IL FANCIULLO ALLEGRO
(2002/2009)

di
Vittorio Franceschi

Apologo con canzoni




 

Personaggi
 
 

IL REDUCE

LA RAGAZZA DEL POETA

IL CORO DEI RAGAZZI
(Gli attori del Coro indossano maschere che li fanno sembrare
ragazzi di 12-13 anni. Dal Coro, talvolta, escono voci singole)

VOCI SINGOLE

Giocondo il biondo
Michelina detta “Spezia”
Gina “la credulina”
Il ciccione Filippo
Clemente il balbuziente
Armandino “il vedovo”
Vera “la leggera”
I due gemelli
Marco “il tenore”
Martina “la brilla”

IL FANCIULLO ALLEGRO
(rappresentato da una marionetta)


 
 




Dal proscenio fino al fondo scena, c’è un prato verde segnato da un sentiero curvo e chiuso all’orizzonte da un bosco. Sulla destra, verso il fondo e orizzontale rispetto al pubblico, c’è un muretto di colore incerto, stinto. Un po’ più vicino al proscenio, ma leggermente spostato verso sinistra, c'è un mandorlo fiorito. Sotto il mandorlo c'è un sasso, sul sasso è seduto un uomo. Indossa una divisa da soldato, lacera. Ha i capelli bianchi, la barba di molti giorni e stringe fra le mani un vecchio quaderno bruciacchiato. Poco lontano da lui, posata a terra, c'è una valigia un po' ammaccata. Appoggiata al muretto e illuminata da un chiarore lunare, c'è una ragazza. E' giovane, diafana, talvolta il suo viso è rischiarato da un tenue sorriso. Indossa un abito leggero con sottili spalline, sembra una farfalla notturna. Ai piedi del muretto, una cetra. Posato sul bordo del muretto, un album di fotografie.

    1 - CANTO DI APERTURA
    (La ragazza canta)

    E’ l’inizio ma già la fine sorride.
    Il chiaro del giorno
    si svela appena
    con i suoi tremori.

    Il vecchio poeta dice:
    hanno la stessa età
    la morte e la luce.

(La ragazza prende l’album di fotografie e si siede sul prato. Sfoglia l’album. Da dietro il muretto spuntano i ragazzi del Coro)

IL CORO - Non si è mai saputo quanti anni avesse quel vecchio. Ma dovevano essere tanti a giudicare dalle rughe: il suo viso sembrava un letto di fiume prosciugato.

LA RAGAZZA - Rughe senza volto? Fiumi senza letto?

(Continua a sfogliare. La luce su di lei si attenua mentre sale la luce sul Reduce. Né il Reduce né la ragazza resteranno mai completamente al buio)

IL CORO  -  O forse eravamo noi a vederlo così, noi che allora eravamo dei piccoli ragazzi con grandi occhi. Del resto ne abbiamo un ricordo vago. Eravamo così giovani!

IL REDUCE - Scavezzacolli ansiosi di vita.

IL CORO - Arrivammo lì per caso, tutta la combriccola, durante una corsa nei boschi che sovrastavano la vallata, spezzata qua e là da canaloni rocciosi.

IL REDUCE - I boschi mi sono sempre stati familiari.

IL CORO - Ci eravamo fermati nell'ombra di un dirupo per prender fiato e lo vedemmo.

IL REDUCE - Sedeva su questo stesso sasso.

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Buonasera.

IL CORO - Eravamo un po’ intimoriti.
 
IL REDUCE - Buonasera.

IL CORO - Rispose con un mezzo sorriso.

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) Aveva una voce scabra, quasi roca.
 
VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Perché hai parlato troppo?
 
IL REDUCE - No. Perché ho troppo taciuto. (Armandino “il vedovo” piange)

VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) E chi è quella ragazza che siede accanto a te?
 
IL REDUCE - Una ragazza? Quale ragazza?

(Si volta verso la ragazza)

 Non c’è nessuna ragazza seduta accanto a me.

(La ragazza ha un leggerissimo riso argentino. Sfoglia l’album)

IL CORO - A noi sembrava proprio che ci fosse ma non insistemmo per non irritarlo. Forse, pensammo, è un segreto della sua vita e non è bene rimestare nei segreti dei vecchi. Perciò cambiammo subito discorso.
 
VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Hai visto anche la morte? (Si porta una mano alla bocca, come pentita di aver parlato)

IL CORO - (Guardando severamente Vera) Non sapremmo dire da quale profondità ignota le fosse venuta quella stupida domanda.

IL REDUCE - La morte? Si, l’ho vista.
 
VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) E com’è?

IL REDUCE - E’ un fanciullo allegro.

VOCE SINGOLA - (I due gemelli, all’unisono, scattando sull’attenti) E come si annuncia?

IL REDUCE - Con un campanellino.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) E non invecchia mai?

IL REDUCE - No, non invecchia. Solo, qualche volta si camuffa.

(Il Reduce infila i pollici nelle orecchie facendo una boccaccia. Tutti ridono)

IL CORO - Cominciava a piacerci, quel vecchio sconosciuto.

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Vuoi dire che la morte si traveste?

(La ragazza sfoglia l’album e indica una foto)

LA RAGAZZA - Gina detta credulina, la più ingenua della compagnia. (Indica un’altra foto) E i due gemelli sono i figli del maresciallo.
 
IL REDUCE - Si, la morte si traveste ma non chiedetemi in che modo, non lo so nemmeno io. Forse una volta lo sapevo ma ora non me lo ricordo più”.
 
VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”) Ti aiutiamo noi!

LA RAGAZZA - (Indica un’altra foto) Michelina detta “Spezia”, la figlia del droghiere.

ALTRE VOCI SINGOLE - (Marco “il tenore”) Da postino? (Giocondo il biondo) Da barbiere? (Clemente il balbuziente) Da me-me-mendicante?.

IL CORO - Esitava, il vecchio. Sembrava… sembrava…

LA RAGAZZA - Sembrava cercare nell’aria i ricordi.

IL CORO - O forse era solo un modo per distoglierci da quel pensiero. Effettivamente la morte non è cosa per ragazzi. Esitava e sbatteva le palpebre come quando… come quando… (I ragazzi del Coro si guardano fra loro, poi guardano il reduce)

IL REDUCE - Come quando si passa dal buio della cantina alla luce del cortile.

IL CORO - Proprio così. Allora ci girammo verso la signorina misteriosa, quella che c’era e non c’era.

(La ragazza fa un leggero segno di diniego)

 Ma lei ci fece segno di no con la mano. Aveva stampato sul viso un sorriso enigmatico.

IL REDUCE - Tanto lo scoprirete da soli come si traveste la morte.

(Il Reduce si distende su un fianco)

IL CORO - E si girò su un fianco per dormire.  Dopo quel primo incontro noi ragazzi cominciammo a frequentarlo. Eravamo rimasti colpiti da quel volto mutevole, talvolta buffo talvolta severo, da quella bocca tormentata che sembrava pescare le parole in un passato senza fondo. Ogni tanto, poi, quando meno ce l’aspettavamo, si metteva a cantare. “Le parole vanno a guado, la musica vola”...

(Per qualche istante il Reduce e la ragazza cantano insieme)

IL REDUCE e LA RAGAZZA - (Cantato) Le parole vanno a guado, la musica vola.

IL CORO - Chissà dove aveva imparato quelle canzoni a noi sconosciute? Gli facevamo visita ogni giorno: arrivavamo al mattino e ce ne tornavamo via la sera.

IL REDUCE - (Si rimette seduto) Appena in tempo per la cena! Io correvo subito a casa, mi acquattavo nel mio angolino e ancora trafelato scrivevo tutto su questo quaderno. Tutto quello che il vecchio ci aveva detto. Era diventato per me il libro delle leggi. Ma una sera d’inverno il quaderno finì nella stufa perché non c’era più legna e tutta la famiglia tremava dal freddo. “Bruciamo la seggiola del nonno, tanto il nonno è all’ospedale!” disse mio fratello. “L’abbiamo bruciata ieri!” rispose mia madre. “Allora bruciamo il tavolo!”… “Così non avremo più un tavolo su cui mangiare!”… “Tanto non c’è niente da mangiare, mamma!” La zia taceva, con la coperta rattoppata sulle ginocchia. Insomma, io non ricordo chi sia stato a gettare il mio quaderno nella stufa ma ricordo che riuscii a strapparlo a stento alle fiamme. Ne uscì bruciacchiato, molte pagine erano andate in fumo ma per fortuna qualcuna si era salvata e qua e là si potevano leggere dei frammenti. Ancora oggi scavo nella memoria per ricomporli. C’è sempre un dettaglio che riaffiora, in mezzo a tanto vuoto. Piccole scintille in un braciere pieno di cenere… perché anch’io ho i miei anni, ormai. Una cosa però me la ricordo bene: il vecchio dava del tu a qualcuno che non si sapeva chi fosse.

(La ragazza ha un leggerissimo riso argentino)

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che il vecchio era un poeta. Si vede che i poeti hanno questa necessità, di rivolgersi a qualcuno che non c’è ma che sa tutto di loro.

LA RAGAZZA - Qualcuno di cui si fidano e per questo gli danno del tu.

            2 -   IL TU DEI POETI
    (Il Coro canta)

    Tu che occulto mi ascolti
    e che io non conosco
    mio io e mio tu
    che mi doni l’oblìo
    tu ragazzo che corri
    tu nube che passi
    tu amico dei poeti
    cornamusa e grancassa
    tu sorriso di donna
    tu speranza che muore
    tu vita dilaniata
    tu morte indolore
 
    tu che sei tutto e nulla
    tu che esisti e non esisti
    mio io e mio tu
    che mi doni l’oblìo
    tu che a me ti riveli
    tu che a me ti nascondi
    tu letto di spine
    medicina e veleno
    tu amico del cuore
    tu figlio di puttana
    tu che sciogli i miei lacci
    e mi leghi le mani!

    (La ragazza canta)

    Il tu dei poeti è come un Dio
    che nasconde al mondo i suoi segreti.

IL REDUCE  - Quel vecchio non parlava un linguaggio semplice, un linguaggio “da tutti i giorni”, come si suol dire. Faceva anche lunghe pause durante le quali poteva muovere le mani nell’aria, o aguzzare l’udito come per percepire meglio un rumore lontano, o sollevarsi appena dal sasso per scrutare con ansia il fondo del viottolo. Qualche volta si arrabbiava con se stesso. Allora stringeva i pugni e si batteva la testa come per costringerla a funzionare meglio. Ricordo che mio nonno, quello di cui era stata bruciata la seggiola, faceva così con la vecchia radio di casa. “Pum! Pam!”… giù pugni! E la radio si rimetteva a funzionare! E così la testa del vecchio: “Pum! Pam!”… e anch’essa si rimetteva a funzionare!  E io credevo che quello fosse il trucco per superare gli intoppi della vita: pum, pam, e tutto si rimette a funzionare.

IL CORO - Guardavamo ammirati quell’uomo solitario che dopo essersi battuto la testa declamava versi, sorridente e ispirato… versi suoi, si suppone.

(Il Reduce e la ragazza ora dialogano come se si conoscessero da molto tempo)

LA RAGAZZA - I poeti amano declamare i propri versi.

IL CORO - Per forza! Ai versi hanno affidato ogni speranza, ci hanno stipato dentro tutto quel che avevano, come in un salvadanaio.

IL REDUCE - Però dovrebbero sapere che agli altri di quelle speranze non importa nulla.

LA RAGAZZA - Solo a pochi eletti…

IL REDUCE - Appunto! Io pensavo di essere un eletto… e così, molti versi… li ho segnati qui… però, come dicevo… questo quaderno è un vero disastro…

(Sfoglia con delicatezza il quaderno, che ogni tanto perde un pezzo. Lo allunga verso la ragazza, perché legga lei)

 …ecco, ecco, qui si legge abbastanza bene…

LA RAGAZZA - “Hanno la stessa età / la morte e la luce”…

IL REDUCE - Si, esatto. Grazie.

