FRAMMENTI DI VITA

di
Vittorio Franceschi
(2004)



 

Personaggi

LUI e LEI
 
 
 



 







Un uomo e una donna camminano, si siedono, si sfiorano, parlano senza vedersi. La scena è un molo: il mare intorno e due panchine di pietra ai due lati. Accanto alle panchine, due lampioni e due piloncini di bronzo ai quali sono legate gomene che finiscono in mare. Proprio sul fondo del molo, c’è un tavolino apparecchiato per una cena con piatti, bicchieri, una bottiglia di champagne nel contenitore del ghiaccio e un candelabro d’argento con due candele. Lo sciabordio del mare va e viene, come il fischio del vento, che in certi momenti è fortissimo, in altri leggero, e scompare durante le canzoni, salvo forse in alcuni momenti. Qualche volta è giorno, qualche volta è notte. Quando è notte, la scena viene attraversata a tratti dalla luce intermittente di un faro. All’inizio entrambi i personaggi camminano in silenzio, lontani l’uno dall’altro. Si odono le loro voci incise.
 

VOCE DI LUI - “E’ colpa mia se sono un poeta? Nella mia vita regna il disordine ma non è tanto il disordine delle cose, difficilmente in casa mia potreste trovare una pantofola nel frigo o una grattugia sotto il cuscino, come vuole la leggenda a proposito degli artisti. Anche perché mia moglie è ordinatissima. No, il mio è il disordine dei sogni, anzi delle illusioni, che si accavallano coi problemi quotidiani mettendo loro una maschera. A vent’anni pensavo che questo disordine fosse una fase, a trenta un vizio come il fumo, mi dicevo basta smettere. Ora so che è una fuga dal dolore, cioè dalla realtà, perché la realtà ha l’odore del sangue e mortifica il talento. Interrompere questa fuga non dipende da me. Cioè non credo. Non da me soltanto. Da almeno vent’anni sono in attesa di qualcosa di decisivo che deve accadere. Come artista, voglio dire. Una svolta, un lampo. Un bagliore che mi disarcioni alle porte di  Damasco. E che di colpo dia un senso a ogni mio gesto precedente, a ogni mio verso già scritto. Perché i versi escono dalla penna con grida anarchiche, a frotte, in tumulto, e l’ordine e il senso glielo diamo dopo. Credetemi, è così. E in attesa di quel lampo, scrivo. I versi sono la mia zattera. Sbatacchiato sui flutti. Bevo acqua piovana. I poeti non hanno un porto dove andare, l’ancora di salvezza per noi non c’è. I poeti vivono in alto mare su quel legno scivoloso e fragile, in balia dell’oceano. E più fanno naufragio più sono salvi.”.

LUI - Valle a spiegare a mia moglie, queste cose...

VOCE DI LEI - “Quand’ero bambina mia mamma mi diceva: “La pazienza ha un limite”! E giù sberle. A me sembrava di non aver fatto niente di male e pensavo che le sberle fossero comprese nel pacchetto, come la varicella. Un pedaggio da pagare per poter crescere. Avevo un amichetto che giocava con me in cortile. Siccome ero più brava di lui a pallone, mi tirava i capelli e mi pestava i piedi. E io pensavo: “Si cresce”. A sedici anni avevo un ragazzo che mi menava. E mi dicevo: sii contenta, stai crescendo alla grande. A ventisei mi sono sposata e mio marito non mi ha mai picchiata. Non capivo cosa fosse successo, come mai l’ingranaggio della crescita si fosse arrestato. Poi ho capito che mi stava rompendo le ossa con i suoi silenzi e la sua malinconia. Anche il crepuscolo ha una sua brutalità. Anche il mazzo di fiori per l’anniversario del matrimonio, se arriva il giorno dopo con questo bigliettino: “Indovina che giorno era ieri... baci baci.” Baci baci? Che tipo di baci? E soprattutto: come fa a passarti di mente? Quella data è sacra, più del Natale e delle Festa della Repubblica. I primi anni, quel giorno, appena sveglia aprivo la finestra e ringraziavo il cielo. L’altr’anno ho aperto la finestra e ho cacciato un urlo così forte che i piccioni si sono alzati in volo. Tu stavi scendendo le scale: sei tornato su di corsa e sei piombato in camera urlando “cosa c’è?”... “E’ il nostro anniversario, amore. Ecco cosa c’è!”.

LEI - Valle a spiegare a mio marito, queste cose... (Si siede su una panca)

LUI - Si, lo so, una volta anche i poeti lottavano. Per la Patria, per la pace, per la libertà. Ogni tanto ce n’era uno che moriva da eroe. Ma oggi... vi siete guardati intorno per bene? Il cielo l’avete visto? Scie bianche lasciate nell’azzurro da jet supersonici che portano in giro per il mondo milioni di uomini... per la maggior parte ignoranti, corrotti, violenti e imbecilli. E il mare inghiotte naufraghi. Per chi li scrivo i miei versi patriottici? (Si siede sull’altra panca) E’ vero, ci vorrebbe anche un po’ di ottimismo, di slancio vitale... separare la farina dalla crusca. Ma io non ne sono stato mai tanto capace. Il male e il bene io li conosco, dormono nello stesso letto e scopano dalla mattina alla sera. E poi oggi la crusca è stata rivalutata, dicono che regola l’organismo. Chissà se regola anche gli endecasillabi...

LEI - A darti sollievo qualche volta ci potrebbe essere l’amore, caschiamo sempre lì.

LUI - Si, ci potrebbe essere l’amore.

LEI - Lo aspettiamo tutta la vita...

LUI - O per meglio dire il pensiero dell’amore.

LEI - E continuiamo ad aspettarlo anche dopo che l’abbiamo trovato.

LUI - Il pensiero o l’illusione?

LEI - Il sogno dell’amore. Perché l’amore vero e proprio, quello in carne e ossa, con uno sguardo e una voce, dura quel che dura e poi chissà cos’era!... Mah.

LUI - Mah. “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Diciamo anche solo l’intuizione dell’amore.

LEI - La sua speranza.

LUI - Qualcosa di indefinito, come l’arcobaleno... o di misterioso come un bosco di sera. Un profumo, uno sguardo... una spalla nuda riflessa in uno specchio... un barbaglio di voluttà.

