Vittorio Franceschi
 

LA BARBONA E IL PAPPAGALLO
monologo
 



 

Personaggi

La barbona
un pappagallo meccanico


 




 

Un muro di fondo con due finestre con i vetri opachi. All’esterno le finestre sono protette da sbarre. All’interno le luci sono accese, probabilmente uffici. Sulla destra del muro di fondo c’è un portone chiuso con tre gradini per accedervi. Di fianco al portone, una targa d’ottone col nome di un professionista. A sinistra c’è un altro muro che si congiunge con quello di fondo creando un angolo. Anche su questo muro c’è una finestra con sbarre di ferro e ante con vetri opachi. La finestra è aperta, la luce è accesa e dall’interno viene il suono di una radio, canzonette o musichette banali. In questo angolo si è sistemata la barbona. Il muro di fondo, però, non è perfettamente orizzontale: la linea di fuga parte dalla metà della quinta di destra per congiungersi col muro di sinistra, che a sua volta è leggermente obliquo. In prima, a destra, un paracarro e un cartellone pubblicitario. Nell’angolo, cartoni e carabattole varie, una sacca da tennis piena non si sa di che cosa, due cassette da frutta, una sull’altra, che all’occorrenza fungono da tavolo e un seggiolino apribile. La barbona è vestita in modo goffo, alla vita ha una cintura. Parla a se stessa, ai passanti, al mondo e al suo pappagallo che se ne sta sul trespolo. Ogni tanto il pappagallo parla, o meglio emette l’unico suono gracchiante di cui è capace. Lei fruga nella sacca.
 

LA BARBONA - Ti va un po’ di pane, Pippo? Il mangime è finito. 

IL PAPPAGALLO - Greeek...

LA BARBONA - Si o no? (Mette pezzetti di pane nel piattino del pappagallo.) E’ pane integrale, regola l’organismo. Lo so, i brustolini sono un’altra cosa.  (Il pappagallo gira la testa.) Ohè, guarda che non c’è altro. Ti conviene abbassare la cresta, caro mio.

IL PAPPAGALLO - Greeek...

LA BARBONA  - Hai ragione, son tutti stronzi. L’ho capito da un pezzo cosa vuoi dire con quel greeek. Che sono tutti stronzi in un mondo di merda. E infatti sono in pena per te perché dopo che son morta mi campi altri trecento anni. E chi ti vuole, che sai dire solo stronzi? Potevi imparare almeno buongiorno. E poi buonasera, mi saluti la signora, presenterò. Presenterò! Ma che cacchio vuol dire? Cosa vuoi presentare? (Guarda dentro la finestra aperta.) Ecco, guarda la bionda, quella che sta al computer e a mezzogiorno mangia lo Yogurt magro. Ti sembra presentabile? (A voce alta verso l’interno.) Si può abbassare quella radio del cazzo con le sue musichette del cazzo? Io devo lavorare! (La finestra si chiude con un colpo secco. Il suono della radio si attutisce.) Pippo mio, come farai senza di me? (Traffica tra i suoi cartocci.) Io non so mica se ce la faccio, sai, a riportarti al tuo paese. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Si, vabbè, te l’ho promesso, ma è stato un attimo di debolezza, mi hai fregata verso le sei di sera che è la mia ora critica. Hai tirato fuori un greeek così straziante che mi sono commossa. C’era tutta la nostalgia della tua foresta tropicale, le palme, la savana, i tramonti, le capanne col tetto di paglia, com’è che lo chiamano, il tuo habitat con l’acca davanti. Il mio è stato uno slancio istintivo, ma come faccio, non mi ricordo nemmeno dov’è la Polinesia. A nord? A sud? Te l’ho promesso ma ogni promessa è dubito, come diceva quella bambina. (Ride.) E poi chi lo dice che sei nato proprio là, forse me lo sono sognato. Sei cinese? Australiano? Comunque sia ti tocca di morire qui, in questo porcile di habitat qui. Peggio, ti tocca di viverci ancora per trecento anni come minimo. Sempre che non mi decida a tirarti il collo per amore. Si chiama eutanasia, ecco una parola che dovresti imparare. Con l’acca davanti, che suona meglio, fa antico come humanitas e moderno come hamburger. Prova: heutanasia, heu-ta-na-sia...

IL PAPPAGALLO - Greeek...

LA BARBONA - Perché non parli? Sai quanto costa un chilo di mais? E un etto di brustolini? E le arachidi? Sai quanto costano le arachidi? Non te ne frega niente. (Al pappagallo.) Se tu fossi un cagnolino bastardino si commuoverebbero tutti mentre invece con quelle piume colorate pensano che sei pieno di soldi. Dovrei darti una mano di grigio. Lo sai che mi è tornato il mal di schiena? (Mette a terra un piattino di plastica con dentro qualche monetina.) Ahi. (Posa il seggiolino in proscenio, mette il trespolo accanto al seggiolino, prende da sotto le cianfrusaglie un rettangolo di cartone con una fune annodata  e  si siede con un pennarello in mano.) Cosa scriviamo, oggi, Pippo? E’ sempre meglio dire la verità. (Scandisce scrivendo) Ho - mal - di - schiena. (Si mette il cartello al collo.) Ooohhh... fammi gustare il passeggio. Le antiche rovine del paesaggio umano. (Guarda in sala.) Quello lì è uno scavo vivente, guarda che occhiaie mesopotamiche. E là seduti al bar? Due bronzetti acefali sui vent’anni con cellulare incorporato. E guarda lì dal fruttivendolo: figura muliebre di età pompeiana con le tette rifatte che tasta i limoni per capire se hanno sugo. E quello là che compra il giornale? Frammento etrusco con cravatta sui trentacinque, i musei ne sono pieni. Ohè, Pippo, occhio a questo qui. Dorso virile sui sessanta di provenienza incerta, guarda come se ne va sicuro senza rimorsi, dev’essere un assessore alla cultura. 

IL PAPPAGALLO - Greeek... 

LA BARBONA - Ed ecco due mummie del Moulin Blanche, felici con la loro mummietta in carrozzina e con vent’anni di mutuo da pagare. E quella? Anfora del basso impero sui cinquanta con vistose crepe sul fondo e tanti hamburger con l’acca che le ballan dentro. Non è finita: due anziane catacombe a braccetto. Pensa quanta cristianità è stata martirizzata lì dentro. (Mette il trespolo di fianco ai gradini.) Il mal di schiena non commuove nessuno, morirai di fame. 

IL PAPPAGALLO - (Un po’ più forte del solito.) Greeek....

LA BARBONA - (Togliendosi il cartello.) Piano, sennò arrivano i vigili. Come quella volta a Bergamo. O era Treviso? Dice: “Qui non si può stare” - “E lì?” - “Neanche lì” - “E là?” - “Neanche là” - “Dov’è che posso stare?” - “Da nessuna parte” - “Vuol dire che andrò al cimitero” - “Si, nella cappella di famiglia dei tuoi morti di fame!” - ... ma ti ricordi come rideva, ‘sto stronzo? Quello più tracagnotto. E’ stato il calcio nei coglioni più bello della mia vita. Indimenticabile. Però siamo dovuti scappare perché una signora col telefonino aveva già chiamato il 113. “Gli ha dato un calcio nei cosiddetti”! Me lo ricordo ancora, li ha chiamati cosiddetti! Proprio lei, una cosiddetta signora con un cosiddetto telefonino, mentre tu strillavi stronzi, stronzi, stronzi! Un cosiddetto casino! (Ride.) Purtroppo ho dovuto abbandonare tutto quel che avevo: un sacco a pelo trovato in un cassonetto, un sacchetto di plastica pieno di sacchetti di plastica e quella bottiglia di Acqua Fiuggi ancora da aprire che mi portavo sempre dietro, ti ricordi che ti dicevo: questa la tengo per quando mi vengono i calcoli. Siamo rimasti puliti con quel che avevamo indosso. Ma te ti ho portato in salvo, col tuo trespolo, le tue piume colorate e due sacchetti di brustolini. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Presenterò! (Ride) Quanti anni son passati? Ne abbiamo fatta di strada. Su gomma e su rotaia. (Fruga nella sacca da tennis.) Ma noi chi siamo, Pippo? La guardia o il ladro? Di sicuro abbiamo un tarlo che ci rode qui. (Si gratta la testa.) Anche qui. (Si preme lo stomaco.) Ce l’hai anche tu il tuo tarlo, la nostalgia del tuo paese. Ma il mio è più feroce. Una sfinge greca con le zanne e gli artigli, che mi ha divorato il figlio. Chissà dov’è finita. (Smette di frugare, butta la sacca.) “Si ama per sottrazione di luce”. Lo sapevi, Pippo? L’ho letto su un cavalcavia a Vimercate. Oggi i filosofi scrivono sui cavalcavia. (Guarda in su.) Si, un figlio lo puoi perdere anche così. (Scuote il capo) Il mio curioso dei cieli, con tutti i suoi telescopi puntati lassù. Ma poi anch’io, sai, qualche annetto fa... trenta? Quaranta? Io che parlo tanto ci son cascata come una pera cotta. Mi sono innamorata di un essere umano. 