IL CORO - Più i poeti si sforzano di essere luminosi, più i loro versi risultano oscuri.

(Anche la ragazza, ora, ha un bel riso argentino)

 Quel verso poi lo ripeteva ogni giorno, doveva essere il suo preferito.

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Forse quel vecchio apparteneva alla razza degli oscuri.

IL REDUCE - Si, è molto probabile.

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) Del resto il suo comportamento stravagante lo lasciava supporre.

IL REDUCE - Era sempre inquieto.

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) Come gli innamorati quando la ragazza tarda all’appuntamento.

IL REDUCE - (Sorride) Mia madre avrebbe detto “agitato”, si, lo diceva sempre di me… “è agitato, non sta mai fermo”…

VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") E’ vero che non stavi mai fermo?

IL REDUCE - Ero un ragazzetto magro come un’acciuga, con un’energia… ah!…

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Ma ora, a quell’età… senza offesa, nonno… quel che è fatto è fatto, no? (Si porta di nuovo una mano alla bocca. Gli altri del Coro la guardano con severità)

IL REDUCE - Con i ragazzi ci vuol pazienza.

VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") Dunque perché tanta irrequietezza?

IL REDUCE - (Alzandosi in piedi di colpo) Ssssttt!! (Si bagna un dito e lo alza come per sentire il vento)

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Nel bel mezzo di una conversazione era capace di alzarsi in piedi con un “Ssssttt!!”.

IL CORO - Nel silenzio di tomba che si faceva si bagnava un dito per sentire il vento.

VOCE SINGOLA - (I due gemelli, scattando sull’attenti) Poi scuoteva il capo e diceva no. (Il Reduce si risiede)

VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") Diceva “non ancora”.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Non ancora cosa?

IL CORO - Era davvero scocciante. Noi ragazzi eravamo proiettati verso un futuro così vicino e ricco che potevamo allungare la mano per tastarne la consistenza, come si fa coi limoni per capire se hanno sugo. Ma lui, che avevamo eletto a nostra guida, invece di rispondere in modo chiaro alle nostre domande come avrebbe fatto Mosè, invece di indicarci la strada con un gesto… “di là” oppure “di là”… si grattava dietro l’orecchio, evasivo e dubitoso, tirandola in lungo con litanie di parole.

IL REDUCE - Più tardi ho capito questo: la sintesi appartiene alla giovinezza, che ha visto poco e ha fretta di vivere.

IL CORO - I vecchi invece hanno visto troppo e hanno paura di morire. E così procedono adagio in una palude di dettagli inutili e ogni dettaglio è accompagnato da un dubbio di cui sono gelosi.

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) Perché pensano che i dubbi servano ad allungare la vita.

IL REDUCE - Proprio così.

IL CORO - Ah, abbiamo dimenticato di dire che quell’uomo non ci rivelò mai il suo nome.

        3 - PARKING
    (Il Reduce canta)

    Il problema alla mia età
    non è capire dove si andrà
    ma dove siamo stati
    in tutti questi anni ormai passati.

    Spremi la tua memoria
    tutti abbiamo una storia
    un grande amore alle spalle
    un amico sulla sedia a rotelle.

    (Il Coro canta)

    Spremi la tua memoria
    tutti abbiamo una storia
    una macchina che non parte
    un padre ferito a morte.

    Ti guardi nello specchio…
    Dio, come sei vecchio!
    Ingrassato e un po’ pelato…
    dimmi: dove sei stato?

    (La ragazza e il Reduce, insieme)
 
    Io davvero non lo so
    mi ricordo / ti ricordi che c'era un oblò
    e da lì guardavo / guardavi il mare
    com'era bello lasciarsi cullare!

    (Il Reduce)

    Poi devo aver dormito
    e quando mi sono svegliato
    col cuscino rotolato a terra
    fra uno sbadiglio ed un crampo
    ho sentito la tivù
    che annunciava maltempo
    in zona di guerra.
 
    (Il Coro)
 
    Era sparito l’oblò
    e anche il mare non c’era più.

    (La ragazza e il Reduce, insieme)
 
    Il problema alla mia/tua età
    non è capire dove si andrà
    ma riuscire a ricordare
    dove si è parcheggiato il cuore.

IL CORO - Le parole del vecchio mettevano in noi radici sempre più profonde, anche se il loro senso ci era oscuro.

IL REDUCE - Ci piaceva pensare che queste radici un giorno sarebbero spuntate dall’altra parte della terra e l’avrebbero avvolta, ricoprendola tutta come una matassa di radici.

IL CORO - Una matassa che nessuno mai sarebbe riuscito a districare, neanche Alessandro Magno con la sua spada!

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Chissà cosa c’è dall’altra parte.

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Vecchio, cosa c’è dall’altra parte della terra?

IL REDUCE - Proprio qui sotto?

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”) Si, proprio qui sotto.

IL REDUCE - Ci sono buone probabilità che qui sotto ci sia il mare.

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Allora i nostri pensieri hanno i piedi nell’acqua!

(Tutti ridono, anche la ragazza, col suo solito riso argentino. Il Coro imita il rumore delle onde)

IL CORO - Sciuuummm... sciuuummm”...

IL REDUCE - Mi sembrò che anche la ragazza ridesse, quella ragazza che c’era e non c’era.

(Si gira verso la ragazza, che però scompare ridendo dietro all’albero)

 Ma non ne sono sicuro perché sentendosi osservata lei subito s’era nascosta con un guizzo d’argento e io pensai “forse è una sirena!”…

(La ragazza canta un’aria senza parole, dolcissima e inquietante, un vero “canto delle sirene” che il Reduce ascolta incantato e che dopo poco cessa di colpo)

IL REDUCE - “Voglio andare per mare!” Mi alzai in piedi gridando. Allora anche i miei compagni s’alzarono in piedi:

VOCI SINGOLE - Anch’io, anch’io!…

IL REDUCE - Tutti volevamo partire, chi con la barca, chi con la nave.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Aggrappato a una botte! (Tutti ridono)

IL CORO - Il vecchio fu molto colpito dal nostro entusiasmo. Eravamo tutti in piedi, bagnati di sudore. Sembravamo gli eroici mozzi di una nave pirata. Chi brandiva un rametto, chi una fionda, chi un sasso.

LA RAGAZZA - (Sfogliando l’album) Il ciccione Filippo, Giocondo il biondo, Clemente  il balbuziente...

IL REDUCE - Ma sapete nuotare? (Piomba il silenzio)

IL CORO - Quel rompiscatole era bravissimo a spegnere i nostri slanci, ma noi eravamo più ostinati di lui.

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) A nuotare s’impara!

IL CORO - “Siiiii!!!”

IL REDUCE - Va bene. Ma se proprio volete partire, fatelo di notte.

VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”)  Perché di notte?

IL REDUCE - (Facendo l’occhiolino) Una vera partenza di notte riesce meglio.
 
IL CORO - Clemente il balbuziente, che era molto timido, si fece coraggio.

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) Ma non si può pa…rtire a mezzogiorno,  con i pa-parenti e gli amici c…he ti salutano col fa-fazzoletto e ti gridano “Auguri!…   Scrivi! Fat…ti onore!”? (Tutti ridono)

IL CORO - Tutti ridemmo. Anche il vecchio sulle prime sorrise ma poi cambiò espressione.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) L’umore dei poeti è così mutevole!

(La ragazza si china sul Reduce e cava un pettine da un taschino della sua divisa)

IL REDUCE - La ragazza si girò verso di me e mi guardò a lungo… e io capii che mi stava scrutando dentro.

(La ragazza pettina affettuosamente il Reduce)

LA RAGAZZA - Chi parte semina invidia nel cuore di chi resta. E chi resta farà di tutto per riportarlo a casa e renderlo simile a lui per potergli dire: hai visto?… Ne valeva forse la pena?…
 
VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”, con aria sconsolata) Come il figliuol prodigo. (Piange)

IL REDUCE - Si, proprio come lui. Perciò, se un giorno partirai fallo di notte. E non dirlo a nessuno. Che nessuno ti veda dalla finestra, nessuno t’insegua per farti desistere. Non lascierai nessun biglietto, nessun indirizzo. Camminerai solo sulla crosta del mondo. Anche se sguinzagliassero una muta di cani, non ti troverebbero. E ricordati: qualunque cosa accada, non tornare indietro. Sii fedele al tuo sogno fino in fondo.

(La ragazza si alza, si appoggia al muretto e riprende a sfogliare l’album di fotografie. Il Reduce sfoglia il quaderno)

IL CORO - Il vecchio tacque per un istante, soprappensiero. Poi bisbigliò…

IL REDUCE - (Indicando un punto di una pagina) “Mai la vita ritrova / ciò che il sogno ha perduto”. (Si alza, va alla valigia e la apre)

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che il vecchio aveva la barba incolta, proprio come i marinai.
 

    4 - LA PARTENZA
(Il Coro e voci singole cantano in alternanza)

Porto un paio di scarpe
o due? Lamette da barba
ce n'è un pacchetto.
Mi servirà lo specchietto?
 
Porto maglie di lana
o cotone? Calzette scure
che van sempre bene.
Mi basterà un pigiama?

Porto il vecchio giubbotto
di pelle o il cappotto
un poco più elegante?
Mi servirà la patente?

Porto “I fiori del male”
o “Spoon River”?
O gli “Ossi di seppia” di Montale?
Mi servirà uno scaffale.

Porto anche un sacchetto
di terra di questo paese
che sbarra le porte.
Mi aiuterà la sorte?

Porto anche la sveglietta.
Un thermos da viaggio
e una mela renetta.
Son preparato al peggio?

Porto tutti i risparmi
o una parte? Le foto
ingiallite dei miei avi?
Mi serviranno le chiavi?

La valigia ora è piena
eppure mi sembra vuota
la sollevo: è leggera
eppure sembra pesante.

Ci vorrebbe più coraggio
e partire senza niente
per marciare controvento.
Questo è un difficile viaggio.

(La ragazza, voce singola)

Le vie sono deserte
fischia il treno lontano
s'intrecciano i destini.
Sui tetti stanno i cecchini.

 
IL REDUCE - S’era fatto un grande silenzio: sembrava proprio il silenzio di quella notte grandiosa, quando si esce in punta di piedi e ci si tira dietro la porta di casa che si chiude con uno “scloc” leggero. Quello scloc vi dice che è accaduto qualcosa di irreparabile. Quello scloc è il primo punto fermo della vostra vita. Dopo lo scloc della nascita, beninteso, nel quale però voi non avete messo becco. “Quello stesso scloc” pensai “dovette sentirlo il figliuol prodigo quando abbandonò la casa del padre”.

LA RAGAZZA - Lui però non fu fedele al suo sogno fino in fondo.

IL CORO - Che ne è stato di quel ragazzo, finita la cena col vitello grasso?

VOCE SINGOLA - (I due gemelli) Non si hanno notizie.

IL REDUCE - Temo che la sua vita, dopo, sia stata piuttosto infelice.

(Si alza e va su e giù)

 Queste riflessioni erano nuove per me e mi turbavano molto perché dappertutto, in famiglia come a scuola e soprattutto in chiesa, nelle prediche domenicali, i grandi avevano usato quella parabola per ammonirmi e per educarmi.

LA RAGAZZA - E comunque, la partenza avviene prima di tutto nel tuo cuore.

IL REDUCE - Nel mio cuore?

(Si guarda il petto. Anche i ragazzi si guardano il petto. Si ode il suono di un campanellino)
 
VOCE SINGOLA - (I due gemelli) Chi va là?

(La ragazza ride)

IL REDUCE - Sentii suonare un campanellino. O almeno mi sembrò. Anche Carletto e Carlotto, i due gemelli....

LA RAGAZZA - (Indicando una foto dell’album) I figli del maresciallo.