LEI - Qualcosa di irrinunciabile. Una voce virile in un vicolo, che chiama un nome di donna. Una volta mi è capitato di sentirla. Dio, come avrei voluto essere quella donna! Come avrei voluto ubbidire a quella voce!

LUI - Il fruscio di una sottana. Gli occhi di una ragazza rapiti davanti a una vetrina. Guarda un anello. E tu le dici: “Non conosco il tuo nome ma ti amo, quell’anello è tuo”.

LEI - Una canzone da una radio della casa di fronte. O un fiore che resiste. Gli altri del mazzo son marciti tutti ma quello resiste, è ancora bello, e pensi “i fiori non sono tutti uguali, proprio come gli esseri umani”... e per qualche giorno ancora lo curi e lo guardi, è la tua speranza.

LUI - Oppure un bigliettino che qualcuno ha lasciato cadere da una terrazza. Subito hai guardato in alto ma non c’era più nessuno. Allora l’hai raccolto, stavi per leggerlo... macché, un soffio di vento te l’ha portato via.

 (Canta)

 GIORNI STRANI

Ci sono giorni
che vorresti andar via
via da casa e anche da te stesso
giorni strani
fai fatica a riconoscer le tue mani
hai l’occhio fisso
su qualcosa che non c’è
qualcosa che viene da lontano

forse un ricordo
o un sogno fatto a un’altra età
una parola che ti ha fatto male
giorni strani
fai fatica a rispondere a un saluto
ti domandi il perché
della stretta che ti senti alla gola.
Forse una promessa che non hai mantenuto
l’impressione vaga di aver tradito.

Ci sono giorni
che vorresti cancellare il passato
anche se non hai rubato né ucciso
giorni strani.
Ci sono giorni
che hai pensieri che si spezzano nel vento
e non sai più dove mettere il dolore
giorni strani.

Ci sono giorni
che hai bisogno di un treno per partire
e scendere alla prima stazione
giorni strani.
Ci sono giorni
che il telefono squilla e non rispondi
te ne stai a guardare là sul tetto
il sonno misterioso di quel gatto.
Giorni strani.

Ci sono giorni
che vorresti andar via
via da casa e anche da te stesso
giorni strani.

LEI - Poi anche quel fiore che aveva resistito appassisce e allora cosa fai? Giochi in borsa? Ti compri una pelliccia? Fai un viaggio all’estero? Io ho fatto come il 90% delle donne: mi sono rifugiata nel matrimonio, che fra tutti i sogni femminili è il più persistente. Il 90% degli uomini, invece, si rifugia nel sogno del calcio. Il calcio produce un tasso di esaltazione e di euforia che al confronto l’amore e il sesso perdono otto a zero. Tutti insieme in cinquantamila, in centomila, sognano. Le donne, invece, pensano che i sogni si debbano fare in coppia. Anche solo per garantire la continuazione della specie. E l’uomo può anche essere brutto, gobbo e pelato, ma dev’essere un vincente.

LUI - Il 90% delle donne sogna di sposare un condottiero. Pensa un po’! Io cosa c’entro? Odio comandare, mi fa sentire ridicolo, col petto in fuori come certi capetti mezzeseghe che credono di essere Napoleone. Tra Ettore e Achille io scelgo Omero, che ci fa il racconto senza toccare la spada. Delle armi d’Achille e dell’eroismo di Ettore non m’importa un fico secco. Chi glielo spiega?

LEI - A forza di sognare un vincente ho finito per sposare un poeta. Noi donne siamo bravissime a suicidarci per amore.

LUI - Io non ho ancora capito perché mi sono sposato. Ma soprattutto, perché lei ha sposato me.

LEI - Con tutte le donne che ci sono in facoltà proprio contro di me dovevi andare a sbattere!

LUI - Se tu quella volta non mi avessi guardato con quell’aria così stupita e trattenendo a stento le risate, io avrei tirato dritto e non ci saremmo mai più visti.

LEI - Non capita tutti i giorni di sentirsi dire: “Sono un poeta, cerco la professoressa Gioia Vacca”. Di solito ad Agraria bazzicano periti chimici e figli di coltivatori diretti. Se tu quel giorno, sbadato come sei, non avessi sbagliato Facoltà, non ci saremmo mai conosciuti. Per discrezione non ti ho mai chiesto chi fosse quella professoressa che stavi cercando, se il vostro rapporto avesse qualche attinenza col suo nome. (Lui ride) Magari era più carina di me, s’intendeva di poesie e ti faceva gli occhi dolci. Forse era ricca di famiglia. Avresti potuto sposarla e saresti stato più felice che con me.

LUI - E pensare che cercavo la mia vecchia insegnante di lettere, per regalarle la mia prima raccolta di poesie. Le avevo fatto anche la dedica. Ne sarebbe stata fiera. Invece ho sbagliato scala. Io non so come possa venire in mente di mettere nello stesso palazzo la Facoltà di Lettere e quella di Agraria. Con tutto il rispetto... Dante coi peperoni, Foscolo con gli anticrittogamici... Poi tu mi indicasti la scala giusta e a Lettere mi dissero che la professoressa Gioia Vacca era morta da un anno. Aveva molti acciacchi, poverina...

LEI - Per un po’ ti ho pedinato nel corridoio. Ma chi è quel tipo?

LUI - L’avevo sentita in aprile e stava benissimo, le avevano anche dato una medaglia.

LEI - E tu hai fatto l’errore di girarti...

LUI - Un po’ l’età, un po’ il diabete. Basta un niente.

LEI - E di sorridermi. Il poeta e la pera Williams, che sono io. Proprio come una pera. Ragazze, i poeti vanno bene per un po’, perché soddisfano il nostro bisogno di romanticismo. E poi sono così arruffati, distratti, pasticcioni... risvegliano il nostro istinto materno. Ma alla lunga... dovete sapere che un poeta è capace di stare ventiquattr’ore senza parlare, a guardare fisso il vuoto con la penna in mano.

LUI - “Essere o non essere, questo è il problema”...