IL PAPPAGALLO - Greeek...

LA BARBONA - Forse ti ho messo dei pezzi troppo grossi, aspetta che te li faccio più piccoli. (Sminuzza il pane nel piattino.) Lo sai che il mio ragazzo mi metteva soggezione? Quando spiegava l’infinito. Io non ci capivo molto ma per farlo contento dicevo “geniale”! E lui “si, come lo scarabocchio di un bambino”! E rideva e poi scuoteva la testa “siamo appena all’inizio e gli uomini hanno già sonno”... va meglio così? (Il pappagallo becchetta.) Era il mio Galileo. E pensavo: un giorno avrà dei figli che saranno i miei nipotini e loro si divertiranno un mondo a guardare nei suoi cannocchiali, e io gli dirò “non toccate bambini”, e li metterò a tavola con miele e caffellatte. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - (Gli dà un buffetto.) Ohè, non ti permetto di offendere i miei nipotini. Io gli voglio bene anche se non sono mai nati. Adesso per punizione stai un po’ qui. (Mette il trespolo nel punto più lontano, proprio nell’angolo.) Metteva tutto nel computer: “non toccare!”... Ma io nemmeno ci provavo, avevo paura di prendere la scossa.  Poi un giorno mi torna a casa e mi dice “mamma, ho conosciuto una ragazza”. Quando ti dicono ho conosciuto una ragazza ti vien voglia di strozzarli. E sai dove l’aveva conosciuta? Al Planetario. (Caccia un urlo.) Dio! Questa maledetta volta celeste! “C’era una dimostrazione aperta, spiegavano gli anelli di Saturno.” Gli anelli, caro Pippo, piacciono molto alle ragazze. (Ride.) Un colpo di fulmine, a quell’età capita. Si esce dal Planetario, c’è il sole, lei ogni tanto butta indietro i capelli, sai quel gesto, come le canne nel canneto. E chi non s’innamora? (Guarda la parete di fondo.) Non ho mai visto quel portone aperto. Ci sta un commercialista. Ha lasciato la luce accesa, sarà scappato coi soldi. (Suona alla porta, si ode un campanello all’interno.) C’è nessunooo??? Io chiedo sempre “c’è nessuno”. Per educazione. (Grida.) Dovrei fare la denuncia dei redditiii!!! (Ride, si siede sui gradini.) Ci ho messo tre settimane poi non ce l’ho fatta più. “Perché non me la fai conoscere?” - “Ma dài, è presto.” - “Dimmi almeno di che colore ha gli occhi.” - “Azzurri!” - “E i capelli?” - “Basta!” - “Come si chiama?”... Bum! La porta. “Ti ho chiesto solo come si chiama!” - “Non capiresti mai!” - “Cos’è che non capirei? Si chiama Asdrubala, per caso?”... Silenzio. Non mi voleva dire il suo nome e io non capivo perché. E così la chiamavo la sfinge. Drin! Lei suonava e lui scendeva, faceva a quattro a quattro i gradini delle scale. “Salutami la sfinge!”... Tornava a casa allegro. “Sai” mi fa una sera appena entrato, raggiante, mentre si sbottona il giubbotto “le ho letto una poesia di Alda Merini che parla di un tronco e di un caprifoglio che lo avvolge in un abbraccio e la poesia dice che se il tronco cade anche il caprifoglio morirà con lui. Lei mi ha detto quel tronco sei tu e il caprifoglio sono io. Io mi avvolgo a te e vivo di te. Non cadere mai, amore, se vuoi farmi vivere. Mamma, è meravigliosa!”. Era così felice che mi ha dato un bacio. E poi ha cantato tutta la notte scrutando il cielo. Era cominciata la sottrazione. (Mette il trespolo vicino alla finestra di sinistra.) Basta, vieni a prendere un po’ d’aria qui, dove pulsa la vita. 

IL PAPPAGALLO - Greeek...

LA BARBONA - Al Museo di archeologia ero un mito, sai? Adoravo l’archeologia. Mi piaceva catalogare, ogni pezzo al suo posto. Mai stanca, mi stimavano tutti. Poi un giorno senti un rombo e un aereo ti mitraglia. Allora si parte. Non è facile dormire sotto un ponte. E il caffè del mattino? Il piacere di mettersi un vestito, di darsi il rosso alle labbra, di fermarsi a una vetrina... e di specchiarsi fingendo di guardare i prezzi. Ero ancora piacente, sai, Pippo! Gli uomini mi guardavano. E io fra i denti gli dicevo crepa. Chiuso, sprangato. 

IL PAPPAGALLO - Greeek...

LA BARBONA - (Si accosta al trespolo.) Certo, noi umani facciamo tutto alla svelta, ma tu... quanti anni hai, si può sapere? Cento? Duecento? Duecento anni di rimpianti. Fai vedere la gola. (Il pappagallo apre il becco.) Quanti magoni ti sei tenuto dentro, eh? Eccoli lì: uno nero, uno viola, uno verde marcio, che non vanno né su né giù. Ti prometto che ti tiro il collo. Te lo tiro nel sonno, non sentirai niente. E chiudi ’sto becco! (Il pappagallo chiude il becco.) Aspetta, guarda quest’urna cineraria. (Tende la mano. Si sente il dlìn di una monetina che cade nel piatto.) L’urna cineraria ha detto si. Con quella faccia antipatica, vedi, alle volte... ohi ohi, una statuetta d’avorio sculettante della dinastia Ch’in che viene in qua... (Tende la mano.) Beh, mi ha fatto un sorriso. Ebete, ma sempre un sorriso. (Segue con lo sguardo la ragazza che si allontana.) Anche la sfinge era così. Gambe magre e sensuali, passo veloce. Quante volte l’ho spiata dalla finestra. Collo di cigno, mani affusolate, labbra di corallo. A dar retta a mio figlio cantava come un usignolo. Ma lui si era proprio perso nel buio. Me lo immagino rapito come un bambino mentre lei gli sorride sul portone e di colpo si fermano le maree. Dio mio. (Si copre il viso, poi si passa una mano sugli occhi, sembra piangere ma d’improvviso toglie la mano e ride.) L’oscurità è un progetto. (A Pippo) Aveva un modo di guardare il cielo... così. (Inclina il capo e guarda in alto.) Era un poeta. Eccoli là i suoi versi, potresti leggerli anche tu se quella nuvola si togliesse di mezzo. Proprio non ti piace, eh? (Cerca di imboccarlo con qualche pezzetto di pane.) 

IL PAPPAGALLO - Greeek...

LA BARBONA - E non sputacchiare! Passava le ore a studiare quei tragitti di lassù che portano chissà dove. Una natura come la sua in questo habitat si estingue. Se non lo mangi tu lo mangio io. (Mangia due pezzetti di pane togliendoli dal piattino.) Allora stavamo bene, io avevo il mio stipendio e lui faceva l’università, era tutto ben preparato per una vita non indecente. Il mio tarlo l’avevo messo alle spalle anche se ogni tanto mi tornava a rodere, con il suo fiato che sapeva di tabacco. Ma io gli davo un calcio e lo ributtavo via, ora m’importava solo di mio figlio. Ma tu non mi ascolti, Pippo. Tu pensi al Madagascar. O alle grandi piogge di Tahiti. Guarda quello. Si crede l’Apollo di Veio ma è un falso dozzinale, come minimo ha i piedi sporchi. (Indossa il cartello di prima e tende la mano.) Crepa. E lavati i piedi. (Si toglie il cartello e torna dal pappagallo.) Io una possibilità ce l’ho: mangiare te. Ma tu puoi mangiare me? Rispondi a questo quiz. Ti dò tre secondi.