IL REDUCE - Anche loro l’avevano sentito.

VOCE SINGOLA - (I due gemelli all’unisono, scattando sull’attenti) Faceva dlinn dlinn.

IL CORO - Guardammo dietro l’albero, perché il suono veniva da lì. Ma non c’era nessuno. Per un po’ non riuscimmo a parlare, incerti e intimoriti. Era già il tramonto e nuvole viola, stracciate come vecchie bandiere,  andavano lente verso est.

IL REDUCE - Ogni giorno un falso allarme, la vita è così. Non fateci troppo caso. Piuttosto… se fossi in voi prenderei lezioni di nuoto”.

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che il vecchio beveva a piccoli sorsi da una borraccia.

    5 - LEZIONI DI NUOTO
    (La ragazza canta)

    Ma non così, ma non così
    stai più rilassato!
    Hai forse paura di annegare
    in due dita d’acqua?
    Su, tienti qui… su, tienti qui
    e batti i piedi!
    Ogni due bracciate per respirare
    tira fuori la testa.

    Ma non così, ma non così
    per forza hai bevuto!
    Sei teso, sembri un blocco di marmo
    lo credo che affondi!
    La testa giù, la testa giù
    e gli occhi aperti!
    Orizzontale, su, lasciati andare
    non ci sono onde!
 
    (Il Reduce, parlato)
 
    Mamma, vorrei piangere!
    Perché mi hai fatto nascere?
    Anche adesso che son grande
    il nuoto non fa per me
    non c’entrano gli istruttori
    l’acqua mi fa paura
    in sé.

    (Il Reduce, cantato)

    Vedo gli altri che vanno nel mar
    con bracciate lunghe così
    poi si girano e fanno bye bye
    agli amici rimasti a guardar!
    Il mio orgoglio si ribella!          Come fanno a stare a galla?
 
    (Il Reduce, parlato)
 
    Mamma, vorrei piangere!
    Perché mi hai fatto nascere?
    Anche adesso che son grande
    il nuoto non fa per me
    non c’entrano gli istruttori
    l’acqua mi fa paura
    in sé.

    (Il Coro canta)

    Un corpo immerso in un liquido
    se non sa nuotare
    riceve una spinta verso il basso
    che lo fa annegare
    sotto qualunque cielo
    qualunque sia la fede
    in barba a quello stronzo
    di Archimede!

IL REDUCE - L’idea della partenza aveva acceso la nostra curiosità che ora scoppiettava come le caldarroste quando il fuoco è troppo alto. Da quel momento il vecchio dovette sopportare una vera gragnuola di domande.

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Vecchio, raccontaci delle città che di notte brulicano di vita!
 
VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Parlaci dei porti e delle stazioni!
 
VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) I fiumi con i battelli!
 
VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”) Gli aerei supersonici!
 
VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) E’ vero che le donne si vendono?
 
VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) E’ vero che il denaro è più importante della vita stessa?
 
VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) E’ ve-vero che si gi-gira ar-mati?
 
IL CORO - E’ vero che l’arte è disprezzata dai più e che gli artisti sono guardati come dei matti?
 
LA RAGAZZA - Quest’ultima domanda la facesti tu.

IL REDUCE - Si, è vero. Ce l’avevo qui. (Indica la gola)

LA RAGAZZA - Pazzo! Ti eri messo in testa di avere delle inclinazioni artistiche...

IL CORO - Solo perché tornando a casa, un giovedì sera... si era intenerito guardando una foglia che pendeva da un ramo… una foglia giallina, un po’ appassita...

IL REDUCE - Qualcosa si era mosso qui... (Indica il cuore)

IL CORO - E per questo già s’immaginava pittore!

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) O musico!

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) O sa-sal-timba-ba-ba-ba...

IL CORO - (Un po’ spazientito) O saltimbanco!
 
IL REDUCE - C’è sempre un giorno in cui scopri la tua vocazione. Io guardavo il vecchio che tentennava...

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Su, rispondi. Abbiamo fretta.

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) E’ vero che gli artisti sono dei matti?
 
IL CORO - Muoveva le labbra impercettibilmente come un assaggiatore di vini.
 Poi, per tutta risposta ci rifilò uno dei soliti versi inconcludenti…

(Il Reduce sfoglia il quaderno e legge)

IL REDUCE - “Quieta la sera verrà, le ultime reti salperanno con i guizzi e i palpiti”…

IL CORO - Accidenti ai poeti, questi esseri inconcludenti! Armandino stava per piangere dalla stizza.

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”, col pianto in gola) Proprio piangere no...

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”, urlando) Non potresti essere più chiaro?

LA RAGAZZA - (Indicando una foto dell’album) Lui è Marco, il figlio della lavandaia. Lo chiamavano “il tenore” perché strillava sempre.
 
VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") Di quale sera stai parlando? Noi siamo giovani!

LA RAGAZZA - (Indicando un’altra foto dell’album) Lei è Martina, la figlia del mugnaio. La chiamavano “la brilla” in onore del padre che alzava spesso il gomito.

VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") Giovani, hai capito? Perepè! (Gli fa “marameo”)

IL CORO - Brava brilla! (I ragazzi del Coro ridono)

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) La sera verrà dopo, parlaci della mattina! (Vorrebbe piangere)

IL CORO - Bravo vedovo! Però non piangere... (Il “vedovo” si trattiene)

IL REDUCE - Armandino era un ragazzo mite ed era senza padre e poiché la madre era vedova i ragazzi, nella loro crudele ignoranza, pensavano che i figli dei vedovi fossero vedovi anche loro, come i figli dei baroni sono anch’essi baroni e così i figli dei duchi.

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Un giorno Armandino ci spiegò l’equivoco ma oramai per noi lui era il vedovo e vedovo sarebbe rimasto per sempre. (Armandino scoppia in lacrime, Vera si copre la bocca)

IL CORO - (Con forza) Su, vecchio, rispondi al vedovo!

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Parlaci della mattina!

IL REDUCE - E giocondo il biondo, che era un tipetto da tenere a bada, si mise a lanciar sassi verso il tronco di un sambuco.
 
VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Lo sai, vero, che la mattina viene prima della sera?
 
IL REDUCE - Giocondo aveva buona mira, era capace di colpire un barattolo a trenta metri. Infatti sentimmo uno “stoc” e Giocondo alzò le braccia in segno di vittoria.

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”) Parlaci delle città! Noi conosciamo solo i nomi, non le abbiamo mai viste! Londra… Lisbona... Amsterdam...

IL CORO - Vienna... Pietroburgo… New York...

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Salamanca! (Piange)

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”, consolando “il vedovo” con una carezza) Qual’è la più bella?”

IL REDUCE - Forse quell’uomo strambo avrebbe voluto prendere tutti a pedate. Ma non lo fece perché sapeva qual’è il dovere dei vecchi: trasmettere la sapienza.

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che il vecchio indossava un paio di scarponi consumati.

    6 - APPUNTI DI VIAGGIO
    (Il Coro e la ragazza cantano
    sia alternandosi che insieme)

    Le città più belle
    son quelle che hanno chiari
    zampilli di fontane.

    Le città più belle
    son quelle che hanno in cielo
    due nubi pellegrine.

    Le città più belle
    son quelle che hanno barche
    ormeggiate nel porto.

    Le città più belle
    son quelle che hanno case
    con un piccolo orto.

    Le città più belle
    son quelle che hanno chiese
    dove il passo risuona.

    Le città più belle
    son quelle dove i re
    vanno senza corona.
 
    Le città più belle
    hanno piazze assolate
    dove si può cantare.

    Le città più belle
    sono quelle che i vivi
    li sanno consolare.

    Le città più belle
    sono quelle che un fiume
    quieto le accarezza.

    Le città più belle
    sono quelle che han visto
    la tua giovinezza.

    Le città più belle
    son quelle che hanno pietre
    su cui puoi sostare.

    Le città più belle
    son quelle dove i vecchi
    hanno pene d'amore.

(La ragazza si avvicina al vecchio)

LA RAGAZZA - Le città più belle son quelle dove i vecchi hanno pene d'amore…

IL REDUCE - Beh… il fatto è che sul quaderno, proprio qui, mancano alcune pagine… accidenti… forse parlavano proprio… e anche più avanti si leggono poche frasi… poche parole, qua e là… e alcune sono monche, non sono nemmeno parole, son solo sillabe: “Po”…

LA RAGAZZA - Poesia?

IL REDUCE - Mah. “Co”…

LA RAGAZZA - Coraggio?

IL REDUCE - Può essere, ma chi può giurarlo? “Caduti sul campo”… Chi? Quale campo?

IL CORO - Non lo sapremo mai.

IL REDUCE - “Che trionfi  l’idea…” Quale idea? O forse era l’ideale.

(La ragazza ride col suo riso argentino)

 Aspetta, aspetta, qui si legge una sola parola: “L’onore”… Bah, vattelappesca, “L’onore” è tutto. E allora? Ecco qua, attenzione, qui si legge abbastanza bene: “Hanno la stessa età…”

IL CORO - Si, vabbè, “la  morte e la luce”, quella frase del cavolo che il vecchio pronunciava tanto spesso biascicandola come un’Avemaria.

(Il Reduce legge ancora)

IL REDUCE - “Sii fedele al tuo so…” (E’ assalito da un ricordo improvviso) Ah!…  Una volta, parlando dei sogni che tutti noi facciamo - quelli che facciamo ad occhi chiusi - il vecchio disse: “Tra i sogni, la morte per sete è la più diffusa…” Come se i sogni mangiassero, bevessero e tirassero le cuoia come noi animali! Vallo a capire! Tanto più che subito dopo aggiunse “...e ci si sveglia urlando”. Del resto noi ragazzi ci eravamo resi conto che avremmo potuto captare tutt’al più qualche indecifrabile “bip bip” fra le onde vaghe della mente di quel vecchio, o forse strappargli un piccolo segreto nel dormiveglia, quando anche le difese sonnecchiano ed è più facile che la verità venga a galla.

(Si gira verso la ragazza che lo guarda sorridendo)

 In quanto alla ragazza… beh, non sapevamo proprio cosa pensare. Forse il vecchio aveva ragione: non c’era. Non esisteva!

(La ragazza ride col suo riso argentino)

 Si, era solo un frutto della nostra immaginazione, proprio come le sirene! A proposito, ecco un’altra possibilità che ci veniva offerta indirettamente dal vecchio: sbrigliare la fantasia e inventarci da noi tutto il nostro futuro fino a farlo diventar vero, come a teatro.

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Viaggi, amici, amori, paesaggi… tutto immaginato, eppure tutto vero!

IL CORO - Il mondo era lì davanti ai nostri occhi, bastava chiuderli: impalpabile eppure concreto, indefinito eppure nitido, dal fischio del treno al gocciolìo di un rubinetto… il mio? Il tuo?

IL REDUCE - E questi cosa sono?

(Cava da una tasca due foglietti spiegazzati, li mostra alla ragazza)

LA RAGAZZA - Due ricevute d’albergo.

IL REDUCE - Si, adesso mi  ricordo… era l’anno… mi sembra… e questa cartolina? Da dove viene?

(Cava di tasca una cartolina spiegazzata, la mostra alla ragazza)

LA RAGAZZA - Dal Canada. L’altra parte del mondo.

IL REDUCE - Si, è Québec! La città bassa con lo Château Frontenac… non si riesce a leggere la firma… chi può essere?

LA RAGAZZA - E’ importante?

IL REDUCE - No, non è importante.

(Butta via foglietti e cartolina. Al Coro)

 Che ve ne pare? Si possono inventare anche gli svanimenti di memoria. Non è così?

LA RAGAZZA - E in certe mattine d’estate le tue fantasie potranno arricchirsi…

IL REDUCE - Ma noi ci diamo del tu?

LA RAGAZZA - Ci siamo sempre dati del tu.

IL REDUCE - Ah, ecco.