LEI - Poi butta giù due righe e voi pensate: “E’ partito, se Dio vuole è arrivata l’ispirazione”. Neanche il tempo di formulare questo pensiero azzardatissimo, che lui strappa il foglio con rabbia, lo appallottola e lo butta in mare. Quando non ci butta tutto il quaderno! Oggi poi che ha cominciato a usare il computer... non ci voglio pensare!

LUI - Quante volte le ho sentito dire: “Stai lì a cincischiare ore e ore su una parola! Vieni, che è pronto!”... Lei lo chiama cincischiare. Non conosce il mio tormento, quando cerco di dire in modo nuovo le cose che tutti i poeti del mondo hanno già detto in quel sublime modo vecchio! Provate voi a parlare in modo nuovo della donna, della vita, o del mistero della morte. O di un passero che cinguetta. Perché i passeri ci sono anche oggi, mica solo ai tempi di Leopardi. Ma ci vuole l’orecchio giusto, per accorgersi che il suo cinguettio è cambiato negli ultimi due secoli e quindi si può di nuovo parlare di lui. Ma gli altri mica ce l’hanno, l’orecchio giusto! Provate a mettere in una poesia moderna un passero contemporaneo: i critici retrogradi creperanno dal ridere e l’editore rampante straccerà il contratto. E’ anche per questo che mi sento fuori gioco e così sono indeciso, ombroso, apatico, inconcludente.

LEI - Ci sono delle volte che mi cascano le braccia, non so cosa gli farei. Avete mai visto un poeta sfogliare l’orario dei treni? Cercare una coincidenza? O mettere le catene quando nevica? O farsi la barba con un quintale di schiuma dopo essersi già messo la camicia pulita e la cravatta? Chi ama la poesia stia alla larga dai poeti. Se posso dare un consiglio.

 (Canta)

LEONESSA E PANTERA

Lasciami aver paura, amore
della tua natura
così fragile e incerta...
ti vorrei come un lupo feroce
una fiera veloce
che azzanna la preda alla gola
e invece la tua parola
è dolce come il fiore
che spunta in quell’aiuola brulla.
Qualche volta mi sembra
d’esser l’uomo io
e tu la fanciulla!

Non è facile, lo sai
riuscire ad accettarti come sei
esser così diversi
e riuscire ad amarsi!
Chissà come si fa?

La donna vuol esser presa
e portata via
e se tu non lo fai
lo faccio io da sola
prendo le chiavi piangendo
scendo di corsa le scale
e da sola mi porto via
come in preda
a una strana allegria!
Mi sento leggera
leonessa e pantera
e son pronta a rischiare la vita
e a tornare da te ferita
per piangere sopra il tuo petto
e sentirlo finalmente forte.

Non è facile, lo sai
riuscire ad accettarti come sei
esser così diversi
e riuscire ad amarsi!
Chissà come si fa?

Quando ti guardo sento
che non sei felice
i tuoi pensieri han bisogno di spazio
per volare alto
ma io non so darti le ali
non so essere Musa
sono una donna pratica
perdonami, amore
a scuola avevo nove in matematica!

Comunque ho scoperto
che separarsi può fare bene
e talvolta mettere in crisi il cuore
lo sai, conviene.

(Lei cava di tasca una lettera e legge mentalmente: sentiamo la voce di lui).

VOCE DI LUI - “Amore mio, ancora una volta te ne sei andata via, sei sparita. E io, che da quando sono nato sogno di partire, sono ancora qua, solo, e sbatto la testa contro al muro e mi domando perché. Si, lo so, qualche volta sono cupo, nervoso, insopportabile, me ne rendo conto... ho tanti pensieri, ho dei dubbi su tutto, a cominciare da me...”.

LUI - Ma tu ormai mi conosci, dovresti capirlo, no? Gli artisti sono fatti così. Ho scritto a nove editori e tutti e nove hanno rifiutato le mie poesie, anzi, otto non hanno nemmeno risposto. Il nono ha detto che sta chiudendo la collana perché le poesie non vendono, e che comunque le mie non sono abbastanza “cattive”. Oggi per affermarti come artista devi essere “cattivo”, naturalmente tra virgolette. Una volta c’erano gli “artisti maledetti”, almeno c’era più gusto, con quell’odore di postribolo e di zolfo. Beati voi, artisti maledetti. Oggi ci sono gli “artisti cattivi”: ma che significa? Non ti suona un po’ cretino? Nel mio caso che vuol dire essere cattivo? Toglier la sedia di sotto a un poeta handicappato? Eppure oggi lo senti dire dappertutto: “Ho visto un film bellissimo: di una cattiveria!...” oppure: “Ho letto un libro meraviglioso, cattivo da morire!” oppure: “Guarda quel quadro, guarda com’è cattivo quel blu! Fantastico.”... E comunque la cattiveria, come il coraggio, uno non se la può dare. Io che c’entro con tutto questo? Amore, sono un po’ giù, cerca di capirmi.

LEI - Siamo in due a essere giù, non darti tante arie.

VOCE DI LUI - “E invece te ne vai di casa! E tieni spento il telefonino! E così ancora una volta devo scriverti una lettera e spedirla a casa della tua amica Giulia sperando che te la faccia avere, perché non so dove cazzo sei finita, scusa l’espressione. Sono andato anche da tua madre, mi son detto vuoi vedere che stavolta è là? Invece no, figurati...”

LEI - (Con stizza) Ma no, no, cazzo, no, cosa vai a fare da mia madre, cosa vuoi che sappia lei, lasciala in pace! Ma si può essere più stronzi? Scusa l’espressione! (Riprende a leggere).

VOCE DI LUI - “E tua madre che rompe con le sue domande, cosa c’è, cos’è successo ancora, e si mette a piangere, ma perché non ve ne state in pace, se è vero che vi volete bene, non vi manca niente, avete gli amici, la salute... cosa volete di più? E io non so mai cosa risponderle. Cosa le dico? Che il mio “di più” è un editore che me le pubblica?”...

LEI - Perché no? Potresti parlarle anche dello “Sturm und Drang” e del “Metodo Stanislavskij”.