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Risposta esatta. Lui invece viveva un vero e proprio idillio con pasticcini e marmellata. Mangiava di buon appetito, mangiava di tutto, lui che di solito era schifiltoso, nutriva la sua felicità.  Io ero stupita ma anche contenta, quest’effetto dell’amore non lo conoscevo. “Quand’è che me la fai conoscere?” - “Ma che t’importa?” - “Che m’importa? Sono tua madre.” - “Che palle!”... Che palle non me l’aveva mai detto. Stava diventando un uomo. “Ti prometto che non le chiedo il nome.” - “Giuralo.” - “Su cosa vuoi che giuri?” - “Sulla costellazione di Orione.”. A me veniva da ridere ma per lui era una cosa serissima. “Giuro sulla costellazione di Orione.”... “Va bene, vedremo.” - “Quando?” - “Quando cambia la luna.”. Io lo sapevo quando cambiava la luna perché compravo sempre il calendario del frate indovino. Mancava una settimana. E così finalmente mugugnando si è deciso. Quel giorno mi sono messa elegante con gli orecchini. Lui era ancora al Planetario e lei arriva. Si, perché lui, con gli orari... Driiin!! (Si alza.) Eccola qua la Dea Venere appena uscita dalla conchiglia. “Buon giorno, signora...”. (Dà un calcio alla sacca.) Cazzo! Un po’ fatina, un po’ Maddalena. (Dà un altro calcio alla sacca.) Le peggiori, Pippo. Ambiziose, calcolatrici. Io la conosco quella razza soave. Voce squillante, piripì piripì... ma perché squittiscono così, quelle stronzette? Sorriso largo, labbra che paion bagnate, insomma, l’hai capito, il peggio del peggio. Sanno già tutto quelle puttanelle e si dan l’aria di non sapere nulla. (Dà un calcio alla cassetta.) Poveri maschietti! Non era ancora entrata che io già pensavo figlio mio sei perduto. “Vieni, cara, accomodati, starà parcheggiando il motorino...”. “Permesso.”. Già inquadrata, spogliata, fatta la radiografia, neanche il tempo di sedersi che già la chiamano al telefonino. “Squit, squit! Pronto?”... Era capitata proprio a lui. Bip bip! Un messaggio dietro l’altro. Anche con mio figlio, se ne mandavano duecento al giorno! “Mi scusi, ora lo spengo.”. Quand’ero giovane io, per scrivere una lettera ci mettevamo un mese. Non ce l’ho mica fatta a resistere. Saran passati dieci minuti che ho pensato “Scusami Orione ma tu non sei né Dio né San Giuseppe.”... E’ un peccato la curiosità? Sai, la domanda mi è venuta proprio dal cuore: “Come ti chiami? Perché lui non me l’ha mai detto” - “Lo so, non vuole che lo dica ma a lei lo posso dire però non glielo dica che gliel’ho detto.” - “Sarò una tomba etrusca, cara.” - “Mi chiamo Ninfa.”... (Caccia un urlo sarcastico.) Ninfa! Dunque si chiamava Ninfa! Ecco perché non voleva dirmelo! Si vergognava! Ma come fa a venire in mente? Era meglio Asdrubala! Certi genitori bisognerebbe ammazzarli. “Mio padre aveva il pallino delle ninfe mitologiche ma non sapeva quale scegliere e così mi ha chiamato proprio Ninfa! Gli piaceva l’idea che un sostantivo diventasse un nome di battesimo! Bello, no? Ninfa comprende tutte le ninfe! Quella del mare, quella dei boschi... delle grotte, delle fonti... anche se di Ninfa battezzata ci sono solo io, al liceo ho guardato tutti i registri, sa? Ninfa a me piace, e a lei?”... Orione, scendi sulla terra e strozzala! (Si alza, va su e giù.) Sapessi quante ne ho viste di ninfe, Pippo, al Museo! Quante ne ho catalogate! Ce ne fosse stata una buona, una intera! (Ride.) Le ninfe sono le troiette dell’Olimpo. Gli Dei se le strapazzano e poi le buttan via, per questo a noi arrivano senza naso e senza braccia. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Ninfa del dolore, dei mali d’amore che torcono le viscere. Si, caro Pippo. Tutto previsto, tutto già scritto. Squit squit, il tronco e il caprifoglio, la poesia è un’arma subdola. Passa un po’ di tempo e lui, il mio crisantemo perduto si fa cupo, Pippo, e lo sai perché?

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Perché l’amore corrode, lo sanno anche i pappagalli. Un bip, uno sbattere di porta. “Cosa c’è?” - “Lasciami stare.”. Avrei voluto dirgli scappa, cambiamo città, cambiamo Paese, io ci son già passata, piantiamo tutto e partiamo, comincia su un bel prato verde e finisce nel pantano mentre quelle come lei hanno sempre un devoto che le soccorre, tu non sei come quella bestia di tuo padre, conosco il tuo strazio prossimo venturo, buttala via! Buttala via... si fa presto a dire. Lei fa così coi capelli e sei perduto. (Fa il gesto di lanciare indietro i capelli.) “Come sta la sfinge?” - “Piantala!” - “Ti ha fatto l’indovinello?” - “Cazzooo!!!”... Bum, la porta. Io già me la vedevo la tragedia. “Ti sbranerà in cima al monte!... La tua Ninfa di merda!”... (Si porta le mani alla bocca) Ecco un bel silenzio che si è fatto. La porta si spalanca. “Come lo sai?”... “Ho indovinato l’indovinello!”... (Ride, poi emette un grido che è un ruggito. Poi si placa.) Mi guardò come si guarda una macchia d’unto su una camicia di seta.

IL PAPPAGALLO - Greeek... 

LA BARBONA - Mi ha tolto il saluto e la parola. Un mese e più di silenzio. Neanche un colpo di tosse, uno sternuto. Udivo soltanto i bip bip del suo cellulare. Lo aspettavo alzata a qualsiasi ora. Una sera mi torna stranito. Son le otto, ho preparato da cena. Si siede e reclina il capo. Non ho sentito i suoi passi, stavo facendo un solitario. Non ho il coraggio di dir niente e così restiamo in silenzio davanti a cibi ostili lasciati freddare nel piatto. Gli effetti devastanti dell’amore, ecco un bel titolo da un milione copie. Figlio mio, dallo a me questo patimento. E rimuginavo da quelle parti lì... si, Pippo, hai capito benissimo... intorno alle lenzuola, a quell’odore che c’è in una stanza dove due corpi si toccano per conoscersi. Oddio. Non posso immaginarmelo mio figlio che fa all’amore. E’ una cosa contro natura! Via, via! (Si dà schiaffi.) E’ come se un ladro con le mani sporche mi frugasse nel cassetto della biancheria. Mio figlio! Anche lui! Lasciatemi ruggire un po’. (Ruggisce davvero, andando su e giù.) La carne, Dio! Voi avete le piume che copron tutto ma noi la vediamo, la carne. Quelle vene azzurre nell’avorio delle braccia... via, via! (Ride disperata.) Bip bip! Messaggio d’amore. Non vedi le zanne, non vedi gli artigli? Bip bip! Messaggio d’amore. Le ali di rapace che sbattono. Le vene degli inguini che pulsano! Bip bip! Ti prende alle spalle, ti salta in groppa, ti morde qua... (Si afferra la nuca con i capelli, rabbiosa.) Messaggio d’amore, l’anima non c’è più, eeeh-oooh!! Cavaliere fatto cavallo! Corri veloce, sfiancati, dammi l’oro, dammi zaffiri, rubini, smeraldi, sono la tua Regina! Corri! Aaahhh! (Si dimena con violenza, come per liberarsi.) Come il conte Ugolino, ti guasta il capo. (Emette un grido che è un ruggito di dolore, poi si placa.) Io non so come fare, cosa chiedergli, un genitore non fa certe domande. Lui mi guarda negli occhi e fa un gesto che vuol dire sta’ zitta. (Dà un calcio a un cartoccio.) Ma io lo so cos’è successo. Nessuna pietà per quel corpo nudo e magro, così inesperto, così indifeso. La ninfa battezzata. (Accarezza il pappagallo.) Ci vorrebbero le tre virtù teologali per trovare le parole giuste ma io sono una madre qualunque che sa solo amare. “Ragazzo mio dài tempo al tempo, cosa vuoi che sia, tutto passa, tutto si dimentica!”... Che stronzata da genitore imbecille! E’ come dimenticare che hai le ginocchia. Come si fa a dimenticare che hai le ginocchia? (Si batte le ginocchia coi pugni.) Eccole qua. Piegati e raddrizzati, piegati e raddrizzati! Tu credi che Cristo abbia dimenticato Giuda? Io dico di no. (Si toglie la cintura, prende a cinghiate le sue carabattole.) Al massimo può averlo perdonato, per quanto... c’è un limite, no? Cristo Salvatore, non è vero che c’è un limite? Schiena, fianchi, costato. Ancora, ancora! Fino a quando? Non ce l’hai mai detto. (La finestra di sinistra si apre, si ode una voce femminile che parla e ride. In sottofondo una musichetta banale.) Chiudi, gallina! Non son cose per te, non puoi capire. Va’ viaaa!!! (Fa due passi minacciosi verso la finestra, che si richiude di colpo. Voce e musica si attutiscono.) Che cazzo vuole, quella lì? (Ansima.)
 
