c’erano soltanto la guardia e il condannato. Costui, un uomo dall’aria ottusa con un muso schiacciato e i capelli e la barba incolti, aveva l’aspetto di un cane servile, tanto da far pensare che anche se avesse potuto allontanarsi, sarebbe poi bastato un fischio per farlo tornare di corsa, al momento dell’esecuzione.
(L’ufficiale scompare di nuovo nella fossa mentre il viaggiatore lascia la balaustra e scende. Si avvicina al condannato, lo osserva con aria indifferente, poi s’avvicina all’orlo della fossa e guarda giù)
VECCHIO - L’ufficiale era preso dagli ultimi preparativi. Ora s’infilava sotto l’apparecchio che era piantato profondamente nel terreno, ora s’arrampicava in cima a una scala per controllare le parti superiori. In verità quei lavori si sarebbe potuto affidarli a un meccanico ma l’ufficiale li eseguiva di persona con entusiasmo e con molto scrupolo.
(L’ufficiale rispunta dalla fossa e si siede sull’orlo accanto al viaggiatore, che, in piedi, non ha smesso di guardarlo)
UFFICIALE - Ora tutto è pronto.
(L’ufficiale respira a fatica, a bocca aperta. E’ sudato. S’infila due delicati fazzoletti da signora sotto il colletto dell’uniforme)
VIAGGIATORE - Vi siete molto stancato. (L’ufficiale non risponde. Ansima)
VECCHIO - A dire il vero, dopo tutto quel trafficare l’ufficiale si sarebbe aspettato qualche domanda sul funzionamento dell’apparecchio. Invece…
VIAGGIATORE - Queste uniformi sono troppo pesanti per i tropici.
(L’ufficiale, inquieto, si alza e va a lavarsi le mani, visibilmente sporche, nel secchio)
UFFICIALE - E’ vero. Ma esse significano la Patria. Noi non vogliamo perdere la Patria. (Prende il telo infilato nel manico del secchio e vi si asciuga le mani) Ma ora guardi questo apparecchio.
(Si sporgono entrambi di sotto, il viaggiatore in piedi e l’ufficiale con un ginocchio a terra)
UFFICIALE - Fino a poco tempo fa bisognava azionarlo manualmente. Ma adesso funziona da solo. (Il viaggiatore fa un cenno di assenso col capo) Qualche volta com’è naturale ci sono dei guasti. Speriamo che oggi non succeda. In ogni caso bisogna essere pronti perché deve restare in moto dodici ore filate. (Come a tranquillizzare il viaggiatore) Ma anche se c’è un guasto si tratta di una cosa da nulla, lo ripariamo subito. (Si alza, guarda il viaggiatore) Non vuole sedersi?
(Prende dalla catasta una poltrona di vimini e la porge al viaggiatore che non può fare a meno di sedersi. Da quella posizione getta ancora uno sguardo nella fossa)
UFFICIALE - Non so se il nuovo comandante le abbia già descritto l’apparecchio, il suo funzionamento. (Il viaggiatore fa un gesto vago con la mano) E’ un’invenzione del comandante che c’era prima. Io ho collaborato con lui fin dai primissimi esperimenti e ho preso parte a tutti i lavori fino alla conclusione dell’opera. Però, sia chiaro, il merito dell’invenzione spetta solamente a lui. Per caso lei ha sentito parlare del nostro vecchio comandante?
(La guardia s’è attorcigliata la catena a un polso e con gli occhi socchiusi, la testa ciondoloni, sembra dormire in piedi. Il condannato, che pure ha l’aria di non capire quello che si sta dicendo, segue incuriosito la conversazione e varie volte si gira verso il viaggiatore, come in attesa delle risposte)
UFFICIALE - No? Bene, sappia che l’organizzazione dell’intera colonia penale è opera sua. Non esagero. Noi, i suoi amici, al momento della sua morte sapevamo già che il nostro ordinamento è talmente compiuto in sé che il suo successore, anche se avesse avuto in testa mille nuovi progetti, non avrebbe potuto modificare nulla del sistema antico, almeno per molti anni. Bene, la nostra previsione si è avverata e il nuovo comandante ha dovuto riconoscerlo. Peccato che lei non abbia conosciuto il comandante di allora! (Una breve pausa) Ma io chiacchiero, chiacchiero… e la sua invenzione sta qui davanti a noi.
(L’ufficiale scompare di nuovo nella fossa. Il viaggiatore segue dal bordo la descrizione. Anche il condannato si è portato sul bordo, costringendo la guardia a seguirlo di qualche metro. Poi la guardia si siede a terra, indifferente alla descrizione, e sembra dormire. Il condannato invece segue con immutato interesse la spiegazione, guardando di volta in volta l’ufficiale in fondo alla fossa e il viaggiatore sul bordo)
UFFICIALE - (La sua voce arriva a noi avvolta da un alone metallico, che si udrà ogni volta che l’ufficiale scenderà nella fossa e scomparirà al suo riapparire) Come lei vede l’apparecchio è composto di tre parti che con l’andar del tempo hanno preso delle denominazioni che son diventate per così dire popolari. La parte inferiore si chiama letto, la parte superiore incisore, e la parte centrale che lei vede là sospesa si chiama erpice.
VIAGGIATORE - Erpice?
VECCHIO - “Erpice”… il viaggiatore non aveva fatto molta attenzione, il sole batteva con tale forza nella valle senz’ombra che era difficile raccogliere i propri pensieri. Tanto più ammirevole gli sembrava l’ufficiale, che, nella stretta uniforme da parata appesantita dalle spalline e addobbata con cordoni, forniva con premura le sue spiegazioni e come non bastasse mentre parlava si dava da fare intorno alla macchina con un cacciavite.
(L’ufficiale, aggrappato a una scaletta, spunta dalla fossa fino a mezzo busto)
UFFICIALE - Si, l’erpice. Il nome è davvero ben trovato e infatti gli aghi sono distribuiti proprio come quelli di un erpice e l’uso che ne facciamo corrisponde in un certo senso a quello dell’erpice anche se qui il suo movimento si concentra su una superficie molto limitata. Un lavoro a regola d’arte, mi creda. Del resto lo capirà fra un attimo. (Risale e monta su una passerella: ora è in alto, sospeso sulla fossa) Lì sul letto, vede?, viene disteso il condannato. Se lei è d’accordo vorrei prima descriverle l’apparecchio e dopo procedere all’esecuzione, così potrà seguirla meglio. Malauguratamente c’è una ruota dentata, lì nell’incisore, che è molto consumata e quando è in moto stride terribilmente, è quasi impossibile farsi sentire. E purtroppo qui nell’isola è molto difficile reperire pezzi di ricambio. Allora, come le dicevo, lì c’è il letto. E’ interamente coperto da uno strato di ovatta, ne capirà più tardi lo scopo. Su questa ovatta viene disteso il condannato. Prono. Nudo, naturalmente. Vede quelle cinghie? Per le mani e per i piedi. E quell’altra più lunga è per il collo. Per bloccarlo. A capo del letto, là, dove l’uomo, come ho detto, giace con la faccia in giù, c’è un piccolo tampone di feltro, regolabile in modo che possa penetrargli esattamente in bocca. Ha lo scopo di impedire che il condannato urli o si morda la lingua. L’uomo ovviamente è obbligato a prendere il feltro in bocca altrimenti la cinghia gli spezza l’osso del collo.
(Il viaggiatore ha osservato con un certo imbarazzo il condannato, intento a seguire la descrizione. L’ufficiale ne indovina il pensiero)
UFFICIALE - No, lui non può capire. Lui è del posto, la nostra lingua gli è ignota.
VIAGGIATORE - Quella è ovatta?
UFFICIALE - (Sorridendo) Certo. Non sembra nemmeno ovatta, lo so, perché è trattata in modo speciale. Ma della sua funzione parleremo dopo.
VECCHIO - L’apparecchio cominciava a sedurre il viaggiatore, che era colpito dall’imponenza dell’insieme. Il letto e l’incisore avevano le stesse dimensioni… erano di colore scuro… e facevano pensare a due grandi casse… l’incisore era fissato a due metri circa al di sopra del letto e tutti e due erano collegati agli angoli… da quattro aste d’ottone… che mandavano lampi sotto il sole. Fra le due casse… fissato a un nastro d’acciaio… era sospeso l’erpice. L’ufficiale, che non aveva fatto molto caso all’iniziale indifferenza del viaggiatore, ora aveva percepito l’interesse che stava nascendo in lui… e interruppe la spiegazione per dar tempo all’ospite di osservare indisturbato la macchina. E così anche il condannato poté guardarla con attenzione.