(Lui apre la lettera e legge. Si ode la voce di lei)

VOCE DI LEI - “Ti ho detto mille volte di non cercarmi da mia madre, che poi rompe con tutte le sue domande, cosa vuoi che ne capisca lei, era proprio necessario? Lasciala in pace, no? Tanto lo sai che torno, io ti amo ma non so mai come dirtelo, le mie parole mi sembrano sempre più povere delle tue e così sto zitta. Io come poeta ti stimo ma quando parli con me non si capisce mai se parli con tua moglie o con una metafora. L’altra settimana ho ritirato le analisi e non mi hai nemmeno chiesto l’esito. D’accordo, era un controllo di routine. Ma se fossi malata? E’ tua moglie che parla, non una metafora. Le metafore non si ammalano, non pagano le bollette e soprattutto non sanno cucinare il pesce. Ci avevi mai pensato, tu che adori il branzino al cartoccio?”.

LUI - No, ti prego, non togliermi anche il branzino...

LEI - Scusami, scusami, qualche volta sono un po’ cattiva, però lo sai che anch’io ho i miei piccoli tormenti. Che poi non sono tanto piccoli. Credi che sia semplice fare l’archivista alla Facoltà di Agraria? Credi che mi piaccia timbrare il cartellino? Sentir parlare dalla mattina alla sera di concimi chimici e di clorofille? Eppure senza il mio lavoro non so come faremmo a tirare avanti. E tu non fai niente per avere qualche traduzione in più. Intanto il tempo passa. Io le vedo le mie colleghe, anche quelle laureate. Hanno pochi anni più di me e sono già vecchie. Questo mi fa paura.

(Lui riprende a leggere la lettera).

VOCE DI LEI - “Quando sarò vecchia anch’io, tu cosa farai? Mi vorrai ancora? O ti innamorerai di una giovane poetessa e mi lascerai un biglietto di addio in versi?”.

LUI - (Buttando la lettera) Ma che cazzata! Io che mi innamoro di una poetessa! Sai che coppia, mi allevo una serpe in casa. Artista con artista, mai! Metti che lei abbia più successo di te! Con tutte le ragazze che s’incontrano per la strada... con quei sorrisi di sfida e quegli sguardi di resa... basta uscire e camminare un po’. Ma io non cerco nessun’altra. Non so neanch’io bene cosa cerco.
 (Canta)

 CON LA GIACCA SLACCIATA

Se vai con la giacca slacciata
e un po’ di malumore
tra la gente indaffarata
di quel vecchio quartiere
una ragazza sconosciuta
ti fa battere il cuore
ma non è giornata
non hai voglia di parlare
ti sembra d’essere un eroe
destinato a morire
e la lasci andare
per non farla soffrire.

Ma lei, ma lei
ti ha letto negli occhi
che sei, che sei
un vecchio sognatore.
Ma lei, ma lei
ti ha letto negli occhi
che sei, che sei
un vecchio poeta.

E te la vedi accanto
che sorride un po’ civetta
e ti chiede un verso d’amore
da tenere in borsetta.
Ragazza, ragazza sconosciuta
tu che sai riconoscere un poeta
dimmi chi ti ha mandato
nella mia vita?

Che strana inquietudine mi dai
che dolce turbamento
ma tu lasciami andare
non voglio più soffrire.

Ma lei, ma lei
ti ha letto negli occhi
che sei, che sei
un vecchio sognatore.
Ma lei, ma lei
ti ha letto negli occhi
che sei, che sei
un vecchio poeta.

Se vai con la giacca slacciata
ti può capitare
di morire d’amore
perché una ragazza sconosciuta
ti ha slacciato il cuore.

LEI - Voi uomini ci mettete niente a slacciare un matrimonio. Ecco perché non sono tranquilla.

LUI - Guarda, se proprio mi dovessi innamorare di un’altra donna... (Lei alza il capo e lo guarda, ma sempre dando l’impressione di non vederlo veramente) Vorrei che fosse una speciale. Ad esempio, mi piacerebbe... un’ondina. Si, quelle che alle olimpiadi fanno il nuoto sincronizzato...

LEI - Ma cosa va a pensare... sei proprio insano, incurabile.

LUI - O una speleologa. Scendere con lei nel ventre della terra a vedere le stalattiti che si congiungono con le stalagmiti... oppure una domatrice di elefanti! (Ride, mentre lei si mette le mani nei capelli) Chissà che faccia faresti, tu! (Lei scuote il capo come a dire “non c’è speranza” e distoglie lo sguardo) E’ che non si sa mai come prendervi, voi donne. Qualunque movimento uno faccia, stia sicuro che picchierà contro uno spigolo. E poi la donna è vendicativa, umorale, attaccata al soldo, bisogna sempre aspettarsi il peggio. Sgusciate via come anguille, passate dal riso al pianto in un baleno e in quel modo tutti i sensi di colpa che dovreste avere voi ce li passate a noi e così, quando per farvi piacere ci decidiamo a muovere un dito ve lo infiliamo in un occhio.  “Stai più attento, no? Mi hai fatto male!” - “Scusa, amore, non l’ho fatto apposta!” - “Vorrei vedere!”... Colpevole. Colpevole. Colpevole.

(Lui raccoglie la lettera e riprende a leggerla, si ode la voce di lei).

VOCE DI LEI - “Non prendi mai un’iniziativa, aspetti sempre che la prenda io, ti costa anche fare una telefonata! E’ comodo, pensaci un attimo. Perché non prendi in pugno tu la situazione, una volta tanto? In fondo la nostra vita è anche tua al 50%. Sei un contemplativo... beh, io avrei bisogno di un marito che tra un’aurora e un tramonto qualche volta, penna in mano, contemplasse anche me”. (Rimette in tasca la lettera).

LUI - Io ti amo. Non potrei concepire di vivere con un’altra donna. Impossibile anche solo pensare di tornare a casa e non trovare più te ma un’altra. Una sconosciuta che mi dice: “Ti ho preparato il budino!”. Fosse anche una Dea, farei un salto all’indietro e richiuderei la porta. Tu non sai fare i dolci però sei così dolce quando dici “mi massaggi questa spalla?”... Purtroppo nei massaggi io sono un disastro.

LEI - Hai le dita che sembrano uncini!