IL PAPPAGALLO - Greeek.... 

LA BARBONA - (Si siede sul seggiolino.) Una cosa è certa: un figlio bisogna farlo di sasso. Il mio era di cristallo sottile, tintinnava al vento come le gocce dei lampadari. Spiavo la sua vita. I silenzi. I passi. I gesti. La sua fronte appoggiata al muro, il tormento delle mani. Intuivo. Ninfa ha molti amici. Ninfa balla con tutti. Ninfa usa profumi. Ninfa ha bei seni sodi. Ninfa mira in alto, vuole un divano color panna. (Ride) Da giovane avevo delle amichette che mi raccontavan tutto. Ciniche, feroci. Quanti ne hanno uccisi. Ridendo li guardavano morire. Anch’io guardavo lui, in angustia. Si chiudeva nella sua stanza. Io mettevo l’orecchio al muro. Telefonava. Cosa si dicono? Voce bassa, concitata. Poi silenzio. Poi dei piccoli rumori, la sedia spostata, una matita che cade dal tavolo... anche i bip cambiavano timbro, erano come dolorosi. Aveva cominciato a smagrire, s’era fatto ancor più pallido, lui che il pallore ce l’aveva naturale, l’aveva preso dalla luna. (Prende dalla sacca un rotolo di spago e un paio di forbici. Ne taglia alcuni pezzi di lunghezza uguale.) Non mangiava più. Mi andava il fumo agli occhi quando lo vedevo allontanare il piatto. Bei tempi quando si abbuffava per amore.

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - (Osserva i passanti) Ohè, Pippo, vanno tutti di gran carriera come se dovessero portare belle notizie. Guarda questo prete. (Tende la mano.) Non ne ho mai visto uno fare l’elemosina. (Gli grida dietro.) Mio figlio conosceva il cielo meglio di te! (Si toglie il cartello e lo butta.) Domani partiamo, andiamo in albergo. Va bene il Palace? O preferisci l’Holiday Inn? TV, aria condizionata, ci facciamo portare la colazione a letto. Li mandiamo giù tutti quei magoni.

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Ma tu cosa sogni? A parte i banani e gli ananassi cosa sogna un pappagallo? Coleotteri? Cavallette? Ti piacciono le cavallette? Sognate cibo? O sogni anche tu pacchi di dollari? Sognate villette a schiera? O isolette piene di pappagalli, barche a vela con un pappagallo al timone, mercati pieni di pappagalli con tante bancarelle dove pappagalli e pappagalle comprano, vendono, s’incontrano, s’innamorano e dicono guarda che piume ha quella là, guarda che bella cresta ha quello lì, quello è intelligente ma abita in un nespolo, quello è un coglione però sta in un baobab alto duecento metri e largo venticinque? Insomma, avete anche voi un pensiero meschino come noi umani oppure pensate in grande, voi che vivete così a lungo, voi che avete visto eleggere almeno trenta papi, che nascete ai tempi di Leopardi e morite ai tempi di Mogol e dormite su alberi che sono torri e hanno la vostra stessa età e hanno udito gli stessi vagiti e visto le stesse atrocità, che cosa vi dite fra voi? Piangete sul nostro destino o vi fate quattro risate? E cosa vi raccontano le tartarughe, quelle che vivono seicento anni e sfidano le profondità dei mari e sanno tutto sui coralli, sui pescecani e sui relitti e hanno visto milioni di annegamenti? Qual’è la sintesi? Non mi dire stronzi, lasciami un filo di speranza. E gli olivi millenari, che hanno visto morire Cristo e sono ancora lì, circondati da ebrei e palestinesi che si sparano, che cosa hanno da dire a un pappagallo come te? Non potresti farmi un riassunto? Però veloce, non metterci trecento anni. Ci sarà un modo per salvarsi che voi conoscete, segreti che vi tramandate. Non dirmi che sogni un piatto di maggiolini vivi da becchettare a uno a uno. La natura è crudele, lo so, ma non dirmelo. Se io fossi un pappagallo credo che sognerei di non avere l’intestino. Mi potrei dedicare allo splendore delle piume senza dovermi preoccupare del cibo. Senza l’intestino saremmo tutti più felici. (Si siede sul seggiolino, ha sonno.) Ma ormai per me è troppo tardi. Sono stanca, Pippo. Ho anch’io le mani segate dalle funi, anch’io trascino uno scheletro con la mia barca, come quel vecchio che sognava leoni. (Chiude gli occhi e canta. Il pappagallo dorme.).

 Ninna nanna che poco vola
 ninna nanna che salta dal treno
 ninna nanna che mi tien desta
 ninna nanna senza lenzuola
 piena di graffi, piena di schiaffi
 calze bucate e pidocchi in testa
 ninna nanna che mi tien desta
 ninna nanna che mi tien desta.

 Ninna nanna che ha sempre fame
 ninna nanna che odia il sereno
 ninna nanna che mi fa orrore
 ninna nanna in mezzo al letame
 senza più occhi, senza più cuore
 senza più niente, neanche il dolore
 ninna nanna che mi fa orrore
 ninna nanna che mi fa orrore.

 Dove sei, crisantemo? Vieni qui dalla mamma. “Figlio mio dilicato”. Lasciale in pace le stelle questa notte, fammi vedere gli occhi, i tuoi occhi che son più belli delle stelle. Dio, come sei conciato. Qui non è questione di collirio, eh? (Scuote il capo più volte, sempre a occhi chiusi.) Maledetta sfinge, lascialo stare il mio ragazzo, non vedi che lo spezzi in due? Non è fatto per te, abita in quelle nebulose là, non sarà mai un uomo d’oggi. Ma lo sai che ha sentito il rombo della creazione? E’ ancora nell’aria, me l’ha detto. E durerà fin che dura l’uomo. Per noi è incomprensibile ma lui mi ha spiegato che l’oscurità è un progetto. Per la gente comune la notte è solo quella in cui si va a dormire, o a ubriacarsi, o a scopare come si dice oggi; mentre per certe creature speciali la notte è un ponte sull’abisso.  (Sorride.) Portava i telescopi in una custodia come un violinista porta il violino. E volava via col suo motorino, una volta mi ha caricata, avessi visto che slalom, che sorpassi, io urlavo di paura. Perché aveva anche qualcosa di moderno, non credere, di intrepido e di spericolato, diceva: “Fra le stelle si viaggia senza casco! Brrrooouuummm!!”... Era spiritoso, sai? (Ha un riso leggero, sempre a occhi chiusi.) Aveva dei pensieri... arrivava sempre con un regalo. Piccole cose, una volta mi portò una piuma. “E’ caduta da un pettirosso, l’ho presa al volo!”. Ma era il modo, lo sguardo. (Spalanca gli occhi.) Un pomeriggio che torno a casa prima di lui trovo un messaggio in segreteria. “Ciao, sei scarico come al solito? Non chiamarmi stasera, sono fuori e lo tengo spento”. Non chiamarmi stasera... vedi, Pippo... mio figlio era uno scricciolo disperato che cercava di dare un senso alle sue ali e lei appena l’ha capito ha suonato a altri campanelli perché il suo problema era dove metto il televisore e si chiedeva se l’armadio è meglio a tre ante con lo specchio in mezzo o a quattro senza specchio. (Ride.) Noi donne amiamo le poesie ma i poeti ci annoiano, sono maldestri, non sanno slacciare un reggiseno. Bisogna aspettare che muoiano, allora si che li amiamo, la loro vita tormentata ci commuove e portiamo fiori sulla loro tomba. Ohè, Pippo, sveglia. (Il pappagallo apre gli occhi e sbatte le ali.) Da quando in qua la fame fa venir sonno?