LA RAGAZZA - Potranno arricchirsi di ricordi minuziosi - tutti inventati - che avrai accumulato pazientemente in inverno: 8 gennaio, profumo di salsicce… a Vienna?

IL REDUCE - Si, a Vienna, era Vienna, spendemmo dodici scellini!

LA RAGAZZA - Il 14 febbraio, invece… un addio… a Parigi?

IL REDUCE - Si, non può essere che Parigi… i barconi lungo la Senna...

LA RAGAZZA - Quella pioggia leggera… e lei che si allontana sul ponte.…

IL REDUCE - Veronique…

LA RAGAZZA - La dolce Veronique…

IL REDUCE - Non l’amavo più… ricordo i suoi capelli bagnati, la sua voce sommessa… e per contrasto il colore acceso dei suoi abiti!

IL CORO - Si, perché noi ragazzi sogniamo a colori!

LA RAGAZZA - Anche gli addii?

IL CORO - Certo, anche gli addii! Tutto coloratissimo!

IL REDUCE - (Si esalta, alzandosi) “A nera, E bianca, I rossa, U verde, O azzurra…” (1) Scendiamo per i fiumi impassibili… ebbri come quel battello!

VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") Siii...  ebbri... (Tutti ridono)

IL CORO - “La brilla” è ebbra! (Ridono ancora)

IL REDUCE - La corrente! Le rapide! Aaahhh!!!…

             7 - CHE CASINO LA GIOVINEZZA!
    (Il Reduce, la ragazza e il Coro, alternandosi -
    ora cantato ora recitato su musica)

    Guarda l’orizzonte com’è chiaro!
    Pedala più veloce
    senti quante voci!
    Amici per la pelle
    pacche sulle spalle
    si dividono i sogni
    si divide il pane.
 
    Guarda l’orizzonte come brilla!
    Parliamo e si fa notte
    ho visto una ragazza
    per lei farei a botte
    non rompere le palle
    sei proprio uno stronzo
    ci prendiamo una sbronza!
    Si, ci prendiamo una sbronza!

    Giovinezza spensierata
    fatta di calzini bucati
    buttati là sui comodini
    di debiti mai pagati
    di discorsi confusi e incazzati
    sul nuovo che viene
    artisti senza pane
    con il sesso che incalza
    e la musica a tutto volume
    giovinezza non si sa come.

    Giovinezza disperata
    perché l’inquietudine uccide
    anche te che resti solo
    a parlare con l’ubriaco
    che barcolla e dà della puttana
    alla luna, ha la lingua
    impastata, non ricorda
    il suo nome di merda
    e dal naso gli viene giù il sangue
    giovinezza che si estingue.
 
    (Il Reduce: solo parlato mentre la ragazza
    riprende la melodia in sottofondo)

    Telefona! Cazzo, fatti vivo! Dove sei?
    C’è ancora il tuo spazzolino
    nel bicchiere. Domani è passato
    un anno. Viaggi per mare?
    In America o più distante?
    Amico di lontananze mai raggiunte
    partito un pomeriggio
    sul tuo battello immaginario
    mentre il vento mugghiava
    e tu dicevi vorrei morire
    là dove il vecchio Adamo
    ha conosciuto le sue spine
    giovinezza che rifiuta ogni confine.
    (La ragazza sola, cantato / recitato su musica)

    E intanto il fanciullo allegro
    rovistava nelle tue stanze
    ma tu non tenevi un diario
    fuorilegge della speranza
    vecchio compagno di viaggio
    tu non avevi ormeggio
    eri sempre sul punto
    di uscire da una cosa
    e di entrare in un’altra
    senza nome senza bandiera
    la vita come la Legione Straniera.

    (Il Reduce, la ragazza e il Coro)

    Giovinezza fu tutto questo
    fu un baciarsi senza labbra
    un delirio senza febbre
    un correre senza sbocchi.
    Giovinezza di strappi
    giovinezza di rattoppi.

    (Il Reduce, parlato)
 
    E  “così passò il tempo
    che ci fu dato sulla terra” (2)
    un tuono, un lampo.
    Giovinezza senza scampo
    che fa sogni di gloria
    e cade in guerra.

IL CORO - A questo punto sul volto del vecchio comparve una lacrima. Doveva esser vecchia come lui perché scendeva a fatica fra i solchi del suo viso.

(La ragazza si avvicina al Reduce e si china su di lui)

LA RAGAZZA - Ma non arrivò alla bocca, che del viso è la foce: quella povera lacrima si fermò nel fondo di una ruga e lì rimase, come una pozza d’acqua in un fiume asciutto.

(La ragazza asciuga la lacrima sul volto del Reduce e gli accarezza i capelli)

IL CORO - Fu allora che vedemmo per la prima volta la ragazza accarezzargli i capelli.

LA RAGAZZA - Ti senti bene?

IL REDUCE - Sono solo un po’ stanco.

(La ragazza torna a sedersi sul prato, cantando il “canto delle sirene”)

IL CORO - Quando arrivavano questi momenti, noi ragazzi, buoni buoni, ce ne tornavamo a casa in silenzio, così in silenzio che si potevano sentire i ciottoli fare “ciao ciao” sotto i nostri piedi. Ma il giorno dopo eravamo di nuovo lì con la nostra impudenza, a fargli le domande più pazze! Lui sembrava andare a tentoni fra i suoi ricordi.

IL REDUCE - E del resto oggi anch’io… malgrado questo quadernetto… così malridotto…  si, eravamo molto indiscreti ma credo che nessuno ci possa rimproverare, anche noi andavamo a tentoni in quel banco di nebbia in cui ci avevano ficcato i nostri genitori mettendoci al mondo.

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) Chi l’ha de-detto che non si può svuota-tare il mare col cucchi-chiaio?

VOCE SINGOLA - (I due gemelli scattando sull’attenti) Chi l’ha detto?

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) Avete mai provato a farlo? (Guarda Armandino che sermbra voler piangere)

VOCE SINGOLA - (I due gemelli, scattando sull’attenti) Non ci sono prove che qualcuno abbia provato! (Con forza, a Armandino) Non piangere! (“Il vedovo” si trattiene)
 
VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”, strillando) Domanda: ci sono più gocce d’acqua nel mare o granelli di sabbia nel deserto?

IL CORO - Sssssttttt!...
 
VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) E se col cucchiaio provassimo a svuotare il deserto gettando la sabbia nel mare? Prima o poi il mare si riempirebbe di sabbia!
 
VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”) E allora l’acqua dove andrebbe a finire? (Tutti i ragazzi del Coro si guardano a bocca aperta. Il Reduce e la ragazza ridono)

IL REDUCE - Figurarsi il vecchio! S’era messo a ridere a più non posso! Fu allora che buttai là una domanda che mi ero preparato da un pezzo: “Parlaci della guerra”.

IL CORO - Ci fu un silenzio glaciale. Nei canaloni rocciosi, un po’ più sotto, si insinuò un vento cupo.

IL REDUCE - Un tempo lo chiamavano vento di trincea.

IL CORO - E noi incalzanti: l’altro giorno, in paese, c’era puzza di bruciato. Polvere da sparo.

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Io ho sentito delle cannonate!

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Forse siamo già in guerra e fra non molto voi ragazzi dovrete prendere le armi. (I maschi la guardano male)

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Anch’io ho sentito delle cannonate!” (Piange)

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) E giù al fiume mia mamma ha visto un impiccato!

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Quando c’è la guerra, come si fa a schierarsi dalla parte giusta? Ci sarà un modo per capire, tu dovresti saperlo!

IL REDUCE - A quelle parole il vecchio fece qualcosa di assolutamente inatteso. Lanciò un urlo rabbioso poi prese una manciata di terra e la scagliò in faccia a Filippo.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Gli occhi mi si riempirono di terriccio e di aghi di abete, bruciavano da morire!

IL REDUCE - Ci fu una ribellione di tutti noi, ci alzammo in piedi urlando, Martina “la brilla” stava per lanciargli una pigna.

(La ragazza si alza con un gesto, come per invitare qualcuno a fermarsi)

 Ma la ragazza gli fece scudo col proprio corpo. Che fosse quella la guerra?

(La ragazza si china e raccoglie una manciata di terra)

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) La gu-erra è qualcuno che ave-vendo torto ti offe-fende e qualcun altro che in bu-buona fede offre la propria vita per di-dife-fendere chi in malafede ti ha offe-feso.

(Tutto il coro applaude)

IL CORO - Bravo Clemente!

(La ragazza lascia scivolare la terra fra le dita)

 Abbiamo dimenticato di dire che il vecchio aveva una cicatrice sulla fronte.

    8 - ETA' DEL FERRO
    (La ragazza canta)

    In questo mondo
    tutto si muta in guerra
    Marte regnando
    la spada vince
    nulla sfugge allo sgherro
    rossa e intrisa è la terra
    in questa cruda
    età del ferro!

    Il sangue è l'enigma
    l'enigma più oscuro
    della razza umana
    finché resta nelle vene.

    Se esce diventa
    leggibile e chiaro
    come un sillabario.

    Ho visto sangue di ogni colore
    sui muri bruciati delle case
    e figli e madri e fratelli e spose
    cercare Dio nel dolore

    chi lo invocava
    chi lo malediva
    ma dov'era nascosto
    nessuno lo sapeva.

    In questo mondo
    tutto si muta in guerra
    Marte regnando
    la spada vince
    nulla sfugge allo sgherro
    rossa e intrisa è la terra
    in questa cruda
    età del ferro!

IL REDUCE - Quel canto ci aveva molto colpiti e nessuno di noi aveva più il coraggio di parlare. Che faccia hanno gli sgherri? Come si fa a riconoscerli? Il vecchio, invece, s’era messo a fischiettare come se niente fosse! Sissignori, fischiettava! Il pensiero della guerra gli aveva messo allegria! In seguito ho potuto constatare che questo succede a parecchia gente ma io allora non lo sapevo. E siccome quel suo fischiettìo mi infastidiva, gli urlai: “Basta, vecchio!” tirandolo per un braccio. Era la prima volta che lo toccavo e rabbrividii. Aveva la consistenza di una nuvola. Subito mi ritrassi e abbassai il tono. “Scusami tanto, vecchio, non volevo risvegliare in te ricordi terribili. Il fatto è che noi ragazzi abbiamo bisogno dei tuoi consigli. Ci sono troppi misteri che ci tolgono il sonno.” E come una lingua di fuoco schizzata fuori dalla bocca di un drago, l’elenco dei misteri tormentosi avvolse quel poveretto.

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) La pietra filosofale!

VOCE SINGOLA - (I due gemelli, scattando sull’attenti) Scilla e Cariddi!
 
VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) I centauri! Tu li hai visti?
 
VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) Sei stato sul monte Ararat?
 
VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) E’ vero che una volta gli uomini avevano un occhio qui dietro?

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”) Da dove vengono i fuochi fatui?

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) E’ vero che i cimiteri ne sono pieni?
 
VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) E il mistero di Atlantide?
 
VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Alt! C’è un mistero più grande di tutti!.

IL REDUCE - Facemmo subito silenzio e il vedovo, solenne:
 
VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) La resurrezione di Lazzaro! (Tutti lo guardano in silenzio. Lui piange)
 
VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Se è per questo, mia nonna ha visto il diavolo al mulino!

IL REDUCE - Figurarsi le risate! “Buuuuu!!” E Michelina, maliziosa, ora che il ghiaccio era rotto: “Vecchio, rispondi a questa domanda: perché i salmoni risalgono la corrente?” (Il Coro applaude alla domanda con entusiasmo)

IL CORO - Perché?

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Che domanda da poco, io voglio sapere perché la terra è schiacciata ai poli!

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Io lo so! Perché non funzionava bene e allora il Creatore fece come faceva mio nonno con la radio: Pum! Pam!... Giù cazzotti, e così s’è schiacciata! (I ragazzi del Coro ridono a crepapelle)

IL REDUCE - Beh, risero tutti come pazzi, rotolandosi sull’erba…  e così i nostri grandi interrogativi finirono in burla e vennero rispediti in soffitta…

(Si rivolge alla ragazza)

 Fino a quando?

