Vittorio Franceschi
 

L’ESECUZIONE
 



 
 

Personaggi

L'uomo
La donna
 
 



Un uomo e una donna sono seduti in una stanza. Sul fondo c’è un vano di porta senza uscio, attraverso il quale si legge una fuga di stanze tutte uguali. Gli occhi dell’uomo sono coperti da una fascia di garza macchiata di sangue. Sulle guance, proprio sotto gli occhi, due strisce di sangue rappreso. Indossa una divisa militare malconcia, anch’essa sporca di sangue. Al posto delle mani, due moncherini fasciati da bende insanguinate. Ai piedi ha stivali impolverati. La donna indossa un abito semplice e cuce gli orli di un lenzuolo bianco. Al centro della parete di destra c’è una finestra. E’ chiusa e la vista ci sarà ignota anche quando verrà aperta. Al centro della parete di sinistra c’è una piccola consolle. Sulla consolle c’è una bottiglia con dentro un foglietto. Accanto alla bottiglia c’è un flaconcino con accanto una siringa. Un ridicolo orologio a cucù di tipo tirolese, posto sulla parete al di sopra della consolle, ogni tanto batte le ore. In apertura si odono voci di bambini. Sembrano allegri, forse intenti a un gioco. Poi queste voci sono come risucchiate e cancellate dalla risacca del mare che monta in primo piano per poi diminuire e sfumare via lentamente.
 

LA DONNA - Un dolore terribile.

L’UOMO -  Si, ma in quel momento la voglia di vivere era più forte. Sentivo molte urla nelle stanze accanto.

LA DONNA - Ha urlato anche lei?

L’UOMO - No. Mentre mi accecavano ho pensato: imparerò il Braille.

LA DONNA - La sua forza d’animo è ammirevole.

Sorride.

L’UOMO - Non potevo immaginare che il giorno dopo mi avrebbero mozzato le mani.

Un silenzio.

LA DONNA - Quindi lei ha vissuto un giorno soltanto con quella speranza.

L’UOMO - Un giorno non è così poco.

LA DONNA - E’ vero. In un certo senso.

L’UOMO - Purtroppo il tempo è sempre in anticipo sulla vita.

LA DONNA - Eh, si. E’ un vizio che non si riesce a togliergli.

Sorridono.

LA DONNA - Viaggiava spesso?

L’UOMO - C’era sempre una guerra da fare. Ma un giorno non tenni il passo di marcia e rimasi indietro. Così disertai. Mi gettai nella macchia e camminai a lungo per un sentiero, si vedevano delle capre. A fatica arrivai a una grotta, il terreno era pieno di sassi e di buche. Ma non era una grotta, era una chiesa, così la chiamavano: chiesa.

LA DONNA - Com’era, dentro?

L’UOMO - C’erano molte ossa. Quelle dei cristiani tutte ammucchiate in bell’ordine contro le pareti, sotto la volta. Tibia su tibia, teschio su teschio. Quelle dei saraceni sparpagliate a terra, ci camminavo sopra.

LA DONNA - Sopra le ossa?

L’UOMO - Sulla polvere. Polvere d’ossa. Il terreno ne era ricoperto. Due o tre centimetri. All’uscita i miei stivali erano bianchi di polvere. Una di quelle vecchie mi disse che se volevo un cranio potevo prenderlo. Disse proprio così: cranio. Si misero a ridere. Poi s’inerpicarono vociando verso l’alto della scarpata. Non ricordo che mese fosse.

Risacca.

LA DONNA - Si vedeva il mare?

L’UOMO - No. C’era un canalone e ai lati due scarpate brulle. Il cielo era azzurro pallido. Credo che dieci milioni d’anni fa fosse esattamente così. Saraceni a parte.

LA DONNA - Il mare era comunque vicino.

L’UOMO - Si, dietro l’angolo.

Sorridono.

LA DONNA - Ha camminato sulle ossa umane. Su polvere d’ossa.

L’UOMO - Ma io non lo sapevo. Le vecchie avevano la chiave.

LA DONNA - La chiave?

L’UOMO - Del cancelletto. L’ingresso della grotta era dietro a un cancelletto arrugginito. Quando mi videro arrivare scesero svolazzando come pipistrelli. Qui sei al sicuro, mi dissero. Sembrava talco.

LA DONNA - Ci sono molte torri saracene in quella zona.

L’UOMO - Non saprei.

LA DONNA - Così dicono.

La risacca sfuma via lentamente.

L’UOMO - Ho sete.

LA DONNA - Mi dispiace.

Un silenzio.

L’UOMO - Nei sogni, la morte per sete è la più diffusa.

Un altro silenzio.

L’UOMO - Rimasi due giorni in quella grotta. All’alba del terzo mi misi in cammino.

Rumore di convogli che passano. Automezzi militari.

LA DONNA - E’ andato anche per mare?

L’UOMO - No. Ma ho ascoltato molti racconti. Gorghi. Naufragi. Relitti che affiorano di tanto in tanto. Pesci che ingoiano pesci.

LA DONNA - Anche uomini.

L’UOMO - Mi faceva paura.

LA DONNA - A me fa paura la torta di mele. Ci vuol niente a bruciacchiarla. Basta distrarsi un attimo.

Ridono. Si odono tonfi pesanti.

L’UOMO - Quando seppi che era stato un bambino a farlo non volevo crederci.

LA DONNA - I bambini non sono così innocenti.

L’UOMO - E’ vero. E hanno energia da vendere.

LA DONNA - Lei ha figli?

L’UOMO - No.

LA DONNA - Io si. Un maschio.

Un silenzio.

L’UOMO - Con un punteruolo. Così mi è stato spiegato.

LA DONNA - Non erano tenuti a dirglielo.