IL PAPPAGALLO - Greeek....
 
LA BARBONA - Pippo! (Nel piatto sarà comparsa una mela.) Sembrerebbe una mela. Fammi guardare bene. (Gira intorno al piatto e si china per veder meglio.) Si, è una mela. Quale serpente ce l’ha messa, lì? Beh, a noi i doni in natura non ci fanno schifo, vero? E poi dal Paradiso ci hanno già buttati fuori, un angelo tracagnotto ci ha mandati via. Io dico che ce la mangiamo. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - (Afferra la mela. Poi mette le due cassette una sull’altra, ci stende sopra uno straccio come tovaglia, posa la mela sullo straccio, fruga nella sacca, ne cava un coltello a serramanico, si risiede sul seggiolino, apre il coltello e guarda la mela.) Pippo, tu che ne dici? La sbucciamo o la mangiamo con la buccia? Io farei così: la sbucciamo e teniamo la buccia per domani. Oppure tu mangi la buccia e la polpa la mangio io.

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Ohè, ma chi ti credi di essere? Guarda che qui non siamo mica sui baobab! Anche tu ti devi piegare alle nostre abitudini, carino. Te lo devi guadagnare il benessere! Noi ci siamo fatti un culo così, sai? Voi pappagalli non sapevate ancora dire greeek e noi già facevamo l'Aurelia, la Muraglia, le Piramidi e il Colosseo! (Taglia in due la mela: le due metà non sono proprio uguali.) Scusa, il benessere fa diventare razzisti. Quale vuoi? (Il pappagallo dirige il becco verso la metà più grossa.) Eh, no, eh? Ti facevo più signore! Tu hai l’intestino più piccolo del mio, la più grossa me la mangio io. Almeno questo, no? Ci sei rimasto male. Un pezzetto per uno, va bene? Facciamo così. (Taglia a pezzetti una delle due metà e un po’ ne mangia e un po’ ne mette nel piattino.) Ecco. Senza sparare, senza litigare. Educazione. Rispetto. Quel che è mio non è tuo ma se fai il bravo te ne posso dare un briciolino e tu mi devi dire grazie. Si chiama democrazia. Dì grazie.

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Non si può insegnare la democrazia a un pappagallo. (Il pappagallo becchetta.) ‘Sta mela non sa di niente. Se era così anche nell’Eden babbo e mamma non se la sono goduta mica tanto! Io le mele me le ricordavo più dolci. (Finisce il suo quarto di mela e afferra la metà rimasta.) Questa per domani. (L’avvolge nello straccio e la posa da un lato.) Per noi donne il tradimento è un’arte, lo facciamo all’uncinetto, al punto e croce, i nostri sono ricami leggeri. Non come voi maschi che tradite ancora con la clava, bastano due parole di lei e sei cieco. Io volevo sapere. “Dimmi la verità, si vede con un altro.” - “Ma cosa dici?” - “Con chi è uscita ieri sera, che ha spento il telefonino?” - “E che ne so?”... Alzava le spalle e andava alla finestra come chi aspetta qualcuno. Solo che non guardava giù in strada, guardava su. Aspettava notizie dal Sagittario. Ormai era anche lui come quella piuma del pettirosso. Sempre più leggero, quasi trasparente. I bip si erano fatti radi e quelli notturni scomparsi del tutto. Una ninfa e un crisantemo, vince la ninfa, no? “Mangia almeno qualcosa.”... Si alzava di colpo e si chiudeva nella sua stanza. Io diventavo pazza. C’è un ponticello che oscilla sull’abisso e tu vedi il tuo ragazzo che l’attraversa. Ne ha accalappiato un altro che guadagna bene e le ha promesso un divano color panna, tutto qui. (Fruga nella sacca.) Dov’è finita? (Spazientita, la solleva e la vuota. Ne escono cianfrusaglie varie che si sparpagliano. Raccoglie una foto.) Eccola. Crisantemo mio. Lascia dire anche a me qualcosa di astronomico: ci sono le eclissi in cielo? Beh, ci sono anche qui sulla madre terra. (Bacia la foto.) L’amore è una eclissi. Per fortuna dura pochi minuti. Si oscura il cielo, le foglie tremano sulle cime dei pioppi. Poi rispunta il sole e le galline fanno l’uovo. Il resto è suggestione. (Mette la foto in tasca.)

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Grazie. (La finestra a sinistra si apre, qualcuno butta una cicca accesa poi richiude. Per un attimo si è sentita una voce maschile dal tono prepotente, e in sottofondo una delle solite canzonette.) Delinquenti! Piromani! (Calpesta la cicca e la spegne) Poi se brucia il palazzo danno la colpa a me! Tu vieni via da qui, è pericoloso. (Sposta il trespolo in proscenio a destra) Ma dimmi un po’, anche voi vi lasciate andare così? Cosa fate quando la pappagalla vi tradisce? Vi suicidate? O ne cercate un’altra? (Prende un grande cartone, si siede sui gradini e con le forbici lo taglia in quattro parti.) Il mio Corrado se ne cercò un’altra senza aspettare che lo tradissi. Il mio tarlo Corrado, un marcantonio, se tu l’avessi visto. Dio, quanto mi piaceva! L’unico uomo a cui ho detto ti amo. Quando ci penso muoio di vergogna. Lui non diceva no, diceva “nicht tartaifel”. “Corrado, vuoi un cioccolatino?” - “Nicht tartaifel.” - “Ti piace questo vestito?” - “Nicht tartaifel.”. Diceva che suo nonno l’aveva sentito dai tedeschi durante l’occupazione. Chissà se tartaifel vuol dire qualcosa. “Mi amerai per sempre?” - “Nicht tartaifel!”... E rideva, e io stupida lo amavo sempre di più! Pensa, Pippo, che volevo fuggire con lui! Mi sarebbe piaciuto navigare insieme nell’oceano, prendere una barca a vela e arrivare fino a New York proprio sotto la statua della libertà, avremmo mangiato pesci pescati da me con le mani. Ohè, sono svelta, sai! Tu li acchiappi i pesci col becco? Ma va’. Neanche una mosca, sei tardo. Se non ci fossi io... vita comoda, eh? Te l’ho pur tolta la catena. Vai, vai! Vola via, no? No, tu la catena ce l’hai nella testa. Uomini e pappagalli, tutti uguali. Io sarei stata al timone e lui alla vela. Avremmo bevuto acqua piovana raccolta dentro una lattina, come gli ergastolani che fuggono dalla Caienna. Avevo vent’anni e un’energia... e poi via di nuovo! Terra del Fuoco, Islanda, Capo Horn! Anche il tuo paese incognito, con Sumatra e le Molucche! Ci saremmo conosciuti quarant’anni prima, Pippo. L’amore! (Ride.) Il centro del mondo è il suo naso, la sua bocca è il Vangelo e tutto il suo corpo è la Bibbia tutta intera, con Noè, Nabuccodonosor, il Cantico dei Cantici e il mar Rosso che si apre... e tu cammini fra due muri d’acqua e appena sei passata sciummm! E gli altri annegano: amici, nemici, parenti, tutti, perché sulla terra bisogna rimanere in due, due soli, per mangiare le mele zuccherose e ubriacarsi di luna piena. (Ride, ma la voce è commossa.) Dio, che disgrazia è questo amore, che ti fa sentire schiava e padrona, fattrice e puledra, pupilla e palpebra!  