(L’ufficiale guarda di sotto posando le mani sulle ginocchia. Il condannato invece s’inginocchio sul bordo e si protende all’ingiù. Il viaggiatore scende alcuni gradini di una scaletta)
VIAGGIATORE - Dunque l’uomo è disteso lì.
UFFICIALE - Si.
(L’ufficiale spinge un po’ indietro il berretto e si passa una mano sul viso accaldato, s’inginocchia sulla passerella protendendosi verso il viaggiatore, di cui si vede a malapena il capo)
UFFICIALE - Ora stia a sentire: sia il letto sia l’incisore sono provvisti di una batteria elettrica: il letto la usa per sé, l’incisore per l’erpice. Non appena l’uomo è assicurato con le cinghie al letto, questo si mette in movimento. Vibra con minuscole scosse, rapidissime: così e così. (Fa un gesto a significare: “in su e in giù” e “verso destra e verso sinistra”) Lei avrà visto apparecchi simili in qualche clinica o in qualche ospedale. Solo che i movimenti del nostro letto sono tutti meticolosamente calcolati perché devono coincidere alla perfezione con quelli dell’erpice perché all’erpice e solo all’erpice è affidato il compito di eseguire il verdetto.
VIAGGIATORE - (Risalendo) Ma il verdetto qual’è?
(L’ufficiale, molto colpito dalla domanda, scende rapidissimo dalla passerella e si pone davanti al viaggiatore)
UFFICIALE - Come, non sa ne neanche questo? (Si morde le labbra, cammina in su e in giù) Mi perdoni… le mie spiegazioni, forse, sono troppo disordinate… la prego sinceramente di scusarmi. Deve sapere che ai vecchi tempi le spiegazioni le forniva il comandante stesso. Il nuovo comandante invece… (Ha come un gemito, un misto di sdegno e pena) …Il nuovo comandante si sottrae a questo dovere onorifico. Ma che egli abbia trascurato di fornire a un visitatore così illustre…
(Il viaggiatore si schermisce con un gesto)
UFFICIALE - (Ribadendo col tono) …Un visitatore così illustre le dovute informazioni circa la formulazione del verdetto di condanna, beh, questo…
VECCHIO - Gli ballava sulle labbra una maledizione ma si dominò.
UFFICIALE - (Con tono cupo, quasi fra sé e sé) Io non potevo saperlo, non ne sono stato informato e la colpa non è mia. (Al viaggiatore) Del resto nessuno è più indicato di me a spiegare il metodo col quale noi applichiamo la legge perché io porto qui… (Batte una mano su una tasca della giacca) …i disegni autografi del comandante di prima.
VIAGGIATORE - Autografi?
UFFICIALE - Di sua mano.
VIAGGIATORE - Riuniva dunque tutto in sé stesso, quest’uomo? Soldato, giudice, costruttore, chimico, disegnatore?
UFFICIALE - Jawohl.
VECCHIO - “Jawohl”… assentì col capo, lo sguardo fisso e pensoso… poi si guardò le mani, esaminandole attentamente… non gli parvero abbastanza pulite per toccare i disegni…
(L’ufficiale va al secchio, si lava nuovamente le mani, le asciuga nel telo e prende da una tasca della giacca una piccola cartellina di cuoio)
VECCHIO - …Quindi trasse dalla tasca una piccola cartellina di cuoio e disse “la nostra sentenza non è severa”…
UFFICIALE - La nostra sentenza non è severa. Al condannato viene inciso sul corpo, per mezzo dell’erpice, il comandamento che ha infranto. Nel caso di questo condannato, ad esempio… (Indica il condannato che d’istinto abbassa il capo) …verrà scritto sul suo corpo “onora il tuo superiore”.
VECCHIO - Il viaggiatore guardò il condannato di sfuggita. L’uomo sembrava tendere l’orecchio con tutte le sue forze nel tentativo di decifrare il proprio destino. Ma le contrazioni nervose delle sue labbra tumide e serrate lasciavano chiaramente intendere che non riusciva a capire. Il viaggiatore avrebbe voluto chiedere molte altre cose…
(Il condannato fa alcuni passi e si pone davanti al viaggiatore, guardandolo negli occhi)
VECCHIO - …Ma si limitò a una sola domanda.
VIAGGIATORE - Conosce la sentenza?
UFFICIALE - (Un po’ stupito per la domanda) No. (Fa per proseguire nelle sue spiegazioni ma il viaggiatore non gliene lascia il tempo)
VIAGGIATORE - (Incredulo) Non la conosce?
UFFICIALE - No.
VECCHIO - L’ufficiale tacque un istante, come a esigere dal viaggiatore una motivazione per quella strana domanda.
UFFICIALE - (Come se dicesse la cosa più naturale del mondo) Sarà il suo corpo stesso a decifrarla.
(Il viaggiatore guarda di sottecchi il condannato, quasi vergognandosi)
VECCHIO - Il viaggiatore sembrò ammutolito mentre lo sguardo del condannato si fissava su di lui. Sembrava chiedergli… come potesse approvare quella procedura.
(Il viaggiatore s’avvicina pensoso alla poltrona di vimini, si risiede, si appoggia allo schienale in silenzio poi si protende di nuovo in avanti verso l’ufficiale)
VIAGGIATORE - Ma che è stato condannato, questo almeno lo sa?
UFFICIALE - (Sorride) Certo che no.
VECCHIO - L’ufficiale sorrise con la buona disposizione di chi si aspetta altre domande stravaganti ed è pronto a sopportarle con pazienza.
VIAGGIATORE - Dunque quest’uomo, a tutt’oggi, non sa come sia stata accolta la sua difesa?!
UFFICIALE - (Parlando quasi a se stesso) Non ha avuto alcuna occasione di difendersi.
VECCHIO - L’ufficiale distolse lo sguardo come se temesse di umiliare il viaggiatore spiegandogli cose per lui tanto ovvie.
VIAGGIATORE - (Alzandosi in piedi) Ma deve aver avuto occasione di difendersi!
VECCHIO - L’ufficiale si rese conto che correva il rischio di essere interrotto a lungo nell’illustrazione dell’apparecchio. Andò quindi verso il viaggiatore e lo prese sottobraccio.
UFFICIALE - Le cose stanno così: io sono giudice in questa colonia. Nonostante la mia giovane età. Perché sono stato a fianco del vecchio comandante in tutte le questioni penali e perché conosco l’apparecchio meglio di chiunque altro. Il principio in base al quale io giudico è: la colpevolezza è sempre indubbia. Gli altri tribunali non possono rispettare questo postulato, perché sono formati da troppi membri e hanno sopra di sé ancora diversi gradi di giudizio. Ma qui le cose stanno diversamente, o almeno stavano diversamente col vecchio comandante. Purtroppo quello nuovo… (Si guarda intorno come se temesse di essere spiato) …ha già fatto capire di voler mettere il naso nelle cose del mio tribunale. Ma finora sono riuscito a tenerlo alla larga. E ci riuscirò anche in futuro!
(L'ufficiale indica con la mano il condannato. La guardia tira la catena e l’uomo si mette sull’attenti)
UFFICIALE - Lei voleva una spiegazione su questo caso. E’ semplice, come tutti gli altri. Un capitano stamattina ha presentato una denuncia secondo la quale quest’uomo, che gli è stato assegnato come attendente e ha il compito di far la guardia alla sua porta, si è addormentato in servizio! (Si pone davanti al condannato) Ogni volta che battono le ore lui ha il dovere di presentare le armi davanti alla porta del capitano. Un compito ben poco gravoso! E tuttavia necessario perché egli deve restare sveglio e lucido, sia per la guardia che per tutte le altre mansioni! (Riavvicinandosi al viaggiatore) La notte scorsa il capitano ha voluto controllare se l’attendente faceva il suo dovere. Alle due in punto ha aperto la porta e lo ha trovato che dormiva tutto rannicchiato! Allora ha preso lo scudiscio e lo ha colpito in pieno viso. Invece di alzarsi, costui ha preso il suo padrone per le gambe e scuotendolo gli ha gridato nella sua lingua “butta via la frusta o ti mangio”! Questi sono i fatti. Un’ora fa il capitano è venuto da me: ho raccolto le sue dichiarazioni, ho steso il verdetto e ho fatto mettere l’uomo in catene. E’ stato tutto molto facile. Se l’avessi chiamato per interrogarlo ne sarebbe nata solo confusione. Avrebbe mentito e se mi fosse riuscito di confutare le sue menzogne ne avrebbe escogitate delle altre, poi delle altre ancora e così via. In questo modo invece lo tengo in pugno e non me lo lascio scappare di sicuro. Mi sono spiegato? (Il viaggiatore lo guarda interdetto) Ma il tempo passa, l’esecuzione avrebbe già dovuto aver luogo e io non ho ancora finito di illustrarle l’apparecchio.