Folate di ronzii cupi d’insetti dall’esterno.

L’UOMO - Com’è il paesaggio, fuori?

LA DONNA - Non lo ha visto, prima?

L’UOMO - Mi hanno portato qui di notte.

LA DONNA - Sterile. Ci sono milioni di coleotteri. Volano giorno e notte. Intere nubi che oscurano il sole.

I ronzii si allontanano. Silenzio.

L’UOMO - Legga il messaggio.

LA DONNA - Vuole davvero?

L’UOMO - Non capita a tutti di trovare un messaggio dentro a una bottiglia.

LA DONNA - E’ presto.

Il cucù batte le ore. La donna si alza, mette il lenzuolo su una spalla e sposta la seggiola sotto l’orologio; poi sale a fatica sulla seggiola e mette le lancette indietro di un po’. Poi ridiscende, sempre a fatica, rimette la seggiola dov’era prima, vi si siede e riprende a cucire.

LA DONNA - Dovrò cambiargli posto, faccio fatica a salire sulla seggiola. Gli anni si fanno sentire.

Un silenzio.

L’UOMO - Lei è di queste parti?

LA DONNA - No, ma ci ho sempre vissuto. Mi portarono qui da bambina. Di questo edificio potrei scrivere la storia.

L’UOMO - Cos’era, anticamente?

LA DONNA - Ai tempi di Babilonia era un foro boario con annesso postribolo e il macello là in fondo vicino al tempietto sacro agli Dei poi ci abitarono dei principi aztechi che dalle torri buttavano di sotto i bimbi bastardi poi fu postribolo napoleonico e i soffitti vennero abbassati per ricavare più camere al piano di sopra poi divenne un acquario della dinastia Ch’in c’era un solo pesce in ogni stanza i monaci li allenavano per i combattimenti ancistrus contro acanthurus poi la Zarina ci fece una giostra con migliaia di macchinine che salivano piano piano fino in cima poi si buttavano giù a precipizio le chiamò montagne polacche ma i pavimenti cedettero sotto il peso ci furono milioni di morti allora arrivarono i polacchi che ricostruirono tutto uguale a prima e le chiamarono montagne russe ma i pavimenti crollarono di nuovo vi furono altri milioni di morti poi arrivarono i Celti che aggiustarono i pavimenti e ne fecero un cimitero con annesso postribolo per gli spiriti dell’al di là con l’Unità d’Italia diventò archivio di Stato tonnellate di scartoffie e i pavimenti crollarono per la terza volta le cantine divennero rifugio per i ritiri spirituali delle tribù Malinga-bao che si nutrono di unghie di volpe poi gli olandesi lo utilizzarono come deposito di biciclette destinate alle Antille successivamente gli ittiti lo trasformarono in mercato delle ombre acquatiche i macedoni ne ricavarono alcove per le vergini recalcitranti e l’inquisizione spagnola tramutò ogni stanza in saletta di tortura poi venne una troupe di attori francesi che per trent’anni vi declamarono poesie esistenzialiste in seguito i giapponesi vi fondarono l’Accademia dell’Harakiri quindi fu postribolo bizantino porno shop delle Due Sicilie supermarket cartaginese mercato delle erbe prussiano postribolo ottomano palestra carolingia caserma U.S.A. postribolo indù macelleria normanna porziuncola cristiana banco dei pegni etrusco postribolo sabaudo postribolo littorio postribolo repubblicano e infine postribolo democratico nell’Europa dei sette flagelli oggi è centro di autoannientamento delle truppe dove c’era il postribolo c’è lo spaccio dove c’era il macello c’è il postribolo.

L’UOMO - E il tempietto?

LA DONNA - Miniappartamenti. Ma sono vuoti da decenni, i coleotteri ci fanno il nido e i bambini ci tengono i  punteruoli e le mannaie.

L’UOMO - E quei carri che ogni tanto passano?

LA DONNA - Sono convogli suicidi, vengono sorteggiati. Procedono a marcia indietro e si buttano giù nei canaloni.

L’UOMO - Convogli suicidi?

Di nuovo folate di ronzii dall’esterno.

LA DONNA - Non c’è più niente da conquistare. L’esercito è sciolto. I soldati della guardia civile si limitano a catturare gli ultimi sbandati e li regalano ai bambini perché ci giochino. Ma anche gli sbandati sono finiti. Lei era l’ultimo.

I ronzii si allontanano.

L’UOMO - Mi uccideranno domani?

LA DONNA - Si. Vuole lasciar detto qualcosa?

L’UOMO - Non saprei.

LA DONNA - Un pensiero, un ricordo, un epitaffio. I coleotteri sono molto contenti se qualcuno lascia detto qualcosa.

L’uomo e la donna ridono.

LA DONNA - Anche una favola di quand’era piccolo. Oppure un mito, una leggenda.

Un silenzio.

L’UOMO - Gerico. Le mura di Gerico. Fra tutte le leggende che ho sentito è quella che mi è rimasta di più impressa. Le sette trombe suonano e le mura crollano. Molto meglio del cavallo di Troia, non crede? Più spettacolare.

Ridono.

LA DONNA - Io ne possiedo una.

L’UOMO - Possiede cosa?

LA DONNA - Una tromba di Gerico.

L’UOMO - Proprio una di quelle?

LA DONNA - Si.

L’UOMO - Una di quelle che hanno suonato sotto le mura?

LA DONNA - Si.

L’UOMO - Incredibile.

LA DONNA - Bastava scavare.

L’UOMO - Alle volte non ci si pensa. Ha mai provato a suonarla?

LA DONNA - Escono delle voci.

L’UOMO - Cosa dicono?

LA DONNA - Non si capisce. Lingue sconosciute, rimbombano come sassi in un barattolo.