LA RAGAZZA - Facciamo fino alla fine del mondo?

IL REDUCE - Si, proprio così. Fino alla fine del mondo. Ma io ne tenevo uno di riserva, il più ingenuo di tutti, che non avevo mai confidato a nessuno.
 “A chi serve la mia vita?”

LA RAGAZZA - Figurarsi!

VARIE VOCI SINGOLE - E la mia? E la mia? E la mia?

LA RAGAZZA - Tutti chiesero “e la mia?”...

(Il Reduce si alza, malfermo. La ragazza fa un gesto come per sostenerlo. Lui le fa un gesto per tenerla lontano. La ragazza allora si appoggia all’albero, col suo immutato sorriso)

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Lui si alzò traballante e si bagnò un dito per sentire il vento.

IL CORO - Il vecchio ansimava e allungava il collo verso la curva del sentiero, con quel ridicolo dito indice sollevato a mezz’aria.

VOCE SINGOLA - (I due gemelli) Allora? Perché tanta reticenza?

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) C’è forse qualcosa di terribile che non dobbiamo sapere?

VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") A chi serve la nostra vita?

VOCE SINGOLA - (I due gemelli, sull’attenti) Interrogato, non risponde alle domande!

IL CORO - Il vecchio taceva. A noi il canto dello sgherro aveva messo in cuore un sentimento insolito, un desiderio acre di violenza. E anche di vendetta! Si, qualcosa di terribile che dovevamo buttar fuori ad ogni costo.

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Volevamo una risposta, eravamo pronti a mordergli un orecchio, a quel vecchio.

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Macché. (Piange)

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Era sempre là col dito alzato, immobile come uno stoccafisso, malgrado non tirasse un alito di vento!

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) C’era da impazzire!

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Avremmo voluto bastonarlo o almeno prenderlo a schiaffi. (Si tappa la bocca)

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) E la ragazza?

(La ragazza scuote il capo sorridendo)

VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) Scuoteva il capo, sempre con quel suo sorrisino enigmatico da Monna Lisa!

IL REDUCE - A me sembrava che tutte le stelle e i pianeti della via lattea facessero “marameo”! Volevo piangere più del vedovo! E guardavo il cielo come si guarda un melo carico di mele dietro un muro di cinta invalicabile. Se avessi avuto una mazza pesante o un ariete, avrei di certo abbattuto quel muro con grida altissime e feroci.

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che il vecchio era seduto sotto un mandorlo.

    9 - NON SI PUO’
    (La ragazza canta)

    “Non si può non si può non si può
    sapere”.

    Forse la gatta sa
    forse la gatta.

    Nella costellazione di Andromeda
    c’è un grande buco nero
    che ingoia di tutto, anche il pensiero
    quando gli scienziati futuristi
    un dì faranno scavi celesti
    troveranno nel suo intestino
    un piccolo librettino
    con tutte le risposte.
 
    (Il Coro canta)

    Noi fummo sfortunati
    arrivammo troppo presto.
    Perfino là
    nella pura profondità
    dove le stelle son morte
    dove il peso non si avverte
    dove tutto è relativo
    vince l’imperativo.
 
    (La ragazza)
 
    “Non si può non si può non si può
    sapere”.

    (Il Coro)

    Conviene uscir danzando
    dall’inganno beffardo!
    Di qua, di là, oplà!
    Un tango, una czarda!
    Di qua, di là, oplà!
    Valzer e tarantella!
    Di qua, di là, oplà!
    Ora un bel minuetto!
    Balla! La vita è bella
    ma costa caro il biglietto.
 
    (La ragazza)

    Forse la gatta sa
    forse la gatta!

(Tutti si guardano in silenzio e si siedono)

IL REDUCE - Finché un bel giorno decidemmo di organizzare una festa e arrivammo dal vecchio con cibi e bevande. Ognuno aveva portato da casa qualcosa di buono, tutta roba genuina, e Martina aveva sgraffignato dalla cantina di suo padre due bottiglie di vino!
 
VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Oggi si fa festa, vecchio!

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) Si mangia, si beve e si urla a volontà! (Il ciccione Filippo cava di tasca un’armonica a bocca e suona)

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) E vogliamo anche ballare!
 
VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente, avvicinandosi alla ragazza che sorride) Lei ba-ba-balla?”…

(La ragazza mette un dito davanti alle labbra come a dire “silenzio” e annuisce sorridendo)

IL CORO - E con nostro grande stupore la ragazza mise un dito davanti alle labbra e fece si col capo! Avrebbe ballato con noi! Ma il vecchio non doveva saperlo, il segno era chiaro! Evviva!

(Il suono dell’armonica invade l’aria. La ragazza si rialza come rispondendo a un invito e danza)

IL REDUCE - Stappammo la prima bottiglia, un bel vino corposo,  rosso rubino. Il vecchio aveva fatto gli occhi lucidi alla vista di quel nettare.

VOCE SINGOLA - (Martina "la brilla") Il primo bicchiere è per te, poeta!

IL CORO - Brava “brilla”!

IL REDUCE - Lui rise, alzò il bicchiere in direzione del sentiero e bevve d’un fiato! Tutti applaudirono!

IL CORO - Urrah!

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Gli piaceva il vino! (Ride)

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Mandorlo, dacci le mandorle!” (Cerca di scuotere l’albero)

IL REDUCE - Che festa, dovevate esserci!

(Si odono come nel ricordo voci festose di ragazzi mescolate al suono dell’armonica, e grida)

 Chi cantava, chi batteva le mani! Filippo suonava l’armonica saltellando su un piede solo! Alè, alè!

(Marco “il tenore” scavalca il muretto ed esce dal fondo. Tutti indicano in quella direzione)

IL CORO - Marco “il tenore” s’era arrampicato su una quercia poco distante.

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera” grida) Che fai, mangi le ghiande?

IL CORO - Clemente fece il verso del maiale e tutti risero. (Clemente fa il verso del maiale, tutti ridono)  Quando faceva il verso del maiale, Clemente non balbettava più. (Tutti applaudono) Bravo Clemente!

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”, da fuori, con un acuto) Si vede il maaareee!!

IL REDUCE - Per la cronaca, il mare dista dal nostro paese più di trecento chilometri. Che baraonda! Michelina aveva portato una tovaglia che distendemmo ben bene sul prato e lì vuotammo pacchetti e sacchetti. Quanto ben di Dio!

(La ragazza canta il “canto delle sirene”)

 C’erano pan bianco e pan di crusca, mortadella e salsiccia passita e salumi pepati e pecorino di tipo fresco e di tipo stagionato, e fichi secchi e noci e nocciole e anche una melagrana succosa, questo me lo ricordo bene, e poi molte marmellate! Fatte dalle nonne! Che allora erano assai laboriose! E una ciambella all’uovo! E una torta coi pinoli! “A me!” - “A me!” - “A me!”… la valle rimbombava, l’eco delle nostre voci si rincorreva nei canaloni là in basso, tra lo stupore dei tassi e delle bisce d’acqua! E il vecchio giù a tracannare, s’era bevuto già parecchi bicchieri e infatti di colpo si addormentò, proprio come faceva mio nonno accanto alla stufa. E a quella vista la ragazza, come liberata dai lacci, venne fra di noi!

(La ragazza si avvicina al Coro)

 Era la prima volta e Giocondo stappò la seconda bottiglia! Un frizzantino amabile che spumava per la gioia degli occhi! E anche lei bevve! E tutti a cantare le canzonette in voga mentre il vecchio nel sonno farfugliava i suoi versi oscuri che nessuno si dava la pena di ascoltare.
 
LA RAGAZZA - Chi vuol ballare con me?…

IL REDUCE - Figurarsi! Tutti: Io! - Io! - Io!

IL CORO - (I ragazzi) Io! Io! Io!

(La ragazza balla col Reduce, poi con i maschi ad uno ad uno, mentre le femmine battono le mani a ritmo)

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Ballò con tutti ma nessuno di noi sapeva ballare.

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Le pestavamo i piedi con i nostri scarponi troppo grandi, ereditati dai nostri fratelli maggiori. (Piange)

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) Le pe-pestavamo i piedi, ecco co-cosa sape-pevamo fare!

VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) Ma lei nemmeno se ne accorgeva e rideva felice mentre noi ragazze battevamo le mani!

(Il Reduce si accascia, stanchissimo. Parla a fatica mentre la ragazza balla da sola, scatenata. Una spallina è scesa, un seno è scoperto)

IL CORO - Oplà! Oplà! Era bellissima!

IL REDUCE - La guardavamo rapiti e già noi maschi sognavamo di portarla all’altare, sissignore, perché lei era la vita, la vita tanto attesa, da far nostra con un giuramento, sicuro, la vita era lei, non poteva essere che lei, così radiosa e leggera eppure così concreta e carnosa, con quei denti lucenti e quel filo di saliva e quella voce di seta che ci rovesciava il cuore! Vai, ragazzo! Vivi e balla! Ubriacati di vino sotto questo cielo azzurro!

IL REDUCE - Ma sul più bello il vecchio si risvegliò. Di colpo lanciò un grido e disse:  “Voglio parlare!”...
 
IL CORO - Non tutti avevano capito.

VOCI SINGOLE - Cosa c’è? Cosa vuole?…

IL CORO - Allora i gemelli figli del maresciallo, scattarono sull’attenti.
 
VOCE SINGOLA - (I due gemelli) Silenzio! Il vecchio chiede di parlare!”…

(I suoni e le voci cessano. La ragazza si appoggia all’albero con gli occhi chiusi, ansimante)

IL CORO - Si fece silenzio. Il vecchio a fatica s’era alzato in piedi e ora barcollava.

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Più per il vino che per l’età.

(La ragazza si avvicina al Reduce e lo sostiene)

IL CORO - La ragazza gli si avvicinò e senza dare nell’occhio lo sostenne con grazia infinita. Il suo seno pulsava sotto i raggi del sole tramontante. Ma lui, ipocrita come al solito, fece finta di non accorgersene.

IL REDUCE - (A tutti gli astanti) Voglio farvi sentire una mia poesia.

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Nooo... (Tutti la guardano, lei mette una mano sulla bocca)
 
VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) In vino veritas.

(La ragazza porta il dito indice alle labbra facendo segno di tacere)

IL CORO - Ma la ragazza venne in suo aiuto e i due gemelli ripeterono: “Silenzio! Parla il poeta”…

VOCE SINGOLA - (I due gemelli, sull’attenti) Silenzio! Parla il poeta!

IL REDUCE - Tutti tacquero. Il vecchio si schiarì la voce e…  aspettate…  era una domenica mi pare…  ecco qui…  questa è l’unica che si è salvata per intero.

(Legge nel quaderno)
 
    Ora io prendo
    un chicco d’uva
    e vi disegno il mondo
    - è bambino, ruota pianino,
    conosce appena l’orbita -
    fra grappoli di stelle
    il mondo va, allegro
    e non sa
    che presto diventa
    - il sonno l’ha vinto -
    aceto il vino.

LA RAGAZZA - Aceto il vino…

IL CORO - Ancora una volta il vecchio aveva colpito a tradimento. Adesso la festa era finita per davvero.

(La ragazza si copre il seno e si siede, sembra guardare lontano. I ragazzi del Coro sono immobili. S’è alzato il  vento)

LA RAGAZZA - Si, è finita.

IL CORO - Eccoci qua come statue di sale all’imbrunire.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Sulle cime scure dei larici volteggia un nibbio.

IL REDUCE - Si, mi ricordo.

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Una nebbia leggera si è insinuata nella valle cancellando tutto, anche i rumori.

LA RAGAZZA - Ora sei veramente solo.