(Prende per le spalle il viaggiatore e cortesemente ma con decisione lo fa sedere. Poi s’arrampica su un’altra passerella e riprende la descrizione)
UFFICIALE - Come può vedere, l’erpice l’abbiamo realizzato ispirandoci alla forma umana. Quello è l’erpice per il tronco, quelli gli erpici per le gambe. Per la testa abbiamo previsto soltanto quel pungiglione di ferro. Le è chiaro?
VECCHIO - Il viaggiatore seguiva la descrizione con la fronte aggrottata. I ragguagli sulla procedura giudiziaria non lo avevano certo soddisfatto, tuttavia dovette pensare che in fondo era sbarcato in una colonia penale, che misure eccezionali quaggiù erano pur necessarie e che si doveva dunque intervenire con sistemi rigorosamente militari. Inoltre egli riponeva qualche speranza nel nuovo comandante che a quanto gli era dato di capire intendeva introdurre, seppure per gradi, nuove regole che fatalmente non potevano entrare nella testa limitata di questo ufficiale. E fu forse per semplice associazione d’idee che il viaggiatore gli fece ancora una domanda. “Il comandante assisterà all’esecuzione?”…
VIAGGIATORE - Il comandante assisterà all’esecuzione?
UFFICIALE - (Sgradevolmente colpito dalla domanda) Non è sicuro. Proprio per questo dobbiamo spicciarci. Anzi, con mio grande dispiacere dovrò abbreviare la descrizione. Domani eventualmente potrò fornirle altri dettagli, quando l’apparecchio sarà stato ripulito. Si, il suo unico difetto è quello di insudiciarsi tutto. Ma ora, se non le spiace, solo lo stretto necessario. (Scende nella fossa) Quando il letto si mette in moto e comincia a vibrare, l’erpice viene calato sul corpo del condannato. Esso si regola da solo, automaticamente, in modo da sfiorare appena l’epidermide con le punte degli aghi. Quando il posizionamento è completato, questa corda d’acciaio si tende come una sbarra e il gioco ha inizio. Un profano non potrebbe avvertire nessuna differenza fra pena e pena. Ma che l’erpice lavori in modo sempre identico è pura apparenza. I suoi aghi penetrano vibrando nelle carni del condannato il cui corpo legato al letto vibra a sua volta. Per consentire a ciascuno dei presenti di constatare la corretta esecuzione del verdetto, l’erpice è stato realizzato in vetro. Abbiamo avuto non poche difficoltà tecniche per fissarvi gli aghi ma alla fine dopo svariati tentativi ci siamo riusciti. (Rispunta dalla fossa) Non ci siamo certo risparmiati. Non siamo indietreggiati di fronte a nessuna difficoltà. E ora chiunque può vedere in modo trasparente come si esegue l’iscrizione sul corpo. Non vuole avvicinarsi per guardare le punte?
(Il viaggiatore si alza lentamente e si china verso la fossa mentre l’ufficiale è salito su una passerella)
UFFICIALE - Lei può vedere qui due tipi di aghi, variamente disposti: lungo - corto - lungo - corto - lungo - corto. Quello lungo scrive mentre quello corto spruzza l’acqua che serve a lavare via il sangue, così la scrittura resta bella chiara. Acqua e sangue scorrono poi in quei due condotti, che confluiscono più giù nel canale principale e da lì attraverso quel tubo scaricano tutto nella fossa.
VECCHIO - Con un dito l’ufficiale indicò esattamente il tragitto che l’acqua e il sangue dovevano percorrere. E quando, per rendere tutto più evidente, fece con ambo le mani il gesto di raccogliere l’acqua alla bocca del tubo di scarico, il viaggiatore sollevò la testa e agitando a tentoni la mano dietro di sé cercò il bracciolo della poltrona e si sedette a fatica. E da lì vide con orrore che anche il condannato, insieme a lui, aveva seguito l’invito dell’ufficiale a osservare da vicino l’erpice. Tirando la catena era riuscito a smuovere la guardia assonnata e si era sporto anche lui per guardare attraverso il vetro. Fu evidente come cercasse di decifrare con i suoi occhi smarriti il senso di quello che si stava preparando ma ciò era impossibile perché non capiva le parole. Si chinava di qua e di là e continuava a perlustrare la macchina con lo sguardo.
(Il viaggiatore si avvicina al condannato e batte le mani indicandogli di tornare al suo posto)
VECCHIO - Il viaggiatore cercò di allontanarlo perché quel che faceva era probabilmente un reato.
(Ma l’ufficiale lo trattiene con una mano e con l’altra afferra un pezzo di terra e lo lancia contro la guardia che apre gli occhi di scatto. Vedendo quel che il condannato si è permesso di fare, lascia cadere il fucile e puntando i tacchi dà uno strappo alla catena facendo cadere a terra il condannato in un gran tintinnìo. Poi lo guarda dall’alto mentre l’uomo si contorce a terra)
UFFICIALE - (Urlando) Tiralo su!
VECCHIO - L’ufficiale si era reso conto che il condannato stava distraendo troppo l’attenzione del viaggiatore che si era addirittura sporto verso l’uomo come per accertarsi delle sue condizioni.
UFFICIALE - Trattalo con cura!
VECCHIO - Egli stesso afferrò il condannato sotto le ascelle e con l’aiuto della guardia lo rimise in piedi, ma quello continuava a scivolare.
(Finalmente il condannato prende una posizione stabile. L’ufficiale torna verso il viaggiatore che sembra voler prevenire altre spiegazioni)
VIAGGIATORE - Ora so già tutto.
UFFICIALE - Tranne la cosa più importante.
(Prende il viaggiatore per un braccio e gli indica qualcosa in direzione dell’apparecchio)
UFFICIALE - Là nell’incisore c’è l’ingranaggio che determina il movimento dell’erpice e questo congegno viene regolato prima, a seconda del tipo di sentenza che bisogna eseguire. Io uso ancora i disegni del vecchio comandante. Eccoli qua.
(L’ufficiale prende alcuni fogli dalla cartellina di cuoio, il viaggiatore fa un gesto come per afferrarli ma l’ufficiale li ritrae)
UFFICIALE - Purtroppo non posso farglieli toccare, sono la cosa più preziosa che possiedo. S’accomodi, glieli faccio vedere da qui, così potrà osservare tutto molto bene. (Il viaggiatore si risiede)
VECCHIO - Così gli mostrò il primo foglio. Il viaggiatore avrebbe voluto esprimere il proprio apprezzamento ma riuscì a vedere solo un intrico labirintico di linee che s’incrociavano così fittamente che quasi era impossibile trovare uno spazio bianco.
UFFICIALE - Legga.
VIAGGIATORE - Non ci riesco.
UFFICIALE - Eppure è chiaro.
VIAGGIATORE - (Vago) E’ molto ricco di senso artistico. Ma non riesco a decifrarlo.
UFFICIALE - Si… (Ridendo, rimette i disegni nella cartella) …Non è bella calligrafia per scolaretti. Bisogna leggere e rileggere, leggere e rileggere. E in questo modo anche lei potrebbe capire. Ma è ovvio che la scrittura non può essere troppo semplice, dal momento che non deve uccidere subito bensì nell’arco di dodici ore. Mediamente. Il punto culminante è calcolato per la sesta ora. Occorre quindi che molti arabeschi arricchiscano i caratteri perché la scrittura vera e propria si concentra solo sulla vita del condannato cingendola come un cilicio sottile. Il resto del corpo è destinato ai ghirigori. Riesce dunque ad apprezzare il lavoro dell’erpice e dell’intero apparecchio? Guardi! (Ridiscende rapido nella fossa) Attenzione!
(Viaggiatore, guardia e condannato si portano sul bordo)
UFFICIALE - State indietro!
(Il viaggiatore rincula leggermente. Vedendo che gli altri due non si muovono, li allontana dal bordo con le proprie mani. Dal fondo della fossa sale un rumore leggero e ovattato ma opprimente, come se un meccanismo pauroso si fosse messo in moto, regolato dall’ansimare e dal battere di stantuffi e di magli. A questo sottofondo si sovrappone un cigolìo stridulo e agghiacciante, sempre più forte)
VECCHIO - Tutto si mise in moto. Se la ruota non avesse cigolato sarebbe stato perfetto.