L’UOMO - E’rimasta sepolta troppo a lungo.

LA DONNA - Questa terra custodisce ogni suono e i suoni si mischiano sotto la crosta e stanno lì accartocciati per millenni. Ci vuole qualcuno che infili un braccio nella fessura, li tiri fuori e li apra.

L’UOMO - Così diventano parole.

LA DONNA - Qualcuna l’ho segnata su un foglio e ho spazzato via la terra. Sono parole cupe, gutturali. Sembrano strappate al sottosuolo coi denti, vengon su con tutte le  radici.

L’UOMO - Ominidi?

La donna sorride.

LA DONNA - Pitecantropi.

L’UOMO - Legga il messaggio.

La donna si alza, posa il lenzuolo sulla spalliera della seggiola e va alla finestra.

LA DONNA - C’è stata tempesta stanotte. Sembrava che la terra dovesse aprirsi e inghiottire tutto.

L’UOMO - Legga il messaggio.

LA DONNA - Le aquile volavano ad altezza d’uomo. Il cielo era duro come il piombo e le spingeva verso la terra.

L’UOMO - Legga il messaggio.

LA DONNA - Non c’erano più lampi. Solo tuoni. Allora ho pensato a un verso che lessi da bambina: hanno la stessa età / la morte e la luce.

L’UOMO - Chi è il poeta?

LA DONNA - Non si sa. Era scritto su un muro col gesso.

La donna apre la finestra. Risacca.

LA DONNA - Quando c’era il mare almeno si vedeva la luce del faro. Entrava d’improvviso dalla finestra e subito fuggiva via. E poi tornava. E poi fuggiva. Insomma, mi teneva compagnia. Ma ormai di luce ce n’è poca. Anche di giorno è scuro, con quelle nuvole ronzanti che salgono e scendono come sciami. Una volta erano le rondini a volteggiare nel cielo. Prima di sera.

L’UOMO - Legga il messaggio.

LA DONNA - Si sente pronto?

L’uomo non risponde. La donna richiude la finestra, la risacca cessa. La donna cammina velocemente verso la sedia, si risiede e cuce.

LA DONNA - Quando avevo quattordici anni fui violentata. Erano soldati in rotta. Sbandati. Si sentì uno sparo. Poi i guaiti del mio cane. Poi un altro sparo. Ero sola in casa. Sfondarono la porta. Era una bella mattina di sole. Mi portarono nella conigliera. Ci si entrava carponi. Sette soldati. Quando se ne andarono era buio.

Rumore di convogli che passano. I rumori sfumano via.

LA DONNA - Rimasi a lungo sdraiata nello strame. Piangevo. Una coniglia mi annusava le gambe. Fuori nevicava. Pensavo alle fragole. Chissà perché pensavo alle fragole. Sull’aia, vicino alla bocca del forno c’era uno specchietto. A essere precisi un frammento di specchio incastonato nel muro. Non so a cosa servisse, chi l’avesse conficcato lì. Esitai a lungo prima di guardarmi. Da azzurri che erano, i miei occhi erano diventati color del fango. Fu allora che le aquile cominciarono a volare basso. Nevicò per secoli.

L’UOMO - E vennero i coleotteri.

LA DONNA - No, i coleotteri vennero molto tempo dopo. Le aquile erano già estinte, le loro carcasse spolpate dalle formiche. Ci furono molte battaglie nel sottosuolo e anche sulla superficie. I coleotteri vinsero perché hanno ali dorate e pungiglioni di ferro.

L’UOMO - Di cosa si nutrono?

LA DONNA - Sono onnivori. Finita la carne divorano le ossa. Finite le ossa si divorano fra loro. Si riproducono all’istante, nascono dalle loro feci.

Una folata di ronzii dall’esterno. I coleotteri sembrano picchiare ai vetri.

L’UOMO - Purgare la terra. Forse c’è un modo.

LA DONNA - Il pungiglione di Dio.

Ridono. I ronzii si allontanano e cessano.

L’UOMO - Com’è l’orgasmo di un violentatore?

LA DONNA - Credo che Belzebù, nel suo regno, emetta quei suoni.

Un silenzio. L’uomo alza leggermente le braccia. Sorride.

L’UOMO - Non potrò più scrivere le mie memorie.

LA DONNA - Non avrebbe potuto comunque, non c’è più inchiostro. Ero a Vienna, stavo scegliendo l’abito per il ballo delle diciottenni quando la cameriera mi disse: guardi là! Andai alla finestra e rimasi esterrefatta. Tutti i viennesi vuotavano nel Danubio boccette d’inchiostro.

L’UOMO - Blu?

La donna sorride.

LA DONNA - Nero. Qualcuno aveva dato l’ordine. Poi anche i parigini fecero lo stesso e anche a Londra i londinesi e poi a Mosca Roma Budapest... Nilo Gange Rodano Reno Po Mississippi... anche nei piccoli paesini di poche case... Acquanegra sul Chiese... Canneto sull’Oglio... tutti i popoli fluviali eran lì a vuotare boccette d’inchiostro nella corrente.

L’UOMO - Così le memorie le scrivono i fiumi.

LA DONNA - Si, hanno miglior calligrafia.

Si ode, lontano, un coro di voci bianche. L’uomo e la donna ascoltano per qualche istante.

L’UOMO - E’ in riva a un fiume che ho trovato il messaggio. Camminavo da molti giorni senza meta.

LA DONNA - Perché non lo ha letto subito?

L’UOMO - Volevo coccolarmi quel mistero. Prolungarlo per qualche giorno. E poi mi faceva paura.

LA DONNA - E se fosse una richiesta di aiuto? Un ferito che perde sangue?