LUI - Grazie, me l’hai detto tante volte, tu amore le metafore non sai cosa siano, eh? Non so fare i massaggi: beh, l’amore contempla anche questo tipo di  fallimenti. E fossero solo i massaggi... chissà quante cose che non mi hai mai detto... cose che fanno incazzare, cose che una volta si lavavano col sangue. Magari solo pensate, arzigogolate qui... (Si tocca il capo) che è anche peggio, perché... no, peggio magari no, ma insomma... cazzo, le donne! Anch’io, del resto. Ma non concretamente, proiezioni dell’inconscio. E poi rimango dell’avviso che per l’uomo è diverso. Non lo dico io, l’hanno detto alcune migliaia di milioni di miliardi di uomini prima di me, di ogni razza, continente e religione. Uomo e donna sono due nature... insomma, c’è differenza. E’ per questo che qualche volta... non lo nascondo... ma senza che lo andassi a cercare! Così, per caso. Spontaneamente.

LEI - Sei un porco, come tutti.

LUI - Uno non lo fa apposta... uno sguardo, due occhi che s’incrociano coi miei... ma non è tradimento, è... è...

LEI - Figlio di puttana.

LUI - E’ paura. Si, paura che la vita passi via e restino solo le fantasie, le cose inespresse che non tornano più... vale anche per te, non dico di no... quel voltarsi indietro e vedere il proprio passato come un calendario zeppo di occasioni perdute. Forse se quella volta... se avessi fatto... se avessi detto...

LEI - Se almeno a vent’anni mi fossi fatta scopare da tutto un reggimento!

LUI - Schegge, frammenti che non uccidono ma penetrano nella carne. (A poco a poco la malinconia diventa rabbia) Cosa ci siamo negati? Quali svolte abbiamo castrato sul nascere? Anche conflitti, cazzotti, bastonate che però potevano aprirci orizzonti... cazzo, grandi! Immensi! Macché, sempre in difesa, usiamo solo la sega, lo scalpello, la lima... per scavare, togliere, ridurre, sminuzzare, rimpicciolire... mai per aggiungere! E io che sognavo di essere colpito in pieno petto! Che il mio cuore di artista venisse spezzato in due dalla Grazia! O da un fulmine, per volontà di un Dio nemico! Invece macché, solo ferite di striscio. Una vita di striscio. (Si calma) C’è un bellissimo racconto di Thomas Mann: “Delusione”. Chissà se l’hai letto...

LEI - No, amore. Non l’ho letto. Ho appena finito “Anna Karenina” che tu mi hai detto che dovevo leggere assolutamente perché secondo te Anna Karenina sono io.

LUI - Come capacità di amare.

LEI - Dovrei buttarmi sotto a un treno per farti felice? Prima o poi lo farò. Anche per me tutto quello che mi accade non è mai così grande come l’avevo immaginato. E’ tutto chiuso qui dentro, un mondo di giganti piccoli così, giganti nani.

LUI - Per dirti come sto: immagina una bottiglia che un alcolizzato cerca inutilmente di stappare. Bene, io sono sia la bottiglia che l’alcolizzato.

LEI - Io dentro la bottiglia ci metterò un messaggio: “Cerco un’anima semplice disposta a volare basso”.

LUI - C’è un vecchio proverbio che dice: “Chi affoga s’aggrapperebbe ai rasoi”. Ognuno di noi è solo e una ragazza che ti guarda in modo nuovo è un rasoio al quale ti aggrapperesti volentieri. Anche se la tua vita dovesse uscirne devastata. Ma la coppia matrimoniale è una Società di Mutuo Soccorso così ben congegnata che prevede anche il rimorso preventivo e le bugie a fin di bene. E così, con qualche bugia reciproca e qualche rimorso nel gargarozzo si riesce a stare insieme tutta una vita; e la ragazza che ti guardava in modo nuovo se ne va senza voltarsi, se ne va a dir bugie a qualcun altro... e a riceverne altrettante.

LEI - Se riuscissi a capire cos’è che lo tormenta... se è qualcosa che parte dal cuore o qualcosa che parte dalla testa... non sarà mica il sesso, per caso? (Cammina su e giù, nervosa) Se è così me lo deve dire. Bisogna parlar chiaro. Non ti piaccio più? Dillo. Tira fuori. Lo sai che non sono femminista, a me puoi dire tutto. Ma con garbo, però, ti prego: con garbo. In questo, si, ti chiedo di essere poeta. (Ha un sussulto) Non ti piace più il mio odore? Pare che l’odore in amore sia molto importante. E’ perché dormo con gli slip? Te l’ho spiegato, mi danno sicurezza, penso che se vengono i ladri e ho gli slip addosso non mi faranno niente. Certo che in questi ultimi tempi ho notato qualcosa...

LUI - Meno male, era ora.

LEI - Si, è vero... io facevo finta di niente, ma... è che da qualche mese... anzi, addirittura da un paio d’anni... si, devo ammetterlo, il sesso mi è sceso proprio all’ultimo posto. Speriamo che passi. Forse mi ci vorrebbe... uno shock, un rischio, una sberla... si, qualcosa di pericoloso... qualcosa... di clandestino!

LUI - Tutte puttane.

LEI - Ma invece di guardarmi intorno ho chiuso gli occhi e mi sono messa... a rinnovare la casa. Tra l’altro ce n’era bisogno, e così l’ho fatto. Visto che ci viviamo dentro, anche la casa, poverina... ogni tanto ha bisogno di una boccata d’aria.

LUI - Ci sono cose che non si posson dire, sono troppo delicate. Le dici a un amico ma non alla tua donna.

LEI - Quest’anno ho rifatto il bagno e l’anno prossimo la cucina. Il bagno adesso è splendido, c’è la vasca con idromassaggio... almeno lì dentro sto bene, è l’unico luogo della casa dove mi sento veramente realizzata.