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Ohè, Pippo, qui non passa più nessuno. Questo posto non rende. No, aspetta, qualcuno c’è. Figura rupestre del paleolitico superiore, appena un abbozzo d’uomo. (Tende la mano, si ode il dlìn di una monetina.) L’abbozzo ha pagato. E’ una regola: da chi meno te lo aspetti. (Mette la monetina in tasca, prende i cartoni ritagliati, si risiede e fa in ognuno due buchi da un lato. Poi passa lo spago nei buchi.) Una notte lo sento rientrare di nascosto. C’erano stati degli strani bip nel pomeriggio, molto secchi. Eh, si, Pippo: anche i bip hanno una loro sensibilità amorosa. Mi alzo, vado all’ingresso, accendo la luce. Aveva le scarpe da tennis: fradice. I jeans bagnati fino al ginocchio. “Cos’è successo? Cos’hai fatto?”... (Urla.) “Dove sei stato, perché sei bagnato così?” - “Ho fatto un giro fino al mare” - “E cosa volevi fare, disgraziato?”... (Scuote la sacca vuota come se scuotesse il figlio, poi la butta.) “Se vuoi ammazzarti ammazza prima me!”... (Ha le lacrime agli occhi.) “Te lo dico io cos’è successo, ti ha piantato”. E lui, con una voce incredula che era un frammento, anzi un pulviscolo, mi dice: “si sposa”. (Ha un ruggito, poi ride.) In bianco! Con l’Ave Maria di Schubert! Un marito è un marito, Cristo, avesse anche la gobba o il naso lungo come Cyrano. Un divano color panna! “Dove lo mettiamo, signora?”. Si sposa e ti ha detto “restiamo amici...”. Dì la verità che te l’ha detto! Amici!

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Sta’ zitto, tu! “Figlio, amoroso giglio”. L’astronomia è la scienza che studia Dio. Come poteva capirti? In questo tempo di ossa e di brandelli di carne, dove tutto è tradito da tutti? “Vieni qui, fatti abbracciare, togliti quelle scarpe, adesso ti asciugo, è tutto passato, mai più, promettimelo, mai più!”... (Al pappagallo.) Ma lui, sai cosa mi ha detto mentre gliele toglievo? Che la notte prima aveva individuato una nuova stella e le aveva dato il suo nome. (Rabbiosa) “Dovevi chiamarla crisantemo! Come te e come i fiori che porterò sulla tua tomba!”. Infatti lui adesso è sottoterra mentre in cielo c’è una puttana di stella che si chiama Ninfa. Io però ho ancora fame. (Prende la mezza mela rimasta.) Di doman non c’è certezza. Io me la mangio. (Guarda Pippo.) E tu non rompere. (La mangia tagliandola a tocchetti. Anche il pappagallo becchetta.) L’amore risana i malati e uccide chi è sano. Lo guardavo stordita e pensavo: fai finta che un camionista ubriaco te l’abbia preso sotto. Si muoveva a segmenti, come se volesse saltare dei passaggi. Io non sapevo più cosa fare, morivo con lui ogni giorno. Biascicava frasi spezzate e mi guardava con aria incredula. “Allora è vero. Dunque è così. Esci?” - “No, tesoro, non sto uscendo... ti serve qualcosa?” - “Un po’ di buio.” - “Amore mio, quello non lo vendono...”. Il ponticello si era capovolto e lui stava precipitando, ripeteva camminando su e giù per casa “imperfezione”, “lenti imperfette”, no: “lenti per leggere l’imperfezione”... si fa presto a dire “quello è matto”. Come siamo strani, Pippo... adesso che è tutto finito mi capita di pensare a quel suo amore con tenerezza. Qualche istante di felicità l’avrà pur vissuto. Anche le storie più sfortunate si portano dietro un ricordo gentile. Avranno mai progettato un viaggio? Chissà come gli batteva il cuore quando le ha preso una mano la prima volta. Questo mio figlio fatto in quel modo cosa poteva offrirle se non un nome fra le stelle? Ogni tanto negli angoli del mondo spuntano fiori ignoti, che se li vede un botanico sviene dall’emozione gridando eureka! Ma quando è un uomo ignoto a spuntare, un uomo non catalogato, la terra è costretta a sopprimerlo per non essere scalzata dal suo asse. E lei cosa farà adesso? Starà mostrando alle sue amiche la fede nuziale. Chissà che cicaleccio in quella casa, su quel divano color panna. Nessuno ha colpa, alla fine. Nemmeno tu, bambina mia. Cosa potevi fare? Non ti odio, non odio nessuno. Ognuno vive nella propria infima misura. Ci si assesta lì alla meglio e si lascia fare al tempo. Oddio, quel bigliettino di carta azzurra... non era nemmeno più la sua calligrafia. “Aiuto”... e poi quella frase, impossibile per una madre; le lettere come graffite a fatica sulla pietra, ogni lettera un patimento. Ti avessi comprato un carro armato, a cinque anni, invece di un cannocchiale! Cosa mai mi è venuto in mente? (Accarezza il pappagallo.) La verità, eh? Lui credeva di averla conosciuta al Planetario. Noi ominidi abbiamo questa possibilità: dire bugie a noi stessi. E così ci salviamo. Ma il mio ragazzo non sapeva mentire. Si può essere più incompiuti? Erano passati appena pochi mesi. Il cielo dimenticato. O forse no, si era lasciato ingoiare volontariamente da una forza magnetica senza nome che dopo averlo masticato l’aveva risputato sulla terra. Una larva.  (Si siede sul seggiolino) Sai, Pippo, il male è un cane fedele che trotterella al nostro fianco. Se piangi scodinzola. Se sei felice si accuccia e aspetta. Lui stava sdraiato immobile su quel suo letto che era un letto di morte, c’era puzza di morte dappertutto. Dalla strada veniva su un silenzio innaturale, più antico di noi due. Anche l’orologio della torre batteva sottovoce. Tu sottovoce non sai cosa voglia dire. Voi pappagalli avete un solo tono, onesto e primordiale. Non possedete gli strumenti ingannevoli dell’uomo, scemo d’un pappagallo. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Com’è che dice, Pascoli? “Felice te che al vento / non vedesti cader che gli aquiloni”. (Ride) Mio figlio ha visto cadere tutta la volta celeste. L’oscurità è un progetto. Ma è stata proprio quella ninfa la causa? Tutto quello scrutare fin da bambino non era già un modo per liberarsi d’ogni peso ed esser pronto da subito? E lei non era forse l’essere tanto atteso che ci procura il dolore necessario? Se si potesse svolgere il gomitolo, eh, Pippo? Era nato per sbaglio, sai? Succede solo agli umani, non si potrà mai dire di un cammello... o di un pappagallo. “Figlio de la smarrita”... per sbaglio e io ero sola. Corrado quando seppe che ero incinta mi piantò su due piedi. Lo confidai a mia madre. Una brava donna. Si fece il Segno della Croce e disse subito: “la zia ha un indirizzo”... a quei tempi ci voleva una zia con un indirizzo. Ma io avevo ormai deciso di tenermelo. Mio padre mi coprì di botte. Una figlia puttana. Io urlavo, mia madre piangeva girata contro il muro. Quanto lavava, quanto stirava, quanto spolverava! Lasciai quella casa di notte digrignando i denti con quel che avevo indosso, mi mancava un esame. Mi manca ancora, capisci, Pippo? Niente laurea. Cambiai città e fui fortunata. Trovai lavoro al Museo come fattorina ma la direttrice era una donna intelligente e dopo sei mesi divenni archivista. Lei non aveva figli. Mi diceva: un giorno ti rimprovererà di averlo messo al mondo. Chi te l’ha chiesto, ti dirà. E’ vero,  ma i figli ci promettono l’immortalità, come si fa a resistere? E dopo non puoi più dirgli di no qualunque cosa ti chiedano, hanno solo diritti. L’avessi fatto prima, quanta sofferenza in meno. Quante volte l’ho guardato dormire nel lettino. Mi chiedevo: che ne sarà di te? Ora la stessa domanda me la faccio per un pappagallo. Ti rendi conto, Pippo? Mi capisci o no?