L’UOMO - Sarebbe stato comunque troppo tardi. E’ un messaggio vecchissimo, quel fiume era secco. Si vedeva solo qualche pozza d’acqua, più sotto.

LA DONNA - Deve averlo scritto qualcuno che sta a monte. Voleva avvertire di qualcosa quelli che stanno a valle.

Una pausa. Le voci bianche sono all’apice.

L’UOMO - Chissà cosa c’è scritto.

LA DONNA - Non ci pensi. Il nostro cuore è pieno di messaggi mai letti. E domani è vicino.

Le voci bianche sfumano via.

L’UOMO - Il cuore fa la spia, per questo muore con noi. Ma l’anima anche sotto tortura non parla. Lei ci pensa qualche volta?

LA DONNA - Di tanto in tanto. Me la immagino con la bacchetta.

L’UOMO - Dirige l’orchestra?

LA DONNA - Dirige la banda.

Ridono.

LA DONNA - E lei ci pensa?

L’UOMO - Quand’ero giovane, mi ricordo, c’era un tizio sui quaranta che frequentava il mio stesso bar. Veniva ogni sera verso le sei e in silenzio mangiava due uova sode e beveva birra da un bicchiere enorme. Una volta, chissà perché, mentre lo guardavo pensai al suo esofago. Avrò avuto diciott’anni. A parte le uova e la birra chissà cosa ci rovescia dentro mi dissi, chissà cosa deve sopportare quel tubo da più di quarant’anni. Ieri quel pensiero mi è tornato in mente e mi son detto che forse è proprio nel nostro di dentro che si nasconde  l’anima.

LA DONNA - Nei bronchi? Nelle viscere?

L’UOMO - Perché no? E per conoscerla dobbiamo solo percorrerci all’ingiù, proprio come le uova sode di quel tizio. Allora ho provato a ingoiarmi per capire meglio.

LA DONNA - A ingoiarsi?

L’UOMO - Non è difficile, sa? Mi sono introdotto in me stesso ed è stata la cosa più naturale del mondo. Prima mi sono masticato poi mi sono deglutito e subito mi sono sentito a casa mia, anche se non ci vedevo bene perché nel nostro di dentro c’è un gran buio, sa?

La donna sorride.

L’UOMO - Poi un po’ alla volta ho cominciato a distinguermi e mi sono reso conto che se il nostro interno fosse all’esterno la razza umana apparirebbe mostruosa ma per fortuna siamo ricoperti di pelle vellutata e abbiamo labbra che viste da fuori sono morbide e invitanti mentre viste da dentro sono viscide e repellenti, con tutta quella saliva che passa con un risucchio tra le fessure dei denti che il più delle volte sono otturati, pieni di tartaro e di residui di cibo, un vero rottamaio, strappati i denti, uomo!

La donna ride. L’uomo, come incoraggiato, ride a sua volta.

L’UOMO - Quando poi ho visto che dal naso scendeva un muco che finiva in gola mi è venuta la nausea ma non potevo vomitarmi dentro, e così mi son detto il muco nasale è solo un indizio, non puoi giudicare ancora, esci da questo palato, vai più giù, avevo un groppo, mi vergognavo, cercare l’anima alla mia età! Io ho sempre pensato alla guerra e alle donne, ieri invece avevo questo tarlo dell’anima, comunque scivolando mi sono calato fino allo stomaco, e vedevo da dentro tutto l’ambaradan che si chiama corpo con le sue circolazioni e terminazioni e nodi e condotti che pulsano d’un sangue meticcio che sbocca nei crocevia rimbombando, poi si rovescia negli anfratti e in un flutto sordo si porta via travi e masserizie di crolli antichi, ho visto passare il mio tamburello di latta e la foto di mia madre, e gli occhi di due ragazze che feci abortire a quindici anni e c’era nell’oscuro un traghetto rovesciato che sbatteva di qua e di là, sentivo grida orrende e bestemmie venir da sotto, insieme a un ballabile, pensi un po’, da qualche parte  suonava un’orchestrina, c’era una festa e poi con uno schiocco improvviso il mio corpo è stato invaso da altri miei corpi, con altri me stessi che si masticavano e s’ingoiavano e si torcevano e cadevano e si rialzavano ridendo come ebbri, fra strida e barriti primordiali in un cozzare cupo e non sapevo più io quale ero. Vede com’è l’interno? Il di dentro, la parte che diciamo spirituale e che ci fa piangere quando c’è il clarinetto dell’enfant prodige? In quella pista vuota si accoppiavano le colpe ma io cercavo il bene, cercavo uno scopo dopo tanta gozzoviglia.

LA DONNA - Uno scopo.

L’UOMO - Che stranezza, eh? Volevo finalmente capire se mi restava un tempo per i pensieri una volta tornato a casa, per i paesaggi, per il profumo di un gelsomino selvatico. Lei dove scava? Nell’aria? Guarda il cielo? Io cercavo nella mia concreta esistenza corporale fatta di acqua al 70%, che cammina a tentoni sulla crosta di questa terra dove beffardamente l’acqua scarseggia, abbiamo lavato troppe macchie!

La donna ride.

L’UOMO - Deve sapere quel che ho visto laggiù: ulcere in agguato e catarri già in viaggio, arterie grumose destinate a esplodere in infarti spettacolari e batterie di cancri  e pustole e piaghe e tutti i feroci mali del mondo schierati come un esercito nano, ma del mio io sublime non c’era traccia e allora sono disceso ancora, mi son calato a testa ingiù verso i miei bassifondi come la sonda speleologa che indaga, e di lì a poco galleggiavo nel mar morto delle mie viscere, andavo in apnea più a fondo che potevo, fin dentro le trippe cavernose che abbiamo, piene di un silenzio inesplorato che rimbalza in altri silenzi che lo rimandano, e ho nuotato a gran bracciate fino alle mie Colonne d’Ercole urlando: dov’è l’anima?