(L’ufficiale riappare. Sale la scaletta e si porta su una passerella)
VECCHIO - Come sorpreso dallo stridìo molesto della ruota dentata, l’ufficiale la minacciò col pugno poi allargò le braccia al viaggiatore come per scusarsi e ridiscese per controllare da vicino il funzionamento dell’apparecchio.
(L’ufficiale scende dalla passerella e scompare di nuovo nella fossa)
VECCHIO - C’era ancora qualcosa fuori posto, che lui soltanto poteva sapere. Affondò entrambe le mani all’interno dell’incisore e per farsi capire in mezzo a tutto quel baccano urlò con sforzo evidente: “capisce il procedimento”?
UFFICIALE - Capisce il procedimento?
VECCHIO - Il viaggiatore aveva piegato l’orecchio verso l’ufficiale e con le mani in tasca seguiva il moto della macchina.
UFFICIALE - L’erpice comincia a scrivere. Non appena il comandamento è impresso nella carne, l’ovatta scorre facendo rotolare l’uomo dolcemente su un fianco e offrendo così nuovo spazio al lavoro dell’erpice. (Riappare, si appoggia al bordo) Nel frattempo, le parti già piagate dagli aghi vengono tamponate dall’ovatta, la quale, grazie alla sua speciale preparazione, provvede ad arrestare subito l’emorragia, predisponendo il condannato a un ulteriore approfondimento della sentenza scritta. Quando l’uomo è di nuovo rigirato, quei denti metallici che lei vede, là sul bordo dell’erpice, strappano dalle ferite i residui di ovatta e li gettano nella fossa e così la macchina può riprendere immediatamente il suo lavoro. In questo modo la sentenza viene incisa sempre più a fondo, nel corso delle dodici ore. (Risale, va al secchio, si lava e si asciuga di nuovo le mani) Per le prime sei ore il condannato vive quasi come prima. Però soffre, naturalmente. Per il dolore. Dopo due ore possiamo togliere il feltro perché tanto la forza di gridare non ce l’ha più. (Torna al bordo della fossa) Vede quella ciotola a capo del letto? E’ riscaldata elettricamente. Viene riempita di una pappa di riso e così l’uomo, se ne ha voglia, può mandar giù qualcosa. Almeno quello che riesce a slinguacciare. (Sorride) Non ricordo nessuno che si sia lasciato scappare l’occasione. E guardi che la mia esperienza è grande. Solo verso la sesta ora perdono il piacere del cibo. Allora io di solito m’inginocchio vicino e osservo il fenomeno. (Posa un ginocchio sul bordo) E’ raro che l’uomo inghiotta l’ultimo boccone, in genere se lo rigira un po’ in bocca e poi lo sputa nella fossa. Allora mi debbo scansare, altrimenti m’arriva in faccia. Ma come si fa silenzioso l’uomo, nel cuore della sesta ora! Anche al più ottuso si dischiude l’intelligenza. Comincia intorno agli occhi e da lì si espande. E’ uno spettacolo così seducente che qualcuno potrebbe essere tentato di mettersi volontariamente sotto l’erpice. Non accade nient’altro, senonché l’uomo comincia a decifrare lo scritto e appunta le labbra come chi sta in ascolto. Lei ha ben visto quanto sia difficile decifrare lo scrittura con gli occhi. Bene, il nostro uomo la decifra con le sue ferite. E’ un lavoro molto faticoso, dodici ore per arrivare alla fine. Ed è a quel punto che l’erpice lo trapassa. Si, da parte a parte. E quindi lo rovescia nella fossa e il corpo piomba laggiù in mezzo all’acqua insanguinata e all’ovatta. A quel punto la sentenza è eseguita e noi, io e il soldato, gli diamo sepoltura.
VECCHIO - Il condannato guardava e ascoltava, ma senza capire. S’era chinato per seguire meglio l’oscillazione degli aghi quando la guardia, a un cenno dell’ufficiale, con un colpo di coltello gli tagliò sul dorso i pantaloni che gli cascarono a terra.
(La guardia esegue l’operazione descritta: i pantaloni del condannato cadono a terra. Il condannato cerca di raccoglierli)
VECCHIO - Il condannato cercò di raccoglierli per coprire la sua nudità, ma la guardia lo tirò su e gli strappò di dosso gli ultimi stracci.
(La guardia strappa di dosso al condannato la camicia: ora l’uomo è nudo, coperto solo da un perizoma)
VECCHIO - Uno strano silenzio subentrò nella valle.
(Nel silenzio, scorrendo lungo le sbarre di ottone, sale dal basso un letto corrispondente alle precedenti descrizioni: ovatta, feltro, cinghie, ecc. Il letto si arresta all’altezza del bordo della fossa, poi scivola in avanti sulle rotaie. La guardia fa sdraiare il condannato sul letto. Gli scioglie il corpo dalle catene. Gli stringe il polso destro con le cinghie. Il condannato protende la sinistra verso il viaggiatore)
VECCHIO - L’ufficiale osservava il viaggiatore di sguincio, ma con molta attenzione, per leggere sul suo viso l’effetto che l’esecuzione esercitava su di lui.
(La cinghia destinata al polso destro si spezza. La guardia mostra all’ufficiale il pezzo di cinghia strappata. L’ufficiale soffoca un’imprecazione, poi va verso di lui, afferra il pezzo di cinghia e lo butta nella fossa. Quindi si rivolge al visitatore)
UFFICIALE - La macchina è molto complessa, composta da un numero impressionante di parti, è impensabile che qualche pezzo non si rompa di tanto in tanto. Ma il giudizio complessivo non dev’essere influenzato da questo. Al posto della cinghia useremo una catena… anche se le vibrazioni del braccio destro ci perderanno un po’ in quanto a delicatezza.
(Allontana con un gesto la guardia, afferra una delle catene più sottili e con quella fissa al letto il polso destro del condannato. Poi continuando a parlare lega l’altro polso, le caviglie, ecc. )
UFFICIALE - Purtroppo di questi tempi i mezzi a disposizione per la manutenzione della macchina sono molto limitati. Sotto il vecchio comandante c’era un fondo al quale io potevo attingere liberamente perché era destinato a quell’unico scopo. C’era un magazzino dove si conservavano tutti i pezzi di ricambio possibili e immaginabili. Confesso che quasi sperperavo, intendo prima, non certo adesso, come sostiene il nuovo comandante a cui tutto serve da pretesto per combattere le vecchie istituzioni. Adesso la cassa della macchina la controlla lui direttamente e se mando a prendere una nuova cinghia pretende quella strappata come pezza d’appoggio e quella nuova arriva solo dopo dieci giorni! E intanto io come faccio a far funzionare la macchina senza cinghie? Ma di questo nessuno si preoccupa! (Urla) E quando arriva è di pessima qualità e non serve a niente! (Si ferma, quasi ansimante)
VECCHIO - Il viaggiatore rifletteva. E’ sempre pericoloso intervenire in modo deciso negli affari altrui.
VIAGGIATORE - (Fra sé) Si, è molto discutibile. Io non sono cittadino della colonia penale né di questo Stato. Se deplorassi pubblicamente l’esecuzione o addirittura cercassi di impedirla potrebbero dirmi: “Sta’ zitto, sei uno straniero”. Al che non potrei ribattere nulla o forse soltanto aggiungere: “Non capisco come mi sia venuto in mente di interferire in questo modo. In fondo io viaggio solo per conoscere il mondo e non per modificare gli istituti giuridici dei vari paesi”.
(Si alza, cammina. Tutti lo guardano in silenzio)
VIAGGIATORE - (C.s.) Certo, la tentazione di intervenire è molto forte. L’ingiustizia della procedura e l’atrocità del supplizio sono fuori discussione. Nessuno potrebbe pensare che io agisca per interesse personale dal momento che il condannato per me è un estraneo, non è mio connazionale e non è nemmeno un tipo che ispiri compassione. Io poi sono venuto qui con credenziali di prim’ordine, presentato da alti magistrati e in effetti sono stato accolto con grande cortesia e il fatto che mi abbiano invitato ad assistere a questa esecuzione potrebbe voler dire che mi si chiede un parere circa l’operato del tribunale e questo è molto verosimile dal momento che il nuovo comandante, come mi è sembrato di capire, non è affatto un sostenitore di questa procedura e nei confronti dell’ufficiale sembra avere un atteggiamento quasi ostile…
(Resta in silenzio, spalle all’ufficiale. Sembra riflettere. L’ufficiale, che è rimasto tutto il tempo accanto al letto, si china sul condannato e gli infila a fatica il tampone in bocca. Dopo un istante il condannato vomita, lordando il tampone e il letto. L’ufficiale grida e tirando l’uomo per i capelli lo stacca dal tampone)
UFFICIALE - Mi sporcano la macchina come una stalla! Tutta colpa del comandante! Sono stato a parlare con lui ore e ore, per fargli capire che fin dal giorno che precede l’esecuzione non bisogna dar da mangiare al condannato! Ma con la nuova politica umanitaria si segue l’orientamento contrario! Prima che il condannato venga portato qua le signore del comandante lo rimpinzano di dolcetti! Per tutta la vita si è nutrito di pesce andato a male e ora lo si deve proprio riempire di dolcetti! Del resto padronissimi, io non ho proprio nulla da obiettare, ma allora perché non mi procurano un feltro nuovo, che son tre mesi che lo chiedo? Come si fa a mettere in bocca senza schifo questo tampone che cento uomini hanno morsicato e succhiato mentre morivano?