LUI - Mia moglie pensa che i poeti abbiano sempre la testa fra le nuvole, invece anche loro, come tutti i maschi, son più le volte che la testa ce l’hanno sotto la cinta dei pantaloni. Chi l’ha detto che i poeti non ci pensano? Altroché, è un continuo! Sissignore, anche noi. Chiaro? Acquisito? Solo che le donne non se l’aspettano da noi. Ci guardano con due occhi! “Caro, non ti facevo così...” - “Così come?” - “Così... come tutti gli altri!”. Come tutti gli altri? Io? Ma vi rendete conto? Tu mi offendi! Ohè, bambina, leggiti i carteggi dei poeti... c’è l’imbarazzo della scelta! Ci vuole la censura, perché noi, belle bimbe, ci diamo dentro! Noi siamo in testa al gruppo! Chiaro? Vuoi sapere? Uno: il seno. Mi fa impazzire. Ok? Due: il culo. E’ un delirio. Ci siamo? E poi la schiena, le spalle, il collo... con un neo qua. (Indica un punto nel collo) E gli inguini? Gli inguini, gli inguini che pulsano... e dopo... lo dico in modo poetico? “Le déjeuner sur l’herbe!”... Eh? Chiaro? Compris, mes amis?... Poi mi dici. Impotenti sarete voi. Noi poeti... cazzo! E poi le bianche ginocchia... e ancora più giù... che meraviglia baciare una caviglia... ecco un bel verso! Se scrivessi una canzone? (Canticchia) “Che meraviglia / baciare una caviglia”...

 (Canta)

ODIO GLI IDRAULICI!

Anche i poeti sognano il sesso
hanno anche loro pensieri hard
e sporchissime fantasie
guardan di sfuggita giù all’edicola
quei giornaletti
quelle fotografie
e si domandano come si può fare
per conciliare
le bassezze del corpo
con la purezza dei versi.
E invidiano gli idraulici
che senza affanni sanno conciliare
le pulsioni d’amore
col montaggio dei sanitari.

Odio gli idraulici!
Fischiettano mentre lavorano
buttan le cicche per terra
e nella pausa di mezzogiorno
leggono riviste porno!
Dio, com’è semplice la loro vita!

Mentre io, mentre io
appena finisco una poesia
sono spossato, non ho l’energia
nemmeno per lavare l’insalata!

Odio gli idraulici!
Dicono solo porcate
quante ne hanno scopate
di ragazze fidanzate
di signore ammogliate:
“Una mi ha trascinato nel letto
che avevo ancora in mano un rubinetto!”

Anche i poeti sognano il sesso
hanno anche loro pensieri hard
e sporchissime fantasie
guardan di sfuggita giù all’edicola
quei giornaletti
quelle fotografie
e si domandano come si può fare
per conciliare
le bassezze del corpo
con la purezza dei versi.

 Odio gli idraulici!

LEI - Certo è dura fare i poeti, mi rendo conto. Che strane vite le loro! Ogni tanto ce n’è uno che vince il Nobel e tu non l’avevi mai sentito nominare, mai letto una sua poesia. E magari ha ottant’anni, ha scritto diciotto volumi, parla sei lingue, è tradotto in tutto il mondo e un suo verso poteva illuminarti, cambiarti la vita! Macchè, mai sentito. Alla Facoltà, nel mio ufficio, si parla soltanto di stronzate. La figa è al primo posto ed è bene che tu sappia, amore, all’interno di quale strategia intellettuale io mi muovo. Non che voglia sminuire la figa, in fondo ne ho una anch’io. Però c’è un limite, cazzo! E’ la sovrabbondanza dei dettagli che mi sconvolge. I più sporcaccioni sono i professori. Devi sentirli! Cosa dicon delle allieve! Che però sono troie, eh?! Ce ne sono di quelle... per loro darla non è un problema, è un progetto. Basta. Poi c’è il calcio, e poi Berlusconi e Platinette a pari merito. E all’ultimo posto il fungo caucasico che sta distruggendo il mais e le barbabietole in due continenti. Che questo voglia dire “morte per fame di trecento milioni di persone” non interessa a nessuno. Del resto nessun professore di agraria vincerà mai il Nobel. Oggi chi aspira al Nobel si iscrive al DAMS.

LUI - Si può rinnegare la propria vocazione?

LEI - C’è chi l’ha fatto e dopo è stato felice.

LUI - Dobbiamo restare fedeli ai nostri sogni.

LEI - Potresti alternare senza rinnegare. Le traduzioni te le pagano bene.

LUI - Ma a me tradurre non piace, mi sento un parassita, lo faccio solo per guadagnare quei quattro soldi che ci danno da vivere.

LEI - Il mio stipendio no, eh?

LUI - Almeno mi dessero da tradurre... che so: “Les liaisons dangereuses”... oppure “Moby Dick”... invece solo libri gialli o Urania.

LEI - Ma che t’importa? Tanto le firmi con lo pseudonimo. Ci metti una settimana e dopo, per tutto il resto del mese ti scrivi le tue poesie. A parte il fatto che l’ultimo Urania te l’ho tradotto quasi tutto io, io sono più spiccia di te con  l’inglese...

LUI - Il problema è: riuscire a reinventare il senso delle parole, lanciarle in un verso, vuuumm!!... che è come aprire un sentiero verde tra i palazzi di cemento... e inoltrarsi per chissà dove... lasciando correre la penna verso quel mistero... che tutti abbiamo dentro... e io gli dò voce e così un po’ lo svelo.

LEI - Non riesco a seguirti. (Si prende la testa fra le mani)

LUI - Perché il poeta è come un detective... che però indaga all’incontrario: il detective cerca il colpevole, il poeta cerca l’innocente. Capisci, amore?

LEI - (Scuotendo il capo) Mi mancano i fondamentali.

LUI - Che c’entra il matrimonio? Io vorrei che per strada le massaie mi segnassero a dito: “Vedi? Quello lì è un poeta. Ieri ha scritto un sonetto intitolato “Via lattea”. E’ un uomo raro, un bene prezioso, una guida”. E l’altra massaia: “E’ vero, la poesia ci difende dall’arroganza, dall’avidità di denaro, dai politici corrotti, dalla volgarità del potere”. - “E’ come un salvavita - dice la prima - ti protegge dalle scariche mortali”. E la terza massaia: “Lo so, lo so, infatti ho appena comprato il suo ultimo libro, ce l’ho qui... - e indica il sacchetto della spesa - ho rinunciato ai carciofini che erano in offerta e ho comprato le sue poesie. Oggi pomeriggio le leggo tutte d’un fiato”. Si potrebbe obiettare che le poesie è meglio leggerle adagio, resta il fatto che massaie così dovrebbero stare alla Camera e al Senato, dovrebbero gestire il Premio Strega.