La donna ride sguaiatamente.

L’UOMO - E rimestavo con le mani, cercavo quel guizzo misterioso che avvicina a Dio e dopo puoi essere perdonato, dov’è il dentro che mi salva, gridavo, dov’è il bene che riscatta tutto il male che ho fatto? Sono in tempo? Ci sono orme, indizi? C’è nessunooooo??... Ma in quella poltiglia finale ho trovato solo noccioli di ciliegia, qualche maccherone mandato giù intero, un pezzetto di carta stagnola che era nel gorgonzola, mi ricordo ancora quando l’ho inghiottita, con quel sapore sgradevole di ferraglia, e pensai: ecco cosa provano i mangiatori di spade, non farò mai il mangiatore di spade. Questo ha trovato il disertore nel suo viaggio a discendere cercando il suo io migliore. Oh, sapesse quali echi dalle parti del cuore, così strazianti eppure velati, sapesse cosa resta di quei tremiti che ci fan gentili col mondo nell’età del fieno!

La donna lancia un gemito straziante, poi si copre il capo col lenzuolo e piange.

L’UOMO - La parte più nobile dell’uomo è l’intestino, mia cara. Lui fa in silenzio il suo lavoro senza presumere troppo di se stesso e non si chiede in cosa consista il bene. Poi l’istinto di conservazione mi ha suggerito di aggrapparmi all’ugola e con un colpo di tosse sono uscito all’aperto. Ma non ho rivisto le stelle, c’era una nuvolaglia bassa e scura e infatti poco dopo è venuto a piovere. Pioveva forte e di traverso, tirava un vento maligno e ho pensato che forse tutta quell’acqua che veniva giù non era altro che il 70% dell’intera umanità che di colpo per lavarsi pioveva su se stessa. E’ sotto quel diluvio che mi hanno preso.

Risacca. L’uomo e la donna ascoltano per qualche istante, poi la risacca sfuma via.

L’UOMO - Chissà perché mi hanno lasciato i pollici.

LA DONNA - Per le impronte digitali. Sono molto pignoli, qui.

L’UOMO - Perché ha accettato di accudirmi?

LA DONNA - Avevo bisogno di compagnia.

L’UOMO - Suo figlio dov’è?

LA DONNA - Non ha fissa dimora.

L’UOMO - Quanti anni ha?

LA DONNA - Undici. Ma non è mio figlio. Il mio figlio vero è morto. Lui ha preso il suo posto. Mio figlio è morto sei anni fa.

L’UOMO - Chi era il padre?

LA DONNA - I sette che mi violentarono erano tutti suo padre.

Si odono di nuovo le voci bianche.

LA DONNA - Venne investito da una camionetta con tre militari sopra. Nemmeno si fermarono. Ma io non piansi. Anzi, debbo ammettere che provai sollievo. Non lo amavo. Aveva il labbro leporino.

L’UOMO - Non vanno a scuola i bambini?

LA DONNA - Non ci sono più scuole.

L’UOMO - Al tempo delle grandi cattedrali ascoltavamo cori di voci bianche. Le chiamavano così. Bianche per purezza. Compositori illustri creavano  musiche celesti. Le voci dei bambini battevano con dolcezza alle vetrate delle cattedrali. E qualche volta Dio si affacciava.

Le voci bianche sfumano via.

LA DONNA - Non si sa più dove cercare la semente. Chi ce l’ha la tiene in cantina e si guasta. Al mercato trovi solo mele marce. Una patata vale oro ma l’oro non vale più niente. I vecchi vagano nei campi, scavano con le mani a cercare radici e chi le mangia vaneggia, sono radici avvelenate, contengono sostanze allucinogene. Un mese fa un vecchio ha cominciato a urlare: l’incendio, l’incendio!... ma non c’era nessun incendio, qui da molti anni si è perduto il fuoco. Avevamo inventato quella cosa piccola e meravigliosa... che con un nulla si accendeva. Com’è che si chiamava?

L’UOMO - Fiammifero?

LA DONNA - Fiammifero... da quanto tempo non udivo questa parola! Fu fatta una campagna per abolirli. Oratori parlavano dai palchi. Un tenente si cosparse di benzina e si diede fuoco... per dimostrare la nocività del fiammifero. Poi fu la volta dei cavalli a dondolo. Poi toccò all’uva. E poi ai violini e alle cornamuse. Poi toccò al pane.

Il cucù batte le ore. La donna si alza, mette il lenzuolo sulla spalla e sposta la seggiola sotto l’orologio; poi sale a fatica sulla seggiola e mette di nuovo le lancette indietro di un po’. Poi ridiscende, sempre a fatica, rimette la seggiola dov’era prima, vi si siede e riprende a cucire.

L’UOMO - Qual’è il suo ricordo più antico?

La donna posa il cucito e pensa.

LA DONNA - Dovevo avere tre anni. Mio padre e mia madre litigavano per un foulard, se lo strappavano di mano. Io piangevo. Stringevo nel pugno una monetina che mia zia mi aveva regalato. La lanciai addosso a mio padre e loro smisero di litigare. Ma io non smisi di piangere.

L’UOMO - Il mio ricordo più antico risale a quando mia madre mi allattava. Lei era seduta in poltrona e io le mordevo il capezzolo. Dalla finestra entrava il sole e la finestra era alla mia sinistra. Se dico senso di tepore mi capisce?

LA DONNA -  Si, se gratto il fondo della pentola.

L’UOMO - Gratti, gratti.

La donna ride e chiude gli occhi.