(Silenzio. Tutti sono immobili. Si ode un leggero sibilo di vento. Il condannato ha appoggiato la testa sul letto. Anche la guardia, che stava ripulendo il letto con la camicia del condannato, si ferma. Poi l’ufficiale fa un passo verso il viaggiatore, che arretra. Ma l’ufficiale lo afferra per un braccio)
UFFICIALE - Voglio dirle due parole in confidenza. Posso, non è vero?
VIAGGIATORE - Certo. (Abbassa gli occhi e ascolta)
UFFICIALE - Questa procedura e questa esecuzione, che lei potrà ammirare fra poco, al momento attuale nella nostra colonia non godono più del sostegno di partigiani dichiarati. Io ne sono l’unico difensore e sono anche l’unico erede e continuatore dell’opera del vecchio comandante. Di sviluppare e arricchire il procedimento ovviamente non se ne parla, a malapena mi bastano le forze per conservare quel che c’è. Quando il vecchio comandante era vivo la colonia era piena così di sostenitori. Ora… almeno in parte io possiedo la sua capacità di persuasione ma mi fa difetto l’autorità. Per questo i suoi sostenitori se la sono squagliata… eppure ce ne sono ancora tanti anche se nessuno di loro ha il coraggio di uscire allo scoperto. Se oggi stesso, cioè a dire in un giorno di esecuzione, lei andasse nella casa da the e ascoltasse quel che si dice intorno, probabilmente sentirebbe solo discorsi ambigui. Sono tutti fautori del vecchio comandante, ma cosa me ne faccio visto che il comandante nuovo ha le idee che ha? Ora io le chiedo: è giusto che l’opera di un’intera vita… (Indica la macchina dentro la fossa) …debba andare in rovina per colpa di questo comandante e di queste dame che l’influenzano? Si può permettere una cosa simile? Anche se si è stranieri come lei e ci si trova sull’isola solo da pochi giorni? Non c’è tempo da perdere, si sta complottando contro la mia competenza. Al comando si tengono riunioni alle quali io regolarmente non vengo invitato. Persino la sua visita odierna mi sembra molto significativa: sono vili e mandano avanti lei, uno straniero. Com’erano diverse le esecuzioni nei tempi andati! Un giorno prima del supplizio la valle già traboccava di gente: tutti correvano a vedere. Il comandante arrivava di prima mattina, accompagnato dalle sue signore. Le fanfare svegliavano l’intero accampamento. Io davo l’annuncio che tutto era pronto. La buona società si disponeva intorno alla macchina, nessun funzionario poteva mancare! Vede quel mucchio di sedie di bambù? E’ un misero residuato di quei tempi. La macchina brillava, lucidata di fresco. Quasi a ogni esecuzione utilizzavo nuovi pezzi di ricambio. C’erano spettatori fin sulle alture, ritti in punta di piedi. Sotto centinaia di occhi il condannato veniva disteso sotto l’erpice dal comandante in persona. Ciò che oggi un soldato semplice ha il permesso di fare… (Indica la guardia) …allora spettava a me, il presidente del tribunale! E me ne ritenevo onorato! E cominciava l’esecuzione! Non c’era voce o dissonanza che potesse disturbare il lavoro della macchina. Molti non guardavano neanche più, si distendevano sulla sabbia a occhi chiusi. Sapevano: ecco, ora si sta facendo giustizia. Nel grande silenzio si udivano solo i gemiti del suppliziato, appena attutiti dal feltro. Oggi la macchina non è più in grado di estorcere al condannato gemiti così acuti da annullare l’effetto ovattante di quel tampone ma allora, dagli aghi incisori, colava un liquido corrosivo di cui proprio recentemente è stato proibito l’uso! E finalmente giungeva la sesta ora! Era impossibile accontentare tutti quelli che chiedevano di poter assistere da vicino. Nella sua saggezza il comandante aveva disposto che venissero privilegiati innanzi tutto i bambini. Naturalmente anch’io, in virtù del mio incarico, potevo stare vicino all’apparecchio. Spesso, anzi, mi accoccolavo là con due bimbi in braccio, uno a destra e l’altro a sinistra. Come ci protendevamo tutti su quel volto martirizzato per cogliervi l’espressione della trasfigurazione, come porgevamo le gote al riverbero di quella giustizia che, appena raggiunta, già se ne volava via! Che tempi, fratello!
(L’ufficiale abbraccia il viaggiatore posandogli il capo sulla spalla. Il viaggiatore è visibilmente imbarazzato e guarda oltre la spalla dell’ufficiale. La guardia, che nel frattempo ha terminato il suo lavoro di pulizia, prende da un barattolo alcune manciate di pappa di riso e le versa nella ciotola che posa accanto al viso del condannato. Questi subito allunga la lingua per cercare di mangiarla ma la guardia lo allontana brutalmente e afferrata la ciotola ne ingoia avidamente una manciata sotto gli occhi del condannato. L’ufficiale si scuote e si scosta dal viaggiatore)
UFFICIALE - Non volevo commuoverla. Io mi rendo conto che oggigiorno è impossibile far capire lo spirito di quei tempi. Del resto la macchina è ancora attiva e vederla in azione fa un certo effetto. Fa un certo effetto anche se è sola in mezzo a questa valle. E anche se ormai qui non si radunano più come allora centinaia di persone come sciami di mosche, alla fine il cadavere cade sempre nella fossa con un volo inspiegabilmente dolce. Allora si dovette far costruire intorno alla fossa un solido parapetto; ma è stato demolito da un bel pezzo.
VECCHIO - Il viaggiatore, incerto su come comportarsi, cercava di non mostrare il suo viso all’ufficiale e si guardava intorno; l’ufficiale credette che stesse osservando la desolazione della valle e allora gli afferrò le mani, gli fece un giro intorno per cogliere il suo sguardo e gli chiese: “La sente, questa vergogna?”
UFFICIALE - La sente, questa vergogna?
VECCHIO - Ma il viaggiatore taceva. L’ufficiale si scostò da lui per qualche istante. Le gambe divaricate, le mani sui fianchi, se ne stette lì in silenzio. Poi sorrise al viaggiatore, come per incoraggiarlo.
UFFICIALE - Ieri ero vicino a lei quando il comandante l’ha invitata. Ho sentito l’invito. Conosco il comandante. Ho capito subito a cosa mirasse con quell’invito. Sebbene il suo potere sia sufficiente a consentirgli di prendere provvedimenti contro di me, egli non osa ancora farlo ma vuole espormi al suo giudizio, al giudizio di uno straniero di riguardo. Ha calcolato tutto con molto scrupolo; lei è sull’isola da due giorni, non ha conosciuto il vecchio comandante e nemmeno i suoi ideali, è prigioniero di chissà quali pregiudizi, magari è contrario per principio alla pena di morte e in particolare a questo tipo di esecuzione capitale meccanica; lei vede inoltre come l’esecuzione stia per cominciare senza la minima partecipazione di pubblico, malinconicamente, con un apparecchio ormai logoro, e allora - pensa il comandante - tenendo conto di tutti questi elementi, non è forse assai probabile che lo straniero finisca per trovare ingiusta la procedura? E se la trovasse ingiusta - mi sforzo di seguire i pensieri del comandante - lei certamente non ne farebbe mistero dal momento che le sue convinzioni sono ben radicate. Tuttavia lei ha potuto osservare e apprendere le particolari usanze di tanti popoli ed è quindi probabile che non se la senta di pronunciarsi con fermezza assoluta contro il nostro sistema, come forse farebbe se si trovasse nel suo Paese. Ma al comandante non occorre tanto. Basta una parola di troppo, una parola imprudente. E non è nemmeno necessario che corrisponda alle sue convinzioni, basta che vada apparentemente incontro ai suoi desideri. Lui la interrogherà con molta astuzia, questo è sicuro. E le sue signore sederanno tutt’intorno e drizzeranno le orecchie. Lei dirà pressappoco: “Da noi la procedura è diversa” oppure “Da noi l’imputato viene interrogato prima che sia emesso il verdetto” oppure “Da noi il verdetto viene comunicato al condannato” oppure “Da noi sono previste anche altre condanne oltre alla pena di morte” oppure “Da noi si torturava nel medioevo”. Tutte queste osservazioni sono giustissime, addirittura ovvie, osservazioni innocenti che non intaccano certo il mio sistema. Ma come le accoglierà il comandante? Già lo vedo, il buon comandante, che subito getta da parte la sedia e si precipita sul balcone, vedo le sue signore che gli corron dietro, sento la sua voce - la sua voce tonante, come dicono le dame - ed ecco che parla: “Un grande esploratore, incaricato di studiare l’ordinamento giudiziario di tutti i paesi, ha detto or ora che la nostra procedura, che segue l’antico uso, è disumana. Dopo questo giudizio espresso da una personalità di così alto profilo non mi è naturalmente più possibile tollerare questo metodo e perciò dispongo, a partire da oggi… ecc. ecc.”. Naturalmente lei vuole intervenire, il suo pensiero è stato travisato, non ha mai parlato di procedura disumana, al contrario, per sua profonda convinzione la ritiene la più umana e la più degna, ed è anche ammirato da questo macchinario, ma è troppo tardi; lei non fa nemmeno in tempo ad arrivare al balcone, che è già inondato di dame; lei cerca di urlare, di destare l’attenzione, ma una mano femminile le chiude la bocca e io e l’opera del vecchio comandante siamo perduti.