(Lei riprende a leggere la lettera, si ode la voce  di lui).

VOCE DI LUI - “Quali riflessioni possiamo fare, che non comportino risposte ciniche, materiali, ottuse? Non ci sono più pastori erranti, né interminati spazi al di là di una siepe. C’è un satellite che trasmette da Marte. Oggi nessuno potrebbe predicare agli uccelli. A Brescia ho conosciuto un frate francescano che aveva la licenza di caccia.” (Lei rimette in tasca la lettera e si siede su una panca)

LEI - (Canta)

 PENELOPE

 Non ti posso vedere così
 io voglio che tu vinca la tua guerra
 io sarò Penelope
 che ti aspetta nella tua terra.

 Non m’importa se hai
 perso un po’ di capelli
 è nel cuore che tu sei bello
 il mio poeta un po’ sgualcito
 con lo sguardo un po’ sperduto
 ma con un mondo interiore
 pieno di luce da offrire
 a chi si sente straniero
 rifiutato da questa folla
 che prenota viaggi alle Maldive
 che sa tutto sul calcio e sulle Dive
 che preme per lo shopping di Natale
 che guarda i quiz e dice
 questa la sapevo anch’io
 ma non si guarda dentro
 e non conosce il male
 e nomina invano ogni giorno
 il nome di Dio.

 Forse anch’io senza volere
 ti ho messo dei lacci invisibili
 lo so, ci vorrebbe più coraggio
 la vita è un durissimo viaggio
 con delle buche terribili
 e non c’è posto a sedere!
 Sentiti libero, amore
 quei lacci puoi tagliarli quando vuoi
 io ti saprò aspettare.

 E credimi, non voglio di più
 io voglio che tu vinca la tua guerra
 io sarò Penelope
 che ti aspetta nella tua terra.

(Lei riprende la lettura della lettera. Si ode la voce di lui).

VOCE DI LUI - “C’è chi dice che la vita è un dono. Sarà. Io quando ho aperto il pacchetto sono rimasto molto deluso perché era tutta carta. La sola cosa per la quale valesse la pena vivere mi sembrò la poesia. E ancora oggi lo penso. Al di sopra di questo non c’è nulla”...

LUI - (Quasi sovrapponendosi alla voce registrata) No, no, aspetta, già immagino cosa stai dicendo: “Allora io non conto, io faccio parte della carta, sono un involucro, un nastrino dorato che si butta via... e pensare che credevo di essere tua moglie!” Invece non ti devi offendere...

LEI - (Alzandosi in piedi) Ah, no, eh? Brutto stronzo! La poesia è al di sopra e quindi io sono al di sotto!

LUI - No, no, è tutto molto più complesso, attorcigliato. Hai presente il convolvolo, con quelle belle campanelle che si schiudono? Noi diciamo: “Oh, le belle campanelle!”... ma intanto lui, per salire verso la luce, di cui ha bisogno come tutti, si attorciglia intorno a una rosa e la strangola. Io sono pieno di campanelle assassine, sei tu che mi salvi tagliando alla radice le male erbe. Tu sei l’altro polo della mia vita. Senza di te io annaspo, sbatto la testa, muoio.

(Lei si risiede e riprende a leggere).

VOCE DI LUI - “Sei la mia stella polare. E la mia compagna di viaggio. Meravigliosa. Insostituibile. Quando non c’è più nulla, tu ci sei. Quando è tutto buio, tu accendi un fiammifero. E quando mangiamo la torta sei più ingorda di me. Ti amo anche per questo. (Lei ride e piange. Si sente ancora la voce di lui) Sei dolcissima.”.

LUI - Ho scritto una poesia per te, amore. S’intitola “Il vento degli occhi”. Dimmi se ti piace.

(Si siede sull’altra panca. Cava di tasca un foglio e legge, mentre si alza il vento).

Nulla accade
per caso, se il vento
s’è svegliato stamani
di buonumore. Accade invece
che il vento talvolta
rovesci le vite nella sua
cupa baldoria. Se vedi
dalla tua terrazza
una piuma che vola, sappilo
quello è il giorno
del vento buono che placa
ogni ansia e di rami
odorosi segna un cammino.
Ho visto
quel vento nei tuoi occhi.

(Il vento cresce. Lui si alza, si allontana verso il fondo del molo).

 Ma potrai mai capirla? No, non credo. E allora a cosa è servito scriverla? Sei capace di rispondermi che il vento negli occhi te li fa arrossare. E se la legge il nono editore, dirà che non è abbastanza cattiva.

(Strappa il foglio in tanti pezzetti e li butta in mare).

 Vai nell’oceano. Forse ti leggeranno i pesci. Può darsi che ci sia un pesce professore che ha voglia di leggerla a una scolaresca di pesci alunni.

(Lei si asciuga le lacrime. Si odono le note di un valzer, mentre le luci si abbassano. Si accendono i due lampioni. Lui e lei ballano insieme, romanticamente, ma è come se non si vedessero nemmeno. Parlano ballando, c’è un vento leggero).

LUI - Sarebbe bello essere ricordati dai posteri per un solo verso.  “Chiare, fresche, e dolci acque”... “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole”... “M’illumino d’immenso”... se dovessi scegliere un verso mio per essere ricordato sceglierei... sceglierei... ma no, lasciamo perdere. Chi vuoi che si ricordi di me domani?

LEI - Se avessi i soldi te le pubblicherei io le tue poesie. Andrei da un editore e gli direi: “Quanto vuole per pubblicargliele?”... In euro? In dollari? Non c’è problema. Ecco l’assegno. Ma con una preghiera: che lui non lo sappia. Si ucciderebbe. O ucciderebbe me”. E così torneresti a casa felice, sventolando la lettera.

LUI - “Me le pubblicano! Hanno capito finalmente, quei coglioni! Amore, mi faccio la barba e usciamo. Ti porto al ristorante! Vestiti!”...

(Il valzer diventa travolgente).

LEI - Mi metto l’abito rosso?

LUI - No, quello azzurro con le perline!

LEI - Non è troppo scollato?

LUI - Meglio! Che tutti vedano quanto sei bella!