LA DONNA - Senso di tepore. Si. Buono, buono.

La donna ride ancora poi, come rapita, canta un motivetto.

L’UOMO - Ricordo questo motivetto.

Lo canta a sua volta. Cantano insieme per un po’, teneramente. Poi la donna riprende a cucire.

LA DONNA - Quella monetina rotolò sotto l’armadio. Più tardi la raccolsi, dovetti usare il manico della scopa, era finita proprio in fondo. Ce l’ho ancora, la tengo sul comodino. E’ il mio talismano nato dal dolore.

Una folata improvvisa di ronzii dall’esterno. Poi i ronzii si allontanano. All’uomo sfugge un lamento.

LA DONNA - Molto male?

L’UOMO - Sta finendo l’effetto.

LA DONNA - Queste anestesie durano sempre meno.

L’UOMO - E pensare che ho fatto tante guerre.

LA DONNA - C’è qualcosa che rimpiange?

L’UOMO - Si, un liquore che amo. Si chiama Acqua di Venere.

LA DONNA - Mai sentito.

L’UOMO -  Mezzo litro d’alcol. Portarlo a 22 gradi. Quindici grammi di mandorle dolci ben tritate. Una scorza d’arancio. Sei grammi di cannella, dieci di lavanda e due chiodi di garofano. Si distilla, poi si sciolgono 300 grammi di zucchero in mezzo litro d’acqua e vi si aggiunge menta in foglie, essenza d’ambra in mezzo cucchiaino da caffè e un quarto di vino moscato. Deve vedere, il tutto si tinge di rosa. Si lascia decantare tre giorni e tre notti al lume di candela poi si filtra. Bere fresco. Possibilmente in terrazza.

Un silenzio. L’uomo geme ancora e muove i moncherini.

LA DONNA - Solo le mani?

L’uomo solleva il capo e lo rigira.

L’UOMO - Anche gli occhi.

LA DONNA - Posso farle l’iniezione, però è l’ultima. Si regoli. Dobbiamo arrivare a domani.

L’UOMO - Aspettiamo ancora un po’. A che ora è fissata?

LA DONNA - Non c’è mai un’ora precisa. Ogni volta cambiano per evitare assembramenti. Si fanno scommesse.

L’UOMO - Su cosa?

LA DONNA - Sui tempi dell’agonia.

L’UOMO - Non è istantanea la fine?

LA DONNA - Quasi mai.

L’UOMO - Che cosa scommettono?

LA DONNA - Di solito figurine. Ce n’è una rara, i bambini se la contendono urlando. Si chiama “il sovrano”, è una specie di anfibio con lunghe zanne, un mastodonte marino.

Si ode un gracchiare di cornacchie. La donna sembra presa da una forte agitazione.

LA DONNA - Eccole.

La donna si alza, posa il lenzuolo sulla seggiola, va alla finestra e batte con forza le mani.

LA DONNA - Maledette cornacchie.

Il gracchiare delle cornacchie si disperde in un fruscio d’ali.

LA DONNA - Mio figlio era morto già da parecchi mesi. Sentivo rimorso per la mia ostilità. Non l’ho mai guardato negli occhi. Mai un sorriso, mai una carezza. Una volta sono andata al cimitero ma non ricordavo più in che punto esatto fosse la sua tomba. Ne ho scelta una a caso e ho posato lì il mio fiore. C’erano due cornacchie su una tomba un po’ più in là. Gracchiavano. Forse era proprio quella la tomba di mio figlio e le cornacchie ridevano di me.

L’UOMO - Non c’è il nome sulla tomba di suo figlio?

LA DONNA - Sappiamo forse dov’è sepolto Mosè? E Fidippide, che annunciò la vittoria di Maratona? Dov’è il suo marmo? E Saffo, la divina Saffo? Dove sono le sue ossa? E quelle di Annibale, che varcò le Alpi? E quelle di Mozart, e quelle di Shakespeare? E il figliuol prodigo, come si chiamava? Il milite ignoto ha il monumento più grande.

Si ode ancora, più lontano, il gracchiare delle cornacchie. Poi due spari in successione.

LA DONNA - Poi si sentì uno sparo e una cornacchia cadde morta. L’altra volò via ma un secondo sparo la fece precipitare. Mi voltai. C’era un ragazzino mezzo nudo, in mano aveva un fucile. Domandò: te la senti di farmi da madre? Risposi di si. Aveva otto anni. Oggi ne ha undici.

L’UOMO - Forse erano corvi. Nei cimiteri ci sono i corvi. Ne ho visti tanti.

LA DONNA - Visitava i cimiteri?

L’UOMO - In tempo di pace.

La donna ha un sussulto e indica fuori.

LA DONNA - Ohhh!

L’UOMO - Cosa c’è.

LA DONNA - L’orizzonte.

Un silenzio. La donna sorride.

LA DONNA - E’ orizzontale. Non ci avevo mai pensato.

La donna richiude la finestra. L’uomo geme e alza i moncherini.

LA DONNA - Molto male?

L’UOMO - Si.

LA DONNA - Le faccio l’iniezione.

La donna va al tavolino e afferra la siringa e il flaconcino.

L’UOMO - No. Aspettiamo. Fra un’ora potrebbe essere peggio.

La donna posa siringa e flaconcino, si risiede e cuce.

LA DONNA - Che grado aveva, lei, nell’esercito?

L’UOMO - Soldato semplice. Ci pagavano bene.

Rumore di convogli che passano.

L’UOMO - Sarebbe stato bello imparare il Braille. Vedere nel buio. Forse quella polvere d’ossa avrebbe preso corpo. Chi era stato calpestato mi avrebbe teso la mano. Avremmo piantato una vigna insieme.