VECCHIO - Il viaggiatore trattenne un sorriso. Dunque era tanto facile il compito che aveva creduto così difficile. Disse evasivo: “Lei sopravvaluta la mia influenza”…
VIAGGIATORE - Lei sopravvaluta la mia influenza. Il comandante ha letto le mie lettere di presentazione e sa benissimo che non sono competente in materia giudiziaria. La mia opinione sarebbe quella di un privato cittadino, importante come l’opinione di qualsiasi altra persona e in ogni caso assai meno importante di quella del comandante che in questa colonia penale, come mi par di capire, ha diritti molto estesi. Se la convinzione del comandante è così ferma come lei crede, temo davvero che per questo metodo sia giunta la fine, e senza bisogno del mio modesto contributo.
VECCHIO - Capiva, adesso, l’ufficiale? No, non capiva ancora. Scosse vivamente la testa, lanciò uno sguardo fugace al condannato e alla guardia, che trasalirono e si staccarono dalla pappa, si accostò al viaggiatore e senza guardarlo in faccia, fissando piuttosto un punto indefinito della sua giacca, parlò abbassando la voce.
UFFICIALE - Lei non conosce il comandante; nei suoi confronti e anche nei confronti di noi tutti lei ha - mi perdoni l’espressione - un atteggiamento in certo qual modo ingenuo; mi creda, è difficile stabilire fin dove possa arrivare la sua influenza. Quando ho saputo che lei soltanto avrebbe assistito all’esecuzione sono stato felice. Questa disposizione del comandante doveva colpire me, ma ora io la volgo in mio favore. Non distratto da falsi suggerimenti e da occhiate di disprezzo - che sarebbe stato impossibile evitare se all’esecuzione avessero assistito in tanti - lei ha potuto ascoltare le mie spiegazioni, ha osservato la macchina e ora è in procinto di assistere all’evento. Il suo giudizio è certamente già formato; se dovessero esserci ancora delle piccole incertezze, certamente si dilegueranno. Ascolti perciò la preghiera che le rivolgo: mi aiuti al cospetto del comandante!
VIAGGIATORE - Come potrei farlo? E’ impossibile. Io non posso né nuocerle né esserle utile.
UFFICIALE - Si che può!
VECCHIO - Con una certa apprensione il viaggiatore vide che l’ufficiale stringeva i pugni.
UFFICIALE - Si che può. Ho un piano infallibile. Lei crede che la sua influenza non basti. Io so che basta. Ma anche ammesso che lei abbia ragione, non è forse necessario tentare il tutto per tutto, anche l’impossibile, pur di tenere in vita questo sistema? Ascolti dunque il mio piano. Per metterlo in atto innanzi tutto è necessario che lei oggi non esprima più di tanto il suo giudizio. Lei non deve dir nulla, a meno che non le vengano rivolte domande dirette; e in ogni caso le sue dichiarazioni dovranno essere brevi, vaghe, si deve capire che è in difficoltà, che è amareggiato, che se mai dovesse parlare con franchezza sarebbero imprecazioni. Non pretendo che lei menta; assolutamente; però le chiedo risposte brevi, ad esempio: “Si, ho visto l’esecuzione” oppure “Si, ho sentito tutte le spiegazioni”. Tutto qui, nient’altro. L’amarezza, che tutti dovranno notare in lei, sarà giustificata da un’infinità di ragioni che il comandante, naturalmente, fingerà di non sapere buttando là una sua interpretazione. Su questo si basa il mio piano. Domani nella sede del comando si terrà una riunione di tutti gli alti funzionari amministrativi, sotto la presidenza del comandante stesso. Quell’uomo, figurarsi, ha saputo trasformare queste riunioni in veri e propri spettacoli. E’ stata eretta una galleria, che è sempre piena così di spettatori. E io sono costretto a partecipare a questi “miting”; ma provo una tale ripugnanza che mi sento rivoltare. Ora, lei verrà certamente invitato alla riunione; ma se oggi accettasse di comportarsi secondo il mio piano, quell’invito diventerà un’insistente preghiera. Tuttavia, se per qualche inspiegabile motivo quell’invito non dovesse arrivare, allora dovrà essere lei a richiederlo e in questo caso nessuno potrà negarglielo. Allora: domani lei siede con le signore sul palco del comandante. Lui si assicurerà della sua presenza, sbirciando più volte verso l’alto. Ed ecco che comincerà la discussione: un po’ di argomenti futili, ridicoli, tanto per fare effetto sull’uditorio - di solito si tratta di opere portuali, sempre opere portuali! - finché verrà affrontato il problema della giustizia. Se per una strategia del comandante questo non dovesse accadere o, poniamo, si tergiversasse troppo, sarò io a farlo. Mi alzerò per comunicare l’esecuzione avvenuta oggi. L’annuncio e basta. Poche parole. Un intervento del genere in quella sede non è davvero consueto ma io lo farò ugualmente. Il comandante come al solito mi ringrazia con un sorriso di cortesia e ora non vorrà rinunciare a quest’occasione, che è da cogliere al volo. “Avete appena udito” pressappoco dirà così “Avete appena udito l’annuncio dell’esecuzione di ieri. Io vorrei soltanto aggiungere che l’esecuzione ha avuto luogo alla presenza di questo grande esploratore che come tutti voi sapete ha onorato la nostra colonia con la sua visita. E anche l’importanza della riunione odierna è resa infatti più tangibile dalla sua presenza. Non vogliamo dunque chiedere, ora, a questo illustre visitatore, come egli giudichi il nostro procedimento giudiziario e il nostro modo di applicare la giustizia secondo l’uso antico?” Naturalmente applausi scroscianti, a cominciare da me, approvazione generale. Il comandante le fa un inchino e dice: “E’ a nome di tutti i presenti che le rivolgo la domanda”. Ora lei avanza verso il parapetto. Vi appoggi le mani, in modo che tutti le vedano, altrimenti le signore gliele afferrano e giocherellano con le sue dita. Ed ecco, finalmente, la sua parola. Non so come farò a sopportare la tensione accumulata fino a quel momento. Non ponga limiti al suo discorso, si sporga dal parapetto, urli, si, proprio così, urli verso il comandante la sua opinione, la sua opinione incrollabile. Faccia chiasso con la verità! Ma forse lei non lo vuole, ciò non corrisponde al suo carattere, forse nella sua Patria in situazioni analoghe ci si comporta diversamente, anche questo è giusto, anche questo è più che sufficiente, non c’è nemmeno bisogno che si alzi in piedi, dica solo due parole, sottovoce, basta che le sentano i burocrati che sono seduti sotto di lei, basta così, non occorre nemmeno che sia lei a parlare della scarsa partecipazione di pubblico all’esecuzione, della ruota che cigola, della cinghia strappata, del feltro schifoso, no, no, mi occupo io di tutto il resto, e, mi creda, se il mio discorso non farà fuggire il comandante dalla sala lo farà almeno cadere in ginocchio, e fare atto di contrizione: “Vecchio comandante, m’inchino dinnanzi a te”. Questo è il mio piano; vuole aiutarmi a realizzarlo? Ma certo che lo vuole, anzi, di più: lo deve.