(Si ode lontana la voce di Marco “il tenore” che canta)

IL REDUCE - Solo. Dio mio, solo.

IL CORO - Un soffio di vento freddo sollevò un lembo della tovaglia e Armandino “il vedovo” vi pose sopra per fermarla una bottiglia vuota. (Armandino “il vedovo” esegue l’azione piangendo)

IL REDUCE - La ragazza sembrava soprappensiero. Si era seduta lontano da noi, pareva tornata se stessa, quella che c’era e non c’era.

IL CORO - Marco, in cima alla quercia, cantava con bella voce il canto delle lavandaie.

IL REDUCE - “Hanno la stessa età la morte e la luce”… chissà perché mi ronzavano in testa queste parole. Era come se nel mio cuore la malinconia avesse scavato un pozzo.

IL CORO - E il vecchio, con l’acqua di quel pozzo, s’era lavato il viso.

VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) Vecchio… quando finisce l’infanzia infelice?
 
IL REDUCE - L’infanzia infelice… hai detto bene. Purtroppo non finisce mai.
 
VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Com’è possibile, se tu sei vecchio?

IL REDUCE - Il corpo è un mascalzone che fa baldoria. Perciò si consuma alla svelta e perde l’aroma. Come la polvere di caffè se dimentichi aperto il barattolo. In breve tempo il corpo si spiegazza, è tutto slabbrato, rigonfio in mezzo e smangiucchiato agli angoli, e così noi stessi lo detestiamo. Figurarsi gli altri! Invece di averne rispetto lo sbatacchiano di qua e di là, lo insultano e lo deridono. E l’infanzia, che è imprigionata lì dentro, vorrebbe piantarlo in asso, quel corpo che decade, e andarsene per i fatti suoi. Invece è costretta a seguirlo fino alla fine. Moriamo ancora bambini imprigionati in questo declino di carne che non ci somiglia neanche un po’.

(Marco “il tenore” ha smesso di cantare e rientra)

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) E Napoleone? E Giovanni dalle Bande Nere? Anche loro sono morti bambini in un corpo vecchio?

VOCE SINGOLA - (Marco  “il tenore”) E anche la bella Cleopatra era un declino?

IL CORO - Ma già il vecchio si era spostato altrove col pensiero e ci zittiva, in quella sua immobilità fiera come una minaccia. Abbiamo dimenticato di dire che l’abito del vecchio era sbrindellato.
 
    10 - STORIE BREVI
    (Il Reduce,  parlato)

    Sono stanco di raccontare
    storie brevi brevi
    storie brevi
    vite.

    (Il Coro, cantato)

    E vorrebbe dormire
    vorrebbe dormire
    in groppa al tempo
    come un garzone
    come un garzone
    ancora bambino
    che dorme dorme
    in groppa al ronzino.

    (La ragazza, cantato)

    E’ notte e il ronzino va
    il ronzino va
    senza briglie va
    è notte e in silenzio va
    senza briglie va
    perché tanto lui
    la strada la conosce.

    (Il Coro, cantato)

    E svegliarsi soltanto
    a un fischio di treno
    svegliarsi a voce
    lontana che chiama
    svegliarsi a un frullo
    di ali basse
    svegliarsi al chiaro
    di questa luna

    per bere un sorso
    per bere un sorso
    per bere un sorso alla fontana.

    (Il Reduce, parlato)

    Sono stanco di raccontare
    storie brevi brevi
    storie brevi
    vite.

    (Il Coro, cantato)

    Dategli un ronzino
    da cavalcare.

    (Il Reduce, cantato)

    In groppa al tempo
    mi voglio addormentare!

IL REDUCE - C’era una cosa sulla quale nessuno di noi aveva avuto il coraggio di interrogare il vecchio. Quella cosa… che qualunque monello può scrivere col gesso sui muri e che la ragazza lì presente ci rammentava in modo ossessivo, soprattutto dopo quel ballo. Oltre tutto noi avevamo osservato le pitture, dove c’erano le donne nude col seno profumato.

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Si sentiva il profumo?

IL CORO - (Tutti i maschi) Ssssttt!!

IL REDUCE - Si, un profumo inebriante. Quante ce ne sono, languide sui canapè o danzanti sotto la tenda di un Sardanapalo, coperte solo da un velo.

IL CORO - Le guardavamo chiedendoci se anche nella vita le donne si offrono così, come Susanna al bagno, con tutti quei vecchioni che la stanno a guardare, vecchi come il nostro vecchio.

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Ma per vedere Susanna bisogna invecchiare come te?

(La ragazza ride come una fontanella)

IL REDUCE - E qui la ragazza che c’era e non c’era scoppiò a ridere, una risata così squillante che il vecchio non poteva non averla sentita! Ma ancora una volta fece finta di niente, il bugiardo!

VOCE SINGOLA - (I due gemelli, scattando sull’attenti) Rispondi! Bisogna invecchiare come te per vedere Susanna?

IL CORO - E allora quell’ipocrita rompiscatole disse qualcosa… che ci colpì… poche parole…

IL REDUCE - Un po’ di pazienza, le avevo segnate qui…

(Sfoglia il quaderno)

 …macché, la solita pagina bruciacchiata… e la memoria, purtroppo…

IL CORO - Certo, eravamo un po’ cinici… con quel poveretto che a fatica riordinava i ricordi, che non sempre sono lieti. Ma la giovinezza è crudele e noi… che piccole carogne! (Tutti i ragazzi ridacchiano)
 
VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Allora, questa Susanna?

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Dì la verità: l’hai baciata?

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) E’ vero che dorme in un letto di piume, fra lenzuola di seta?

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) E che la su-su-a stanza è profu-fu-mata e piena di te-te-nde e di cu-cu-scini, di lampade fi-fi-oche e di spe-pe-spe-pe...

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Specchi? (Piange)

IL CORO - (Tutte le femmine) E’ vero che nella sua intimità l’uomo conosce il meraviglioso oblìo?

IL CORO - (Tutti) Niente da fare, silenzio. E come se non bastasse il vecchio piegò il capo e scivolò da un lato con gli occhi semichiusi!

(La ragazza si avvicina al Reduce si china su di lui)

 Era un trucco, ormai l’avevamo capito, sgusciava via dalle domande come un’anguilla! Non dormire! Rispondi! Parlaci di Susanna! Susanna! Susanna!  Susanna!
 
IL REDUCE - Il vecchio grugnì qualcosa e sembrò digrignare i denti.

(La ragazza gli fa segno di tacere)

 Stavo per cacciare un grido ma la ragazza con un cenno mi fece segno di tacere. Il vecchio si era addormentato per davvero! Si era addormentato digrignando i denti! Pensai: quale contraddizione! Ma allora è proprio possibile tutto a questo mondo!

IL CORO - Proprio in quell’istante un colpo di vento fece volare molti petali bianchi intorno a noi. Meraviglioso.

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) - So-so-ave.

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che il mandorlo era in fiore.

    11 - SUSANNA
    (La ragazza canta)

    Susanna è angelo
    Susanna è vipera
    Susanna profuma di veleno

    Susanna è dolcissima
    Susanna è perfida
    Susanna ti legge la mano

    Susanna è un messaggio d’amore
    Susanna è tenera
 
    Susanna si apre come un fiore
    Susanna è morbida
 
    Susanna ha un pugnale fra i denti
    se tu la baci
    ti tagli le labbra
 
    Susanna ha sguardi brucianti
    se chiudi gli occhi
    ti resta il bagliore

    Susanna Susanna
    più la desideri
    se la possiedi
 
    Susanna Susanna
    ti bacia le mani
    e ti pesta i piedi

    Susanna ha un brivido
    è pallida in faccia
    Susanna ha un gemito
    poi si abbandona

    teneramente
    fra le tue braccia
    un po’ innocente
    e un po’ puttana
 
    Susanna è leale
    Susanna è spergiura
    Susanna mira alle vene

    Susanna è schiava
    Susanna è padrona
    Susanna è principio e fine.

IL CORO - E così la faccenda fu sbrigata con un altro enigma, che da quel momento fu per noi “l’enigma di Susanna”.

(La ragazza va alla cetra e suona)

IL REDUCE - Ormai agli enigmi avevamo fatto l’abitudine. Ma che ci voleva a essere più precisi, più concreti? Temeva forse di essere derubato da noi ragazzi? Nel suo piccolo passato c’erano granelli di felicità che non voleva dividere con nessuno? Voleva portarsi quel segreto nella tomba?

(Si alza, molto agitato)

 Queste domande gliele spiattellai in faccia, proprio così. Le vene del mio collo s’erano ingrossate. Devo ammettere di essere stato brutale quella volta. Però quel vecchio se le andava proprio a cercare! Considerate anche che la nostra non fu un’infanzia serena, al contrario! Sconquassata com’era dalla fame e dal freddo, prima ancora che dalle domande! E quel vecchio senza risposte mi aveva scocciato, si, davvero, quel nonnetto rimbambito e vanesio, quel mediocre poetucolo ermeticante! Se avessi dovuto fare una sintesi di tutte le sue chiacchiere sarebbero bastate due parole: partenza e arrivo. E in mezzo? Cosa c’è in mezzo? Possibile che non ci sia nulla che meriti di essere ricordato? Solo partire e arrivare? Il vero malloppo sta nel mezzo! O no? E’ per conquistare il malloppo che si parte, non è così? Per aprire il forziere, per sciogliere i nodi di quel fagotto gonfio di meraviglie che ci viene consegnato quando siamo ancora bambini!

(Si siede accanto alla ragazza e le mette una mano sul ventre)

 Le madri dicono ai padri “senti come si muove” e i padri mettono una mano sul loro ventre e sorridono. Tutti desiderano mettere la mano su qualcosa.

LA RAGAZZA - Qualcosa con dentro qualcosa che si muove.

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che la ragazza suonava la cetra.

    12 - IL MALLOPPO
    (Il Reduce - un po’ cantato
    e un po’ recitato su musica)

    E’ sparita
    la mia vita.

    Non si sa come sia accaduto
    non ci sono testimoni
    chiedo alla gente
    nessuno ha visto niente
    un fatto solo è accertato
    dicono al commissariato:

    (I due gemelli cantano sull’attenti)

    “Il malloppo spariva
    nel tratto in discesa
    tra la partenza e l’arrivo”.

    (Il Coro, cantato)

    In quel breve tratto
    gli han rubato tutto
    non s’è accorto di nulla
    se ne andava tranquillo...

    (Il Reduce, cantato)

    Son sicuro, lo giuro
    alla partenza l’avevo con me
    ma all’arrivo ahimè
    il malloppo non c’era più!

    (Il Coro, cantato)

    Non c’era più!
    Che caso oscuro.

    (Il Reduce e la ragazza, a due voci)

    E’ sparita
    la mia / la tua vita.

    Ma forse non l’hanno rubata
    sono io che l’ho / sei tu che l’hai / perduta
    in un momento di distrazione
    oppure di fame...

    (Il Coro, cantato)

    O di colpevole illusione.

    (I due gemelli all’unisono, c.s.)

    E’ sparita
    la tua vita.

    (Il Reduce)

    Indietro son tornato
    dappertutto ho guardato
    macché, niente da fare.
    A mezzanotte ho smesso di cercare.

    (I due gemelli all’unisono, c.s.)

    E’ sparita
    la tua vita.

    (Il Reduce e la ragazza, a due voci)

    Anche se dentro
    non c’era quasi niente
    mi ero / ti eri affezionato a lei.
    Speriamo che almeno
    mi / ti rendano i documenti
    perché altrimenti
 
    (Il Reduce)

    io non so più chi sono

    (La ragazza)

    tu non sai più chi sei.
 
    (Il Coro)

    E’ sparita
    la sua vita.
 
IL REDUCE  -  Davanti agli inganni e ai fallimenti che ci venivano prospettati con tanta insistenza eravamo tutti molto demoralizzati. E anche infuriati!