LA DONNA - Non si rassegni. Domani è ancora lontano e ci sono molte possibilità di cammino. Da ogni bivio nasce un trivio, da ogni trivio un quadrivio e così all’infinito.

L’UOMO - E’ inutile. Ci sono più percorsi che strade.

LA DONNA - Mi scusi.

L’UOMO - Si figuri. In fondo viviamo di differenze.

LA DONNA - E’ vero. Anche l’infinito ha dei confini.

L’uomo sorride.

L’UOMO - I confini dell’infinito sono sconfinati.

Sorridono entrambi.

LA DONNA - E sconfinano continuamente nei nostri.

Ridono. Poi un silenzio.

LA DONNA - A cosa pensa?

L’UOMO - A Tiresia. I confini della luce. Il grande cieco che vede.

LA DONNA - Provi anche lei a vedere. Sentirà meno male.

L’UOMO - Mi aiuti.

LA DONNA - Come?

L’UOMO - Cerchiamo d’immaginare qualcosa di luminoso.

Ridono.

LA DONNA - E di tenero.

L’UOMO - Si.

LA DONNA - Un vagito?

L’UOMO - Può essere.

LA DONNA - L’infanzia del mondo.

Si odono le prime note del preludio N.24 in re minore - op. 28 di Chopin. L’uomo e la donna ascoltano.

L’UOMO - E’ autunno.

LA DONNA - Siamo in casa. Seduti sul divano.

L’UOMO - Mi ricordo.

LA DONNA -  C’è un leggero vento.

L’UOMO - La mamma è al pianoforte.

L’uomo e la donna ascoltano rapiti.

LA DONNA - Meraviglioso.

L’UOMO - Chopin.

LA DONNA - Una ventata prepotente fa spalancare la finestra.

Rumore di vetri in frantumi. La musica cessa con una fuga informe di note.

L’UOMO - La musica va in mille pezzi e si perde.

LA DONNA - Noi corriamo a guardare.

L’UOMO - La terra vola via come una piuma.

LA DONNA - Ma la terra non è di terra.

L’UOMO - No, è un cristallo trasparente.

LA DONNA - Una sfera di cristallo.

L’UOMO - Schiacciata ai poli.

Ridono. Sembrano due bambini. Coro di voci bianche.

LA DONNA - Ci leggiamo dentro.

L’UOMO - Si vedono tutte le radici che s’intrecciano fin giù a mille metri.

LA DONNA - E più giù ancora gli strati di roccia.

L’UOMO - Il ferro, la torba, l’oro, l’argento.

LA DONNA - E sopra il silenzio delle piante. Sssstt!!

L’UOMO - Sssstt!! I giunchi ondeggiano armoniosi.

LA DONNA - I fiori. Le messi.

L’UOMO - Una spiaggia! Sabbia corallina.

LA DONNA - Ci sono delle impronte.

L’UOMO - Il viavai celeste.

Ridono felici.

L’UOMO - Cosa manca?

LA DONNA - Può servire uno spicchio di cielo?

L’UOMO - Sono indeciso se metterci una nuvola.

La donna chiude gli occhi.

LA DONNA - Eccola.

L’UOMO - Ci vorrebbe una gocciolina.

LA DONNA - Ecco la gocciolina. Preziosa. La prima mai vista.

L’UOMO - E il raggio che l’attraversa.

LA DONNA - La feconda.

L’UOMO - L’arcobaleno è nato così.

Il coro di voci bianche sfuma via. La donna si alza, posa il lenzuolo sulla spalliera della seggiola, va alla finestra e la apre. Risacca.

LA DONNA - Riconosce questo suono?

L’UOMO - Si.

LA DONNA - Il primo e l’ultimo.

L’UOMO - Risacca.

LA DONNA - La dolce risacca su tutte le scogliere del mondo.

L’UOMO - Su tutte le rive rischiarate dalla luna.

LA DONNA - Coi loro ciottoli che parlottano poi tacciono...

L’UOMO - Poi parlottano poi tacciono...

LA DONNA -  Per tutto il sempre che avvolge la terra.

L’UOMO - Come una benda di tempo trasparente.

La donna richiude la finestra. La risacca cessa. Il cucù batte le ore. La donna va alla seggiola, mette il lenzuolo sulla spalla e sposta la seggiola sotto l’orologio; poi sale a fatica sulla seggiola e mette nuovamente le lancette indietro di un po’. Poi ridiscende, sempre a fatica, rimette la seggiola dov’era prima, vi si siede e riprende a cucire.

LA DONNA - Beh, non ce la siamo cavata poi male.

L’UOMO - Che suoni abbiamo fra la prima risacca e l’ultima?

LA DONNA - Cozzare di spade. Rantoli di sgozzati. Spari di colubrine. Grida di naufraghi. Pianto di bambini e di donne. Boati di bombe.

L’UOMO - Usignoli?

LA DONNA - Gli usignoli non fanno la storia.

Dall’esterno, una folata violenta di ronzii che subito si allontanano. L’uomo geme.

LA DONNA - Le faccio l’iniezione?

L’UOMO - No.

Un silenzio.

L’UOMO - Il dolore aiuta.

Un silenzio.

L’UOMO - Chiedo perdono.

Un silenzio.

L’UOMO - Ho camminato su polvere d’ossa.

Un silenzio.

LA DONNA - Leggi così inflessibili per esseri umani così fragili.

Un silenzio.

LA DONNA - Dio non si rende conto.

Rumore di convogli che passano. Poi tonfi sordi. Poi silenzio.