VECCHIO - E l’ufficiale afferrò il visitatore per le braccia e lo guardò in faccia, ansimando. Le ultime frasi le aveva urlate con tanta forza che persino la guardia e il condannato s’eran fatti attenti e sebbene non capissero niente smisero di mangiare e guardarono il viaggiatore masticando. Al viaggiatore la risposta da dare era chiara fin dall’inizio. Ne aveva viste troppe nella sua vita per avere proprio ora un tentennamento; e poi era una persona sincera e senza paura. E tuttavia, nel guardare la guardia e il condannato ebbe una lieve esitazione. Ma infine disse quel che doveva dire: “No”.
VIAGGIATORE - No.
VECCHIO - L’ufficiale sbatté ripetutamente le palpebre, senza staccargli gli occhi di dosso.
VIAGGIATORE - Desidera delle spiegazioni?
VECCHIO - L’ufficiale assentì, muto.
VIAGGIATORE - Sono contrario a questa procedura. Prima ancora che lei si confidasse con me - di tale confidenza, stia certo, non abuserò in alcun modo - mi sono chiesto se avessi il diritto d’intervenire contro questo sistema e se il mio intervento potesse avere anche una minima probabilità di successo. A chi avrei dovuto rivolgermi per primo, era lampante: al comandante, naturalmente. Lei mi ha reso la cosa ancor più chiara ma senza rafforzare il mio convincimento, al contrario, la sua onesta convinzione mi commuove anche se non può farmi cambiare idea.
VECCHIO - L’ufficiale rimase in silenzio, si diresse verso la fossa e aggrappandosi a una delle sbarre d’ottone osservò l’incisore, come per accertarsi che tutto fosse in ordine. La guardia e il condannato sembravano aver fatto amicizia; il condannato, pur impedito dalle cinghie che lo stringevano, fece un segno alla guardia che si chinò verso di lui; il condannato gli bisbigliò qualcosa e la guardia disse di sì.
VIAGGIATORE - Lei non sa ancora quello che intendo fare. Dirò al comandante quel che penso dell’intero sistema ma a quattr’occhi, non in pubblico. E d’altra parte non resterò qui tanto a lungo da poter essere invitato a sedute di sorta. Partirò domattina all’alba. O almeno cercherò d’imbarcarmi.
VECCHIO - Ma l’ufficiale sembrava non averlo ascoltato. Disse fra sé: “Dunque il sistema non l’ha convinto”.
UFFICIALE - Dunque il sistema non l’ha convinto.
VECCHIO - E sorrise, come un vecchio sorride dell’ingenuità di un bambino. Ma si capiva che dietro al sorriso, nel suo intimo, proseguiva una riflessione molto seria. Poi d’improvviso guardò il viaggiatore con occhi accesi, che sembravano contenere come un invito, un’esortazione a comprendere.
UFFICIALE - Dunque l’ora è venuta.
VIAGGIATORE - Quale ora?
UFFICIALE - (Al condannato) Sei libero.
VECCHIO - Il condannato non capiva.
UFFICIALE - Ho detto che sei libero! (Ripete la parola “libero” in una lingua strana e incomprensibile)
VECCHIO - E per la prima volta apparve sul volto del condannato un’espressione di vita. Era libero davvero? O era solo un capriccio dell’ufficiale che magari fra due minuti avrebbe di nuovo cambiato idea? Forse quello straniero aveva ottenuto la grazia? Cosa stava succedendo? Queste domande si potevano leggere sul suo viso. Ma ciò non durò a lungo. Quale che fosse il motivo, visto che glielo consentivano lui voleva esser libero per davvero e cominciò a scuotersi e a dimenarsi.
UFFICIALE - (Urla) Mi strappi le cinghie! Sta’ fermo! Ora ti sciolgo. (Chiama con un cenno la guardia e insieme slacciano le cinghie)
VECCHIO - Il condannato rideva di un riso leggero; guardava a sinistra verso l’ufficiale e a destra verso la guardia, senza dimenticare il viaggiatore.
UFFICIALE - (Alla guardia) Toglilo da lì. (La guardia aiuta il condannato ad alzarsi dal letto)
VECCHIO - Da quel momento l’ufficiale smise di occuparsi del condannato. Si accostò al viaggiatore, estrasse di nuovo la piccola cartella di cuoio, vi frugò dentro, trovò finalmente il foglio che cercava e glielo mostrò.
UFFICIALE - Legga.
VIAGGIATORE - Le ho già detto che non posso decifrare questo scritto.
UFFICIALE - (Avvicinandosi al viaggiatore, come per leggere insieme a lui) Osservi attentamente.
VECCHIO - Per meglio guidare il viaggiatore nella lettura l’ufficiale sollevò il dito mignolo, ma molto al di sopra della carta: evidentemente non doveva essere nemmeno sfiorata, per nessun motivo. Il viaggiatore fece il possibile per compiacere l’ufficiale almeno in questo, ma ogni sforzo fu vano.
VIAGGIATORE - (Scuotendo il capo) Non capisco.
UFFICIALE - (Grida) “Sii giusto”! Si-i giu-sto, c’è scritto. Adesso lo può capire!
VIAGGIATORE - Si, è possibile. Credo che ci sia scritto sii giusto.
UFFICIALE - Bene, bene.
(L’ufficiale, col foglio in mano, va alla fossa e discende verso il basso fino a scomparire. Il visitatore lo osserva dal bordo)
VECCHIO - L’ufficiale sistemò con gran cura il foglio nell’incisore e regolò di nuovo tutti gli ingranaggi; era un lavoro complicato e molto faticoso, alcune ruote infatti erano piccolissime e a tratti la testa dell’ufficiale scompariva dentro l’incisore tanto meticolosa doveva essere la sua ispezione. La guardia e il condannato, intanto, si occupavano l’uno dell’altro. Con la punta della baionetta la guardia aveva tirato su dalla fossa la camicia e i pantaloni del condannato. La camicia era lercia e il condannato andò a sciacquarla nel mastello e quando poi ebbe indossato le brache e la camicia, sia lui che la guardia scoppiarono a ridere perché i due indumenti avevano un taglio di dietro, da cima a fondo. Forse il condannato si sentiva in obbligo di divertire la guardia e così si mise a girare in tondo esibendo gli sbrendoli del vestito mentre la guardia, accovacciata per terra, sghignazzava battendosi le mani sulle cosce. Ma subito si ricomposero, per un riguardo verso i presenti. L’ufficiale, dopo aver abbracciato con lo sguardo l’intera macchina in tutte le sue parti, chiuse il coperchio dell’incisore e riemerse dalla fossa con un sorriso.
(L’ufficiale esce dalla fossa, guarda giù un’ultima volta e poi va al secchio per lavarsi le mani. Accortosi che l’acqua è sporca, si lascia sfuggire un’esclamazione di rabbia)
VECCHIO - Si accorse che l’acqua era disgustosamente sudicia. Fu colto da una gran tristezza all’idea di non potersi lavare le mani come si deve ma alla fine con un gesto deciso le immerse nella sabbia. Certo questo surrogato non poteva farlo felice ma vi si adattò. Poi si rimise in piedi, cominciò a sbottonarsi l’uniforme e subito si trovò fra le mani i due fazzoletti da signora che poco prima s’era ficcato sotto il colletto.
UFFICIALE - (Gettando i fazzoletti al condannato) Ecco i tuoi fazzoletti. (Poi si rivolge al viaggiatore con aria di disprezzo) Omaggio delle dame.
VECCHIO - Nonostante la fretta con cui si tolse la giubba e tutto il resto egli trattò quegli indumenti con molto riguardo. Carezzò persino con la punta delle dita gli alamari d’argento che ornavano la sua divisa e con un colpetto leggero raddrizzò una nappina che era fuori posto. Ma in contrasto con questa cura cerimoniosa appariva il gesto finale, se è vero che dopo aver ripiegato con amore ogni indumento egli poi lo scagliava nella fossa con disprezzo. Infine gli rimase solo lo spadino con tutte le sue cinghie. Lo estrasse dal fodero, lo spezzò e poi buttò via tutto, giù nella fossa, cinghie, fodero e spadino spezzato, con un gesto rabbioso, facendoli tintinnare sul fondo. Adesso era lì, nudo.