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Mi capisci. Una volta l’ho incontrato, sai, Corrado il  marcantonio. E’ stato il giorno prima che incontrassi te. Vent’anni dopo d’allora, anche più. Ero nella sala d’aspetto della stazione, quando ancora ci facevano stare. Lo vedo entrare con tutta la sua famiglia. La moglie, una marcantonia anche lei, e tre figli marcantoni, tutti maschi, dai sette ai dodici più o meno. Se ne stavano seduti tutti e cinque in attesa di non so che treno, senza dire una parola. Non ci credevo che fosse proprio lui, eppure era lui, sigaretta in bocca. Li ho guardati per mezz’ora. Muti. E ho pensato alle loro cene mute, con solo il rumore delle forchette e dei bicchieri. Erano le sei di sera, la mia ora critica. Ma quella volta invece di commuovermi mi sono alzata e gli sono andata davanti. Così. (Si alza, allarga le gambe e mette le mani sui fianchi.) E mentre lo guardavo mi è venuto anche un dubbio: magari mi sbaglio, non è lui, è solo una somiglianza, vent’anni dopo le facce son tutte orribili allo stesso modo. Lui solo ha alzato il capo, togliendosi di bocca la sigaretta. Gli altri... (Fa un gesto con la mano e un’espressione come a dire: guardavano fisso davanti, ebeti.) Mi ha guardata come un pesce lesso guarda il cuoco che lo mette nel piatto. Allora ho fatto: (Allunga di scatto un braccio in avanti.) “Hai degli spiccioli?”. Lui ha scosso il capo e rimettendosi in bocca la sigaretta ha detto “nicht tartaifel”. (Ride.) Era proprio lui! Gonfio di anni inutili. Tu non lo sai che nostro figlio è morto - ho pensato - non sapevi nemmeno che l’ho messo al mondo, quel figlio. Perché tu sei scappato, vecchia pattumiera, per sposarti quella botte della marcantonia, ma io l’ho messo al mondo. Tu sei l’accattone della vita, non io. E gliel’ho data io la monetina! Gli ho preso una mano - quelle mani che una volta mi facevano tremare - e ci ho messo una monetina. Lui mi ha guardata di nuovo, ma nemmeno un lampo, un sussulto, un dubbio... e pensare che quegli occhi vent’anni prima mi avevano fatto urlare di dolore... niente, non mi ha riconosciuta. E gli altri... (Ripete il gesto di prima.) Sono uscita fuori, mentre annunciavano ritardi. Ma non provavo dolore. L’ho spiato da dietro i vetri della sala d’aspetto. Guardava lesso la monetina. Poi l’ha allungata alla moglie, che l’ha messa in tasca. E anche lui... (Ripete il gesto di prima.) Me ne sono andata verso la campagna con le macchine che mi abbagliavano e suonavano il clacson. Credo di essere caduta in un fosso e di aver dormito lì. Però al mattino quando ha cominciato a piovere io camminavo già sul ciglio e pensavo che volevo essere sepolta su Plutone. Ci sono i vermi su Plutone? Poi ho visto quella casa col tetto sfondato. C’era scritto “casa pericolante”. Ho pensato “speriamo che crolli adesso” e sono entrata.

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Ho urlato “C’è nessunooo?”... Due volte. Poi sento una voce di grattugia che dice greeek. (Ride.) Mi sei stato subito simpatico, ho avvertito il brillìo della tua intelligenza apolide, il calore della tua solidarietà di vecchio single. Ma chi erano i tuoi padroni? Chi ti ha piantato lì? Ladri? Contrabbandieri? Terroristi? Magari con loro usavi più parole. Ti hanno minacciato, ti hanno detto guai a te se parli? Eh? Dicevi mamma? Dicevi coccodrillo? Dicevi brustolini? Cosa dicevi prima?