L’UOMO - Era estate. Dalla mia finestra sui tetti vedevo torri e terrazze. Mangiavo una mela dolcissima che mia madre mi aveva dato. Guardando quelle pietre rosse di sole avvertii il bene. E fui certo che quei tramonti sarebbero stati fissati per sempre. E anche il sapore di quella mela. Anche quella piuma che mulinava nel vento. E le voci che venivano dal mercato di sotto. Era un mio diritto. Tutto fissato per sempre. Solo i miei anni dovevano germogliare e farsi largo e le mie unghie crescere.

Un tonfo più forte degli altri. Un grido di donna.

LA DONNA - E’ mai tornato a casa?

L’uomo scuote il capo.

L’UOMO - Un mercenario che era transitato dal mio paese mi portò le ultime notizie. C’era stato un saccheggio. Disse che nella mia casa s’era fatta una voragine e da lì veniva fumo. Non puoi fissare il fumo.

L’uomo indica una tasca sul petto.

L’UOMO - Dovrebbero esserci ancora i miei documenti, qua. E i soldi dell’ultima diaria. Volevo spenderli con una ragazza. Tenga i soldi e distrugga i documenti. Tanto non mettono il nome.

La donna si alza, posa il lenzuolo sulla spalliera della seggiola e si avvicina all’uomo. Fruga nella sua tasca cavandone un foglio verdognolo con una foto attaccata e delle banconote. Poi torna alla seggiola, si risiede e comincia a strappare il foglio in minuscoli pezzetti che si raccolgono sul suo grembo. L’uomo  sorride.

L'UOMO - Coriandoli.

LA DONNA - Si.

L'UOMO - Anche la foto, mi raccomando.

LA DONNA - Si. Anche i soldi.

L’UOMO - Anche i soldi?

La donna smette di strappare. Un silenzio.

L’UOMO - Si, è giusto.

La donna strappa anche i soldi.

L’UOMO - Lo confesso. Un po’ di rancore è rimasto.

La donna di colpo si alza e resta immobile come presa dal pensiero di una scoperta. I pezzetti di carta si sparpagliano a terra.

LA DONNA - Eppure.

L’UOMO - Cosa?

LA DONNA - Una parola.

L’UOMO - Non capisco.

Voci umane. L’uomo trema.

L’UOMO - Forse è il momento.

Le voci sfumano via.

L’UOMO - Legga il messaggio.

La donna va alla consolle, prende la bottiglia, va alla finestra, la apre e lancia la bottiglia nel vuoto. Si ode un tonfo come di un corpo che cade nell’acqua.

L’UOMO - Cos’è stato?

LA DONNA - Il messaggio. Ha ripreso il suo viaggiare.

La donna richiude la finestra, torna alla seggiola, prende il lenzuolo dalla spalliera, si siede e cuce.

LA DONNA - Mi creda, è meglio.

L’uomo sembra rassicurato.

L’UOMO - Grazie.

Risacca.

L’UOMO - C’è il mare qui sotto?

LA DONNA - No.

Risacca.

L’UOMO - La corrente non sa nulla di quel messaggio. Lo ha portato per anni e anni come portava Ofelia moribonda. Ma io vorrei chiedere a quel ramo perché si è spezzato, al male peggiore perché non si arrende.

Risacca.

L’UOMO - Non ricordo più bene con quale pietra affilavo le mie lame. Né con che mano sgozzavo gli agnelli.

Risacca.

L’UOMO - Finita la memoria restano solo crepe, pochi avanzi nella ciotola dove abbiamo mangiato.

Risacca. La donna sorride.

LA DONNA - Siamo come i suoni non percettibili. Possiamo solo esistere.

Risacca.

L’UOMO - Se avessi fatto il pittore di tele sarei stato più innocente?

Risacca.

L’UOMO - Soggetto predicato verbale complemento oggetto attributo. Rosso arancio giallo verde blu indaco azzurro. Cubo sfera cono cilindro piramide prisma. Mano piede spina dorsale costola cuore.

LA DONNA - La nostra storia è racchiusa nella brevità di un verso. “Puri venimmo dal nulla e ce ne andammo impuri” (1). In quella sfera di cristallo ci siamo visti nascere e ci siamo accettati. Non potevamo fare di più.

Risacca.

L’UOMO - Da domani digiunerò.

Risacca.

L’UOMO - E’ aprile?

LA DONNA - No.

L’UOMO - Ottobre?

LA DONNA - No.

Risacca.

L’UOMO - Mi verrà chiesto se ho un’ultima cosa da dire?

LA DONNA - Si.

L’UOMO - Va bene un epitaffio in latino?

L’uomo e la donna sorridono. Poi si fanno seri.

LA DONNA - Basterà una parola. Una sola.

Un silenzio. La donna cuce. D’improvviso le sfugge un piccolo gemito.

L’UOMO - Cosa c’è?

LA DONNA - Mi sono punta con l’ago.

L’UOMO - Sta cucendo?

LA DONNA - Si.

L’UOMO - Un abito?

LA DONNA - Un lenzuolo.

Risacca. La donna piange.

L’UOMO - Dirò quella parola. Loro mi guarderanno increduli. Qualcuno riderà. Altri diventeranno pensierosi. Il più grandicello abbasserà la mannaia. Le femminucce arretreranno di un passo e di colpo diventeranno madri. I coleotteri si trasformeranno in piccoli arcangeli. Non è così?

Il cucù batte le ore. La donna continua a cucire piangendo, senza alzarsi. Il cucù tace. La donna con voce di pianto canta il motivetto di prima. Risacca. Si ode la voce incisa di un bambino.

VOCE INCISA - Hanno la stessa età / la morte e la luce.

La donna continua a cucire e a cantare piangendo. Risacca prolungata. Buio lento.
 
 
 
 

FINE
 

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(1) E’ il primo verso di una famosa quartina del poeta persiano Omar Khayyam.
 

 



 

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