IL CORO - Col vecchio, sissignore! Come si fa a non odiare chi ti fa capire che non c’è speranza, anche se dice la verità?

IL REDUCE - Quando tornavamo a casa trotterellando in fretta lungo il sentiero lanciavamo maledizioni a quel menagramo e l’augurio più frequente era che il mandorlo gli cascasse addosso.

IL CORO - Così un giorno decidemmo di non andare all’appuntamento. Cioè: ci andammo ma non ci facemmo vedere. Ce ne restammo nascosti dietro al muretto. Pensavamo che gli sarebbe dispiaciuto non sentirci arrivare e forse chissà, punto nell’orgoglio, anzi nella vanità, ci avrebbe chiamato con la sua voce roca.

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Invece no. (E’ tristissimo)

VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) Passò un’ora, ne passarono due… trattenevamo il respiro.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) E lui? Immobile come un statua.

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) E la ragazza? Perché la ragazza c’era, eccome se c’era, guardala là!

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) Fo-forse era su-sua fi-figlia!

IL CORO - Si, poteva essere!

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Una figlia bastarda di cui vergognarsi! (Si tappa la bocca mentre tutti la guardano)

IL CORO - Stavamo facendo le peggiori congetture quando d’improvviso la sentimmo cantare.

(La ragazza canta la melodia “delle sirene”)

 E anche lui cantava! Cantava insieme a lei! Sissignore!

(Cantano a due voci la melodia)

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “spezia”) Quel vecchio mentitore! Visto che la conosceva? Sapeva benissimo che era lì!

(La ragazza ride)

IL CORO - Mai fidarsi dei poeti!

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) Cantava, il gaglioffo!

IL CORO - Ssssttt!...

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”, abbassando il volume) Con voce più limpida del solito.

(La ragazza riprende il canto)

IL REDUCE - Cantava seduto proprio su questo sasso! Cos’era? Un canto che non saprei descrivere… tendemmo l’orecchio… meraviglioso! Sublime! Un canto pieno di luce e di trasparenza che saliva in cielo e si riverberava nel mondo! Proprio così! Come uscito di prigione, in uno di quei rari momenti di grazia che alle volte ci sono concessi, quell’uomo ormai alla fine della vita, abbracciato a quella ragazza… cantava come Orfeo… con modulazioni dolcissime che facevan bello il nostro cuore irsuto di ragazzi prepotenti.

IL CORO - E d’improvviso il vecchio sembrò a tutti noi… giovane!

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Alto, coi capelli bruni!

VOCE SINGOLA - (Vera “la leggera”) Si, come per un incantesimo… era diventato bello! (Per alcuni istanti, anche il coro canta il “canto delle sirene”)

IL CORO - Quasi impauriti stavamo assistendo a qualcosa di inspiegabile, un mistero grande… e in cuor nostro pregammo Iddio che non ci mandasse proprio in quel momento un acquazzone. Quell’uomo incartapecorito non sembrava mai stanco… un po’ stava seduto e un po’ si alzava in piedi…

(Il Reduce si alza. Il canto della ragazza continua)

 …e ritto sotto il mandorlo allargava le braccia e girava su se stesso muovendo le dita delle mani…

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Come per afferrare il vento…

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) E il su-suo sguardo era te-tenero…

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo”) Tenero e lieto… (E’ tristissimo)

VOCE SINGOLA - (Martina “la brilla”) Poi, come inebriato del suo stesso canto, si distendeva a terra…

IL CORO - E noi lo ascoltavamo rapiti, nel cuore di quella notte che sembrava essere figlia di una notte ancora più grande.

(Il Reduce si distende a terra. Il canto cessa)

VOCE SINGOLA - (Gina "la credulina") Quando il canto finisce c’è un silenzio che non si può descrivere.

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Si potrebbe sentire un ragno tessere la tela.

VOCE SINGOL A - (I due gemelli) Esatto.

(La ragazza si distende sul Reduce Si baciano)

IL CORO - E in quel silenzio il vecchio baciò la ragazza. Un bacio lungo e appassionato che lasciò noi senza fiato.

VOCE SINGOLA - (Il ciccione Filippo) Il vecchio baciava Susanna!

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) Erano amanti!

VOCE SINGOLA - (Armandino “il vedovo") Un vecchio e una fanciulla! (Ride. Poi se ne vergogna e piange)

IL CORO - Poi restarono a lungo a guardarsi negli occhi e lui le accarezzò i capelli e le disse…  le disse…  (Si guardano fra loro, interrogativi)

IL REDUCE - (Raccoglie il quaderno) L’avevo segnato qui…  erano dei versi… (Trova la pagina) …versi d’amore… tutto perduto… no, ecco, forse qui c’è qualcosa…  si…  dov’è?

LA RAGAZZA - (Si china sul quaderno e legge) ”Venere sorta dalla rosea conchiglia / parto celeste, luminosa figlia / del mare”…

IL REDUCE - Del mare…  e poi, e poi…  ce n’erano altri…  almeno mi sembra…  non li trovo…  forse è stata la pioggia a cancellarli. Peccato.

(Ansima, il quaderno gli scivola dalle mani. Si siede sul sasso. Si odono dei latrati di cani. Il Reduce sussulta)

 Oddio! I cani!

VOCE SINGOLA - (I due gemelli) Si udirono dei latrati!

IL CORO - I cani! Mamma mia!

VOCE SINGOLA - (Giocondo il biondo) Era quasi mattina, il tempo era volato!

VOCE SINGOLA - (Michelina detta “Spezia”) E nessuno di noi aveva fatto ritorno a casa!

VOCE SINGOLA - (Clemente il balbuziente) I no-nostri genitori avevano da-dato l’all-al-larme!

VOCE SINGOLA - (Gina “la credulina”) I paesani con le torce per ore e ore ci avevano cercato dappertutto…

VOCE SINGOLA - (I due gemelli) E ora le guardie forestali venivano con i cani!

IL CORO - Quando sentimmo gli animali abbaiare scappammo via da quel luogo, spaventati come lepri a settembre! Via! Via! Ci mettemmo a correre verso il borgo urlando a squarciagola: “Siamo qui, siamo qui!”

VOCE SINGOLA - (Marco “il tenore”) Per far sentire che eravamo vivi! Vivi!

IL CORO - Urlavamo andando incontro al temporale.

(Il latrato dei cani cessa)

IL REDUCE - Eh, si… furono sberle per tutti e calci nel sedere e minacce di divieti futuri. Ma per noi ci voleva ben altro!

(La ragazza canta il “canto delle sirene”)

 Passata che fu la paura, nella penombra delle nostre stanze eravamo tutti alla finestra.

IL CORO - Se anche i genitori, i nonni, le zie e i fratelli più grandi si fossero affacciati, si sarebbero commossi alla vista di quel cielo di perla dove il canto della ragazza pareva aver ricamato occhi, labbra e parole d’amore…

IL REDUCE - Le stesse che io, febbrile, stavo  ricopiando sul mio quaderno.

(Si ode un campanellino. Il Reduce si solleva appena dal sasso e si guarda intorno quasi eccitato)
 
 Hanno la stessa età la morte e la luce.

(Dopo qualche istante, il Reduce lentamente si risiede)

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che i rami del mandorlo erano pieni di allodole.

    13 - IL FIORE INESISTENTE
    (Il Reduce)

    Come un botanico folle
    e incorruttibile
    cercavo di accoppiare le rose
    con l’impossibile.
    Le rose con l’impossibile.
 
    (A due voci con la ragazza)

    Il risultato
    è un fiore mai nato
    ma la mia/tua vita
    ne fu profumata
    il fiore inesistente
    è il più fragrante
    inventatevi un fiore
    per non morire.

    (Solisti e coro)
 
    Venga Venere
    venga aprile
    vengano le onde
    del mare aperto
    venga il mio/tuo fiore
    il fiore mai nato
    fior di ritrosia
    fior di fantasia

    (La ragazza, voce sola)

    perla del mare
    luce mirabile
    palpito di nulla
    impossibile anello
    manto di cielo
    bellezza grandiosa
    soave risveglio
    odorosa grazia.
 
    (Solisti e coro)

    Venga Venere
    venga aprile
    nulla si perde
    tutto si rinnova
    verde letizia
    porpora d’ali
    lieta corolla
    sorella e sposa!
 
    (Il Reduce)

    Come un botanico folle
    e incorruttibile
    cercavo di accoppiare le rose
    con l’impossibile.

    (A due voci)

    Le rose con l’impossibile.

(La ragazza si siede sull’erba e suona la cetra)

IL REDUCE - In ogni caso, malgrado non sapessi nuotare, avevo deciso di imbarcarmi. Aspettavo quel giorno con un’ansia indicibile. Perciò, facendomi forza, una sera chiesi al vecchio: “Mi devo coprire? O è meglio nudi, con solo una foglia?” Il vecchio rideva. “Anche tu ora parli per metafore?” - “Ho imparato da te.” - “Dipende da quello che vuoi fare.” - “Voglio cambiare il mondo.” - “In meglio o in peggio?” - “Non deridermi, vecchio. Sono pronto a dare la vita.” Il vecchio si fece serio e disse: “A petto nudo è meglio”.

IL CORO - (Tutti i ragazzi si guardano fra loro) A petto nudo?

IL REDUCE - Preparai la valigia in silenzio. Non avevo detto niente a nessuno. Seguendo il consiglio del vecchio avevo deciso di essere solo, in quel gesto supremo col quale mi collocavo alla pari dei mitici esploratori di continenti e di galassie, e degli eroi esemplari.

IL CORO - Sarebbe stato accolto nel cenacolo celeste degli artisti.

IL REDUCE - Maggiori o minori non importa perché l’arte è una madre imparziale che ama tutti i suoi figli allo stesso modo.

IL CORO - Avrebbe vissuto con purezza d’animo e il compito che s’era prefisso era questo: dare al mondo notizie di luce.

LA RAGAZZA - Notizie di luce.

(Il Reduce afferra la valigia)

IL REDUCE - Mi sembrava tutto molto semplice e naturale. Ma non potevo partire senza salutare il vecchio.

(La luce lunare che all’inizio illuminava la ragazza ora invade tutta la scena. Il Reduce, con la valigia in mano, la percorre girando due volte intorno all’albero)

 Feci tutta la strada di notte, in un plenilunio meraviglioso. Ogni ciottolo del sentiero mi diceva “ciao” scrocchiando sotto i piedi…

IL CORO - Ciao, ciao, ciao...

IL REDUCE - “Ciao, ciao, ciao”… ripetevano gli altri ciottoli.

VOCE SINGOLA - (I due gemelli) S’è alzato un po’ di vento.

IL CORO - Contava le costellazioni, doveva imparare ad orientarsi.

IL REDUCE - C’erano dei fruscii fra i cespugli, la terra era in fermento, gli animaletti della notte si rigiravano nelle loro tane.

IL CORO - E il vento cresceva, volava qualche foglia.

IL REDUCE - M’ero bagnato il dito e me l’ero ribagnato e poi ribagnato ancora: il vento cambiava ad ogni passo, ad ogni biforcazione del sentiero.

IL CORO - Il vento lo metteva alla prova!

IL REDUCE - “Avrai pane per i tuoi denti, vecchio mio!” pensai fra me e me. E finalmente arrivai al mandorlo.

(Il Reduce posa la valigia mentre la ragazza scompare dietro l’albero, portando con sé la cetra)

 Rallentai un poco perché lì davvero il panorama si faceva sublime: avete mai osservato un mandorlo fiorito in una notte di plenilunio? Posai la valigia e mi ci sedetti sopra, un po’ per tirare il fiato e un po’ per compiacermi d’esser vivo e giovane in una natura così bella.

(Si ode il suono di un campanellino)

 E d’un tratto mi parve di udire un suono argentino…

(Si guarda intorno)

 ...e vidi un fanciullo, poco lontano.