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Questa non è una parola, è un giudizio universale. Si, caro Pippo, bisogna prepararsi e tu me lo ricordi senza inganno. (Allarga le braccia e chiude gli occhi.) Eccomi qua, Dio sfuggente anzi sfuggevole: prendimi e precipitami. (La finestra si apre, canzonetta banale. Una mano maschile vuota un portacenere sulle carabattole della barbona.) Porci! Bestie! (La finestra si richiude. La canzonetta resta in sottofondo.) Non puoi nominare Dio che subito ti coprono di merda. (Guarda in alto.) Comunque hai capito cosa volevo dire. E non far finta di niente. (A Pippo.) Scusa per quel bestie, a noi umani ce l’insegnano fin da bambini. Chissà che ora è, adesso, nella tua foresta? Forse i tuoi fratelli volano dalle fidanzate. O se ne stanno a sonnecchiare sui rami mentre i cacciatori di sotto preparano le reti. (Si apre di nuovo la finestra, solita musichetta, una mano di donna getta fuori un vasetto di yogurt vuoto.) E’ lo yogurt di mezzogiorno. Chiudi, Barbie del cazzo! (La finestra si richiude di colpo. La musica resta in sottofondo.) Verrà l’inverno. E allora vi rompo tutti i vetri! Canaglie gonfie di yogurt magri! Di tavolette dietetiche! Di complessi vitaminici con sali minerali! Che vi vada di traverso la vostra crusca che regola l’organismo! Che possiate crepare nel veleno delle vostre marmitte catalitiche! E che il buco dell’ozono vi bruci il cervello! (Si ode uno sparo, la barbona fa un balzo facendo da scudo al pappagallo.) Ohè! Sparano a noi? (Dall’alto piomba giù un uccellino morto. La barbona lo raccoglie.) Hanno aperto la caccia? Un etto di piume. Sei un pettirosso? Ecce homo. (Si siede sul paracarro con l’uccellino in grembo.) Siamo una bellissima pietà, ci vorrebbe Michelangelo. (Accarezza l’uccellino.) Il mio crisantemo. Picchiettava nel telefonino, rileggeva i vecchi messaggi. Poi lasciò che la batteria si scaricasse per sempre. (Dal seno cava fuori un vecchio bigliettino di colore azzurro, stropicciato. Lo rilegge, poi abbassa la mano sul grembo.) Fu lui a chiedermelo, Pippo. Non volevo crederci. Toccava alla madre. Avessi potuto soffocare anch’io sotto lo stesso cuscino. Al di là della porta ormai si sentiva solo qualche gemito lungo e rado. Gli dava fastidio la luce, voleva tutto chiuso. L’oscurità è un progetto. Io il progetto l’ho rispettato. Ne sono stata complice. Fedele e devota come una novizia. Ma quella notte, prima di entrare nella tua stanza, figlio mio tu non lo sai, io sono salita in cima a un monte altissimo. E ho guardato il cielo da vicino senza telescopi. In un’aria tersa e pura. Forse era il Tibet, o una guglia del deserto. Un paese straniero assai lontano dal nostro. Le stelle erano cristalli e pulsavano, forse volevano dirmi qualcosa, qualcosa di urgente, ma io non le ho ascoltate perché cercavo lei, la sfinge crudele con gli artigli e le zanne e con le ali da rapace. L’avrei guardata negli occhi di leonessa, l’avrei afferrata per i capelli mentre ride, l’avrei strappata via dal cielo. Forse in quel modo potevo salvargli la vita. E invece, Pippo... le stelle di colpo smisero di pulsare e si fecero di sangue infetto e vidi che tutte avevano artigli e zanne. Anche il cielo è un ammasso di bestie feroci, di sfingi che mostrano i denti, di tarli che rodono la materia, si sente il loro rosicchiare, altro che rombo della creazione! Tu ci vedevi le meraviglie della speranza, io ci ho visto il male che ringhia e si espande. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - E sono tornata a casa. (Rimette il biglietto nel seno.) C’è una notte che è diversa da tutte le altre. Facci caso se ti capita. Ti prende  un’euforia innocente che è come un ricordo dell’infanzia. Lui mi aspettava perché i cardini quella volta non hanno cigolato. Sono entrata. Aveva ormai la schiena piagata, il palmo delle mani scorticato dalle unghie, il suo costato era una prugna secca, violacea, una manciata di ossa e di vene vuote. Vuoi che te lo dica col passato remoto? In quel momento il mio sguardo si piagò e fece pus. Come la sua schiena. E per la prima volta compresi che tutto questo non poteva accadere per uno scarto d’amore. Che ridicoli siamo, a cercare i perché nel nostro centimetro di terra! Nel mistero di quella stanza regnava un grumo di sofferenza assoluta, un principe del dolore seduto in trono, una concentrazione di patimento così grande che avrebbe potuto accendere tutte le luci di Las Vegas se fosse stato possibile trasformarla in energia. Nel chiarore della porta socchiusa percepii che quel bimbo muoveva le labbra. “Vuoi che apra la finestra? Vuoi che faccia entrare un po’ d’aria buona?”... Anche la mia voce era un pulviscolo. “No, così. Sapessi quanta luce c’è in questo buio.”… Sono state le sue ultime parole. Chissà in quale galassia abitava ormai. Ho richiuso la porta e il buio è tornato profondo e tiepido. (Parla all’uccellino.) Figlio mio così quieto... mentre fuori c’è la vita immaginata... tramestii, rumori, mongolfiere e cavalli alati... lo senti questo fischio? E’ il vento nel camino. E’ un camino grande e da lì si sente fischiare il vento. Tu stai in braccio a me e aspettiamo. Ci sono gli gnomi che guardano dai vetri della finestra, spiano la befana che scende proprio da lì. Ma solo quando il camino è spento, sennò la vecchia si scotta i piedi. Quando è acceso, invece, si buttano lì a bruciare i gusci di noce. Aspetta, non dormire ancora. Senti queste vocette? Sono gli spiriti del castagno, che sbucciano le castagne. Tutto molto naturale. Lo vuoi un po’ di miele? Ti fa crescere forte. Senti la pendola, battono le tre. E’ l’ora dei ragnetti tessitori che vengon giù dal soffitto. Ti preparano una sciarpa per quando farà freddo. (Un riso leggero.) Smettila di farmi il solletico, birbante, lo sai che non resisto. Basta, sciocchino, impertinente! Basta, basta! (Ride più forte, si dimena un po’ come se le facessero il solletico.) Guarda che chiamo l’asino che monta sul tetto e raglia alla luna, e lei si spegne! (Lancia un grido straziante e piange, con gemiti che la scuotono. Poi si riprende.) Oh, si, gliel’ho dato un bacio sulla fronte. Tutto molto naturale. Cosa vuoi che ti dica, Pippo? E’ passato da un buio all’altro o forse da una luce a un’altra luce. Io ho dovuto soltanto premere un po’ il cuscino. Era così leggero il suo respiro, appena un volo di farfalla, una fogliolina secca che tocca terra dicendo grazie. Dici che l’ho ucciso? Non era già morto da secoli? Io dico di si. Un giorno troveranno la sua impronta fossile incastonata tra due conchiglie, nella valle del Nilo. E negli scavi celesti di domani gli esploratori venuti dalle Pleiadi troveranno il suo motorino parcheggiato su una stella ormai spenta di nome Ninfa, la prima a destra nella Costellazione del pappagallo. (Ride amaro) 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Sta’ zitto, e lascia ridere me da sola. No, non ho colto quell’attimo. L’ultimo respiro si coglie solo al cinema, i morti veri lo tengono per sé. Secondo me c’è un ultimo respiro segreto che dà un piacere di latte materno e i morenti se lo godon tutto ed è la sola cosa che non si divide con nessuno ed è per questo volar via sublime che le madri ci partoriscono. 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - Questo è un greeek di circostanza, materialista di merda. Beh, che ti piaccia o no in quel momento il mio cuore si è fermato a lungo. E ho pensato dev’essere così là sotto. Tutto molto naturale. Si sentivano delle voci, i Barattelli stavano litigando nell’appartamento vicino, litigano anche il venerdì santo da più di  quarant’anni. Gli ho rimesso il cuscino sotto il capo. Ho acceso l’abat-jour. “Figlio occhi iocondi”. Glieli ho chiusi. L’ho guardato a lungo in quella sua pace che era anche la mia. Pace. Pace. Finalmente, povero ragazzo nato per sbaglio. Finalmente, povera vecchia assassina di innocenti. Poi ho aperto l’armadio e lo sportello non ha cigolato. C’è un giorno armonico in cui i cardini non cigolano più. Si passano la voce e lavorano in silenzio. (Si alza e posa l’uccellino sul seggiolino) Ho scelto i suoi jeans preferiti e la giacca a vento, quella che metteva per andare in motorino. L’ho rivestito pian piano, tutto molto naturale. (Ripete i gesti come se l’uccellino fosse il figlio.) A uno a uno ho preso i suoi telescopi e li ho adagiati con cura sul letto. Uno al suo fianco di qua, uno al suo fianco di là, uno tra le sue mani, due ai suoi piedi, i più piccoli. E il più grande vicino alla finestra, reclinato come un crisantemo. Tutto molto naturale. Non c’era più quel puzzo di morte. C’era un odore di buccia d’arancia abbrustolita sulla stufa. Allora ho scritto un biglietto e l’ho appeso alla porta: “Qui c’è un ragazzo che amava l’astronomia. Seppellitelo con i suoi telescopi”. Ho lasciato la porta accostata e me ne sono andata scendendo adagio le scale. Ero piena di grazia e di pace come certe domeniche in chiesa da ragazza, quando il prete mi diceva “ego te absolvo”. Ho buttato il suo telefonino in un tombino. Sono andata alla stazione e ho preso un treno. Poi ne ho preso un altro e un altro. E da quel momento non ho avuto più un nome. 

IL PAPPAGALLO - Greeek.... Greeek.... Greeek...

LA BARBONA - (Fa l’atto di dargli un manrovescio, poi si alza e rimette nella sacca le cose che aveva rovesciato a terra) “Ego te absolvo”, figlio mio pennuto. Ne parlarono i giornali, un privato anonimo che si definì “astronomo dilettante” si accollò le spese del funerale. Fu sepolto nel cimitero nuovo, fuori porta. “Con tutti i suoi telescopi” lessi in un articolo. Ero stata esaudita. Cercavano la madre. Non mi hanno mai trovata. Poi ci sono stati altri delitti, qui e in tutto il mondo. E a me non hanno pensato più. Non sono mai stata sulla sua tomba. Non so nemmeno in che anno siamo. E’ già passato il duemila? Siamo già arrivati su Marte? Io mi ricordo quando fotografarono l’altra faccia della luna. Sembrava che tutto dovesse cambiare. Che quelli che stavan dentro dovessero stringersi un po’ per far entrare quelli che stavan fuori. E che dal cielo infinito dovesse piovere la manna come sui figli d’Israele. In fondo poteva essere, la vita non è altro che una traversata del deserto. Invece niente. Avevi torto, ragazzo mio: il progetto è l’oscurità. Io, se potessi, vorrei essere sepolta nel mio vecchio Museo archeologico. L’unico posto dove sono stata bene. Basterebbe scoperchiare un sarcofago e mettermi dentro. Di un po’, Pippo: non li dimostro anch’io i miei cinquemila anni? (Ride.) 

IL PAPPAGALLO - Greeek....

LA BARBONA - (Si ode un tuono. La barbona urla guardando il cielo.) C’è nessuno in casaaa??? (Toglie il biglietto azzurro dal seno e protende in alto la mano che lo stringe.) Postaaa!!! (La solita finestra si apre ma stavolta niente musica: uno “scloc” di porta che si chiude.) Hai visto, Pippo? Speravo che si spalancasse il cielo e invece sì è spalancata la finestra. (All’interno si ode la voce di donna: un misto di parole e di pianto. La barbona ascolta, scuote il capo.) Mi spiace, signorina. Non la posso proprio aiutare. Nicht tartaifel. (La finestra resta aperta, le parole sono cessate, ora c’è solo pianto. La barbona prende un cartello e il pennarello.) Che cosa ci scriviamo stasera? (Fa per scrivere qualcosa ma si ferma) No. Forse... (Fa per scrivere ma si ferma di nuovo) No, nemmeno. (Riflette un attimo, poi butta via il pennarello e si appende al collo il cartello in bianco.) Così. Ci siamo dati un senso, finalmente. (Ride. Si ode un tuono più vicino. Dalla finestra aperta il pianto continua misto a rare parole indecifrabili.).  
 

FINE

 


Tutti i diritti sono riservati

e-mail:
vittoriofranceschi@libero.it