(L’ufficiale ha eseguito tutte le azioni descritte dal vecchio. E’ rimasto nudo, coperto solo da un perizoma)
VECCHIO - Guardia e soldato sulle prime non si resero conto, anzi, non guardavano neppure. Il condannato era tutto contento perché era rientrato in possesso dei suoi fazzoletti. Ma d’improvviso la guardia con una mossa repentina glieli portò via e li infilò sotto al suo cinturone. Allora il condannato cercò di riacchiapparli ma l’altro era lestissimo e faceva buona guardia e così baruffavano, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, e solo quando l’ufficiale si fu spogliato del tutto tacquero e si fecero attenti.
(L’ufficiale sale su una passerella e da lì, riparandosi con la mano dal sole, guarda in basso, dentro la fossa, come per controllare dall’alto la macchina)
VECCHIO - Il condannato, in particolare, sembrò colto come da un presagio: un grande cambiamento stava per compiersi, quel che prima pareva dovesse toccare a lui ora stava toccando sul serio all’ufficiale. Fino in fondo, fino alla fine. Forse lo stesso viaggiatore aveva dato quell’ordine. Era dunque una vendetta! Pur senza aver patito fino in fondo sarebbe stato vendicato fino in fondo! Una muta risata si stampò per sempre sul suo viso. Il viaggiatore si morse le labbra ma non disse una parola. Sapeva benissimo quel che stava per accadere ma non si sentiva in diritto di ostacolare l’ufficiale. Se la procedura giudiziaria di cui questi era convinto sostenitore era davvero prossima all’abrogazione, l’ufficiale si comportava in modo ineccepibile; al suo posto il viaggiatore non avrebbe agito diversamente.
(L’ufficiale si cala nuovamente nella fossa e scompare. Viaggiatore, guardia e condannato si accostano al bordo e guardano giù)
VECCHIO - Se la conoscenza della macchina da parte dell’ufficiale era stata chiara fin dall’inizio, ora era davvero stupefacente osservare la perizia con cui egli la manipolava e come questa gli ubbidisse. Appena ebbe avvicinato la mano all’erpice, questi subito s’alzò e poi si abbassò più volte fino a raggiungere la posizione migliore per accoglierlo. Tutto dunque era pronto.
(L’ufficiale risale, si accosta al letto e vi si sdraia, supino)
VECCHIO - Il tampone di feltro si offrì alle sua bocca. Egli sembrò riluttare ma l’esitazione durò appena un istante e subito si sottomise. (L’ufficiale prende in bocca il tampone) Ora solo le cinghie pendevano ai lati ma in questo caso erano inutili, l’ufficiale non aveva certo bisogno di essere legato. Il condannato però s’era accorto che le cinghie erano sciolte e questo dovette sembrargli rischioso per il buon esito dell’esecuzione che evidentemente gli stava molto a cuore: chiamò a sé con un gesto la guardia e così entrambi si accostarono al letto. L’ufficiale aveva già allungato un piede per spingere la leva che azionava il meccanismo ma quando vide i due avvicinarsi ritirò il piede e si lasciò legare.
(La guardia e il condannato, con rispettosa cura, fissano le cinghie ai polsi e alle caviglie dell’ufficiale)
VECCHIO - Ora l’ufficiale non poteva più raggiungere la leva, che guardia e condannato del resto non avrebbero saputo individuare; né il viaggiatore era disposto a compiere il benché minimo gesto.
(Il letto si muove: scende nella fossa e scompare)
VECCHIO - Ma nulla era più necessario: appena le cinghie furono allacciate la macchina si mise in azione. Il letto vibrava, l’erpice scendeva e si alzava, gli aghi danzavano sulla pelle. D’improvviso il viaggiatore si ricordò che una delle ruote avrebbe dovuto stridere ma tutto era silenzioso, non si udiva il più piccolo ronzìo. Anche la guardia e il condannato assistevano rapiti. Il condannato era il più eccitato dei due, tutto nella macchina pareva interessarlo…
(Il condannato e la guardia si sono portati sul bordo della fossa)
VECCHIO - …ora si chinava, ora s’alzava in punta di piedi oppure si allungava e puntava l’indice per indicare qualcosa alla guardia. Il viaggiatore si sentiva a disagio. Aveva deciso di restare fino alla fine ma la vista di quei due certo non l’avrebbe sopportata a lungo.
VIAGGIATORE - Andate a casa!
(La guardia fa per allontanarsi ma il condannato si pone a mani giunte davanti al viaggiatore)
VECCHIO - Al condannato quest’ordine dovette sembrare una punizione, a mani giunte chiese di non essere cacciato e quando il viaggiatore si mostrò inflessibile si buttò addirittura in ginocchio.
(Il condannato s’inginocchia davanti al viaggiatore)
VECCHIO - Il viaggiatore si rese conto che i suoi ordini non servivano a nulla e allora si mosse verso i due deciso a cacciarli ma proprio in quel momento si udì come un fruscìo venire dall’incisore e il coperchio lentamente si sollevò fino a spalancarsi del tutto.
(Sulla scena scende l’oscurità mentre si ode un suono simile a un profondo respiro. Sul cielo del fondo si vedranno in controluce, ingigantite e moltiplicate, ora nitide ora sfumate, ora frantumate ora ricomposte in un succedersi incalzante, le forme e le immagini evocate dal vecchio. Al respiro si mescolano a poco a poco suoni umani e metallici, gemiti e colpi, in un rimbombo sordo)
VECCHIO - I denti d’un ingranaggio apparvero e si sollevarono e subito spuntò intera una ruota; era come se una forza ignota comprimendo dal basso l’incisore l’avesse espulsa fino all’orlo dove continuò a girare per qualche istante prima di piombare sulla sabbia e rotolare giù e infine giacere, immota. Ma già in alto una seconda ruota appariva e molte altre le tenevan dietro, grandi e piccole, alcune quasi invisibili, e tutte seguivano la stessa via e ogni volta l’incisore pareva svuotato e invece ecco spuntare altre ruote, a grappoli, e salire e cadere di sotto e tutte rotolare sulla sabbia e rovesciarsi e giacere. Il condannato pareva incantato da quello spettacolo. Dimenticando l’ordine del viaggiatore ora inseguiva una ruota cercando di afferrarla, ora chiamava la guardia perché venisse in suo aiuto ma ecco che subito ritirava la mano sobbalzando perché un’altra ruota già precipitava minacciandolo. Una vera angoscia aveva assalito il viaggiatore: la macchina stava andando in frantumi ed egli sentiva il dovere di aiutare l’ufficiale perché questi ormai non controllava più nulla, era in totale balìa del meccanismo. Tra l’altro quel diluvio di ruote aveva a lungo assorbito la sua attenzione, distogliendolo dall’osservazione dell’insieme; e quando l’incisore ebbe espulso l’ultimo ingranaggio ed egli finalmente poté chinarsi a osservare l’erpice, un’ultima, penosa sorpresa gli fu riservata. L’erpice non scriveva, no: trafiggeva quel corpo. E il letto non lo faceva ruotare dolcemente ma a strappi lo scagliava contro gli aghi. Il viaggiatore avrebbe voluto intervenire, arrestare la macchina.
(Il viaggiatore si protende verso il fondo della fossa, con un grido che si mescola agli effetti sonori. Il condannato e la guardia sono più indietro, impauriti. Le immagini non hanno più contorni definiti, sono ora un unico magma informe)
VECCHIO - Questo non era il martirio che l’ufficiale aveva cercato, era un bestiale assassinio. Protese le braccia ma proprio in quel momento l’erpice si sollevò da un lato con il corpo infilzato come di solito accadeva dopo la dodicesima ora. Il sangue scorreva in cento rivoli ma non mescolato all’acqua, perché anche le condutture non avevano funzionato. E persino l’ultimo atto si concluse con un fallimento: il corpo infatti non si staccò dai lunghi aghi ma rimase lì sospeso, mentre tutto il suo sangue colava dalle mille ferite.
(Dal centro della fossa sale l’erpice, con il corpo dell’ufficiale appeso secondo la descrizione. Dai polsi e dalle caviglie pendono le cinghie strappate. Pochi istanti: appena il tempo di vederlo e subito l’erpice ripiomba nella fossa e scompare. E qui ogni immagine si dissolve mentre la scena è inondata di nuovo dalla luce del giorno. Il viaggiatore, il condannato e la guardia sono immobili nel silenzio)
VECCHIO - Non c’era segno della redenzione promessa. A differenza di tutti gli altri giustiziati, l’ufficiale non aveva trovato nulla. Le labbra serrate. Gli occhi spalancati con l’espressione della vita. Lo sguardo pacato e convinto. La fronte trapassata dal pungiglione di ferro.
(Il sole tramonta. Scintilla sul fondo la linea azzurra del mare)
FINE
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