(La ragazza appare da dietro l’albero con una marionetta che rappresenta un fanciullo dal viso sorridente e con indosso una piccola tunica bianca. La ragazza muove la marionetta con maestrìa, tanto che il fanciullo sembra davvero di carne)

 Sembrava che danzasse e poi faceva capriole e poi danzava ancora e forse era lui che muoveva il vento con le mani, si, era lui, ecco perché il vento cambiava direzione ad ogni passo! E legato alla caviglia aveva un campanellino!

IL CORO - Il fanciullo gli fece un segno d’invito con la mano e il vecchio lo raggiunse.

(Il Reduce, restando un po’ a distanza, si china a parlare col fanciullo, che risponde con la voce della ragazza)

IL REDUCE - Ma tu chi sei? Non hai paura a star solo di notte?

IL FANCIULLO - Oh, no…  la notte mi piace. Ci sono nato.

IL REDUCE - E conosci bene questo posto?

IL FANCIULLO - Si, lo conosco bene. Questo è un mandorlo.

IL REDUCE - Allora conosci anche il vecchio!

IL FANCIULLO - Quale vecchio? Di chi stai parlando?

IL REDUCE - Del vecchio che racconta le storie sotto l’albero.

IL FANCIULLO  - Sotto l’albero non c’è nessun vecchio, ci sono soltanto io, qui.

(Il Reduce si alza)

IL REDUCE - Soltanto tu? Guarda.

(Il Reduce indica il sasso sotto l’albero. Al Coro)

 Il vecchio era lì seduto ma il fanciullo pareva non vederlo. Che fosse cieco?

(Tutto il coro si stringe nelle spalle. Il Reduce si accosta all’albero e indica di nuovo il sasso)

 Guarda bene. Io lo vedo.

IL FANCIULLO - Ti sbagli. E’ che sotto al mandorlo a quest’ora i raggi della luna fanno da specchio. Quello sei tu.

IL REDUCE - Io?…

IL FANCIULLO - Proprio così e ora tocca a te. Domani verranno i ragazzi a farti le domande.

(I ragazzi del Coro salutano il Reduce con la mano)

IL REDUCE - I ragazzi? Che ne sai tu dei ragazzi? E poi io devo partire, ho fatto la valigia.

(Il Reduce indica la valigia. Il fanciullo ha un riso leggero)

IL FANCIULLO  - Quella è la valigia del ritorno.

IL REDUCE - Senti, marmocchio, io il viaggio non l’ho ancora cominciato.

IL FANCIULLO - Si, che l’hai cominciato. E l’hai anche finito. E’ stato un viaggio lunghissimo che si è consumato in un istante. Per questo sei venuto qui stanotte. Quello è il tuo sasso.

IL REDUCE - Bambino mio, stai prendendo un granchio. Ho la valigia piena di biancheria pulita e ancora non ho toccato i risparmi. Un bel gruzzoletto, sai? Mi dovrà bastare per molti mesi, finché non troverò una nave. Comincerò facendo il mozzo e un giorno comanderò una nave tutta mia.…
 
(Il fanciullo non risponde)

 Sono giovane, vedi?

(Il Reduce fa due flessioni, con il poco impeto di cui è capace)

 Guarda: ohp, ohp!

IL FANCIULLO  - Avvicinati al mandorlo. Specchiati nei raggi della luna.

(Il Reduce, stupito e intimorito, si avvicina al mandorlo)

IL CORO - Si avvicinò al mandorlo e si specchiò in quei raggi e subito sentì le ginocchia piegarsi.

IL REDUCE - Sono io quello?

(Il fanciullo ride come prima, leggero)
 
IL FANCIULLO - Fate tutti così, stentate a riconoscervi e sgranate gli occhi per lo stupore. Hai viaggiato, hai vissuto e ora sei vecchio.

IL REDUCE - Viaggiato? Vissuto? Ma non me ne sono nemmeno accorto.

IL FANCIULLO  - E’ la cosa più naturale del mondo. Ora dovrai raccontare quel che hai visto.
 
IL REDUCE - Ma io non ho visto niente.

IL FANCIULLO  - Allora racconta quel che non hai visto.
 
IL REDUCE - Ho la voce troppo roca.

IL FANCIULLO  - Perché hai parlato troppo poco. Quanto silenzio in tutti questi anni! Viene l’alba. Sarai stanco, devi raccogliere le forze. Chiudi gli occhi e riposati.
 
IL REDUCE - Ma tu chi sei, cosa fai qui? E com’è che conosci certe cose?…
 
(La ragazza e il fanciullo arretrano verso il fondo)

IL FANCIULLO  - Presto lo saprai. Su, fra poco i ragazzi arriveranno e tu sai come sono petulanti e invadenti. Vorranno sapere tutto e dovrai accontentarli.

(I ragazzi del Coro salutano ancora, vivamente, con la mano)

IL REDUCE - Cosa gli potrò raccontare? Che ho guardato con occhi da cieco? Che ho usato la mia voce per tacere? Che ho sfiorato l’amore senza afferrarlo, che di fronte al male sono stato vile e il bene l’ho ingurgitato al bancone del bar, filandomene via senza pagare?
 
(La ragazza e il fanciullo si allontanano sempre più)

 Dove vai? Non lasciarmi solo! Potrebbero assalirti nel bosco, sei un piccolo bambino…

IL FANCIULLO  - Ho più anni di quelli che dimostro.

IL REDUCE - E il vecchio che prima c’era, ora dov’è?

IL CORO - Invece di rispondere, quel fanciullo fece un gesto come a indicare “nell’aria”.

IL REDUCE - E la ragazza che c’era e non c’era?

IL CORO - E il fanciullo fece un gesto uguale.
 
(La ragazza ha un leggerissimo riso argentino)

IL REDUCE - Dimmi almeno: chi era quella ragazza?
 
IL FANCIULLO  - Era la Musa di quel vecchio poeta.
 
(La ragazza e il fanciullo sono scomparsi. Sotto l’albero è rimasto l’album di fotografie)

IL CORO - La Musa del poeta… in effetti anche la cetra era sparita. E il fanciullo aveva preso il sentiero. Si sentì a lungo un suono argentino che andava e veniva col vento, il suono di un campanellino.

IL REDUCE - Allora mi sedetti sul sasso. Feci un po’ fatica a chinarmi, lo riconosco. Lassù l’alba si annunciava con veli di rosa e perla sulle fronde degli alberi. E ancora una volta mi tornò alla mente la frase del vecchio ascoltata tanti anni prima.

IL CORO - Hanno la stessa età la morte e la luce.

IL REDUCE - Di quale luce intendeva parlare? Ero agitato. “Qualcosa dovrò pur dire a quei ragazzi, quando arriveranno”…

(I ragazzi del Coro salutano ancora con la mano. Poi scavalcano il muretto e vi si siedono sopra, qualcuno siede sull’erba. Il Reduce raccoglie da terra il quaderno e lo sfoglia)

 Cercavo nel quaderno… per rinfrescarmi la memoria… cercavo in queste poche pagine superstiti… in questa, mi ricordo… anche in questa… ma non… ahimè, pochi appunti sbiaditi… guarda qua… una specie di poltiglia… si, perché dopo il fuoco anche la pioggia si era accanita più volte su questo povero quadernetto… appunti che già allora si leggevano appena… se riuscissi… oh, guarda guarda… uno schizzo di casa… eh, si, molto… molto infantile…  e accanto alla casa…  aspetta…

(Avvicina il quaderno agli occhi)

 …un nome sbiadito. Di uomo o di donna? Non si capisce. Qui poi c’è una cancellatura feroce… quando si dice il caso… si è salvata dal fuoco… e anche dalla pioggia.

IL CORO - Si son salvate le cancellature! Chissà cosa c’era scritto…

IL REDUCE - Povero quaderno inutile. La stufa era il posto giusto per te.

(Butta il quaderno ai piedi dell’albero, accanto all’album)

 “Cosa dirò a quei ragazzi?” pensavo. La vista mi s’era un po’ annebbiata, i miei occhi erano stanchi. Li chiusi del tutto per riposarli e dissi fra me e me: sforziamoci di ricordare il passato, forse c’è qualcosa di buono da raccontare e comunque è un esercizio utile per la memoria. Da cosa cominciamo? Dai nomi delle persone? No, è come spingersi nell’intrico di una boscaglia… per ogni nome ci sono troppe facce, ognuna con la sua storia chiusa a chiave.

IL CORO - Sarebbe meglio provare con gli alberi... gli alberi non fanno mistero di se.

IL REDUCE - E’ vero. Così cominciai a nominarli, gli alberi. Ma solo col pensiero.

IL CORO - (Con la voce del ricordo) Pino, faggio, abete… quercia, noce, castagno…

IL REDUCE - Mi accorsi con piacere che ricordavo molti nomi di piante. Ecco cosa avrei potuto insegnare a quei ragazzi!

IL CORO - Acero, pioppo, frassino… tiglio, acacia, cipresso…

IL REDUCE - Il nome del  cipresso lo mormorai appena. Cominciavo a sentirmi un po’ più sollevato, evidentemente in quel viaggio lunghissimo e brevissimo qualcosa ero riuscito a mettere da parte. Qualcosa che mi avvicinava alla terra e che rendeva l’attimo più dolce. Provai ad alzare il tono passando agli arbusti.

IL CORO - Mirto, alloro, ginestra… ginepro, corbezzolo, melograno!…

IL REDUCE - La mia voce era abbastanza chiara, ne fui sorpreso. Allora, molto rinfrancato mi misi a urlare: Saaalice! Betuuulla!…

IL CORO - Saaalice! Betuuulla!…

(Si ode l’eco delle voci che ripetono i nomi)

IL REDUCE - Beh, non ci crederete ma nella valle si sentiva l’eco della mia voce che chiamava le piante!

(L’eco ripete ancora i nomi di tanti alberi. Il Reduce ride divertito)

 Chissà i tassi! Chissà le bisce d’acqua! Se qualcuno fosse passato di lì in quel momento mi avrebbe preso per pazzo. Un pazzo per davvero, un comunissimo vecchio pazzo…

(Alza il capo con un piccolo sussulto e ascolta)

 vestito di stracci... si, perché dalla fretta di partire…  anzi, di ritornare…  i miei abiti buoni li avevo dimenticati chissà dove…  o forse li avevo venduti…  o lasciati al monte dei pegni. Per fortuna sotto il mandorlo c’erano questi... “certamente li ha lasciati il vecchio” pensai. Chissà come mai era vestito così, quell’uomo strano? (Indica il cuore) Qui c’è un foro di pallottola. Mah!

(Solleva di nuovo il capo e ascolta, poi si alza e raccoglie la valigia. Si ode il suono del campanellino. La ragazza appare nei raggi della luna e lo chiama con un gesto. Il Reduce si avvia, la raggiunge e scompare con lei)

IL CORO - Abbiamo dimenticato di dire che le allodole sui rami del mandorlo non c’erano più: erano volate via insieme al vecchio e ora bisognava aspettare la nuova migrazione.

    14 - CANTO DI CHIUSURA
    (Il Coro canta)

    L’allodola va
    non teme la morte
    per lei la morte è piccina
    piccina come un ciondolo
    un ciondolo portafortuna

    l’allodola va
    non teme la vita
    per lei la vita è piccina
    piccina come un chicco
    un chicco di grano.

    Vivi come l’allodola, ragazzo
    e canta su quel ramo che si spezza
    perché piccino è il chicco come il ciondolo
    portafortuna.

    Vivi come l’allodola, ragazzo
    che quando vien l’inverno è già fuggita
    verso i paesi caldi della vita
    al chiar di luna.

    Vivi come l’allodola e non fare
    troppe domande a chi ti vuole bene
    piantalo nella terra questo seme.
    Buona fortuna.
 
 

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NOTE
(1) Arthur Rimbaud - “Vocali”.
(2) “Così passò il tempo / che ci fu dato sulla terra” è un verso di Bertolt Brecht.
 
 



 
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