LEI - Mi metto la collana di coralli?

LUI - Si, si, si!

LEI - E il diadema di smeraldi e di topazi?

LUI - Si! Di perle e di diamanti!

LEI - Di rubini e di ametiste!

LUI - Di zaffiri e di lapislazzuli!

LEI - Come la principessa Sissi!

LUI  - Tu sei molto più bella!

(La fa sedere al tavolo, poi accende le candele e si siede a sua volta).
LUI E LEI - (Cantano)

IL TRIONFO DELLA POESIA

LUI - Sei più bella di Sissi!
LEI - E tu di Valentino!
LUI - Stappiamo una bottiglia di Champagne!
LUI E LEI - Oggi festeggiamo in allegria
il trionfo della poesia!

LUI - Ecco la carta, amore mio
non badare al prezzo, scegli!
LEI - Per me aragosta e caviale.
LUI - Ostriche e frutti di scoglio!
LUI E LEI - E’ un giorno speciale
lo champagne non fa male: bevi!
Come i miei/tuoi versi
le gioie quaggiù sono brevi.

LUI - Sei più bella di Sissi!
LEI - E tu di Valentino!
LUI - Un’altra bottiglia di Champagne!
LUI E LEI - Oggi festeggiamo in allegria
il trionfo della poesia!

LUI  - Bevo e ti guardo negli occhi
il mondo è una sala di specchi
e ogni specchio riflette te
con quel meraviglioso décolleté.
LEI - E tu finalmente
hai lo sguardo vincente
hai cinto di alloro la fronte!
LUI - Sono Francesco Petrarca
e tu la mia Laura sei
come può amare un poeta
adesso lo sai.

(Lui invita lei ad alzarsi, ballano ancora).

LEI - Mi baci sul collo ballando!
Ci stanno guardando.
LUI - Davanti a tutti per sfida
ti spoglierò nuda!
LEI - Amore, adoro l’eccesso
ti prego, facciamolo più spesso!
LUI E LEI - Facciamolo più spesso!

LUI - Sei più bella di Sissi!
LEI - E tu di Valentino!
LUI - Ancora una bottiglia di Champagne!
LUI E LEI - Oggi festeggiamo in allegria
il trionfo della poesia!

(Si baciano lungamente, poi si allontanano di nuovo l’uno dall’altra, come se non si fossero nemmeno visti. Lui spegne le candele. Si ode il vento venire dal mare. Lei riprende a leggere la lettera. Si ode la voce di lui).

VOCE DI LUI - “I momenti di euforia passano presto. Questa è la successione: una notte d’amore, un risveglio dolce, una giornata così così, una sera triste. E si ricomincia con le domande. Lo vedi? Non c’è via d’uscita.”

LEI - Ma se abbiamo appena pasteggiato a champagne...

VOCE DI LUI - “Io capto dei segnali che tu nemmeno immagini. Delle volte ti guardo e mi sembri sorpresa... sorpresa che io sia lì. Perché, dove credevi che fossi? Dove dovrei essere? Eppure viviamo insieme da otto anni. Guarda che io sono sempre presente anche se alle volte ti sembro assente”.

LUI - Magari sono assente come poeta ma come uomo sono qui. Ecce homo! Anzi: ecce poeta. (Ride per un attimo) Cos’è che pensi? Cosa ti frulla qui? (Si tocca la fronte) Non potresti dirmelo?

LEI - (Abbassando la lettera) Se lo sapessi, amore... mica sempre quando guardo te penso a te. Alle volte ti guardo solo perché ti sei messo tra i miei occhi e il muro. Si, comincio a credere che uno degli obiettivi possibili nella vita sia un bel muro da guardare.

(Guarda nel vuoto stringendo la lettera in mano).

LUI - Se soltanto riuscissimo a riordinare le idee... a fare una cernita, come si fa coi vestiti. Così potrei mandare un po’ delle mie idee alla Charitas. Loro le disinfettano e le danno a qualcuno che ne ha bisogno.

LEI - Ma che stronzata, che stronzata!...

LUI - Non ne puoi più di me, dì la verità. E ogni volta che te ne vai è peggio. Si,  perché io ho paura. Mi dico: questa è la volta buona che non torna.

LEI - Magari avessi il coraggio di non tornare. Partire per l’America, anzi, per l’Australia: vivere in una capanna e allevare canguri. E inventare il boomerang intelligente, quello che torna indietro solo se ne vale la pena. Perché io torno sempre indietro, puntuale e rassegnata, sono un boomerang stupido e abitudinario.

LUI - Però, dire “la volta buona” è un controsenso: se non torni è la volta cattiva. Anzi, tragica. Si, tragica è la parola giusta. Per me sarebbe la fine, non posso immaginarlo. E non dirmi che sto cincischiando con le parole. Amore, mi puoi dire dove ti sei cacciata?

(Lui cava di tasca la lettera e legge. Si ode la voce di lei).

VOCE DI LEI - “Qualche volta mi fai incazzare. Perché io capisco tutto, ma un conto è la malinconia dell’artista, un conto è la sfiga. Tu ti piangi addosso, ti compiaci delle tue sconfitte, quasi le cerchi, tu ci godi a perdere! Basta! Tira fuori le palle! Ma non per cinque minuti! Per otto ore al giorno! Timbra il cartellino delle palle! E pensare che quando vuoi sai essere meraviglioso... e anche positivo, dinamico, fantasioso... spiritoso! Se tu sapessi come sei bello quando sei spiritoso! Le donne s’innamorano di chi le fa ridere, lo sai, no? Non c’è fascino che tenga, latino, greco, slavo... noi la diamo volentieri a chi ci tiene allegre, a chi ci strappa dall’ugola il bene supremo di una risata, quell’esplosione sonora che risana il corpo e la mente, e ti fa volar via. Fammi ridere, ti prego... però sii anche dolce, premuroso, aiutami a infilare il cappotto, aggiustami il cappellino sulla testa, fammi sentire che ti interessi a me, che mi scegli ancora... dimmi che sono la tua regina. E mi avrai ai tuoi piedi come una schiava.

 (Canta)

IL CAFFÈ A LETTO

Una cosa geniale geniale geniale
è quando mi porti il caffè a letto
questo è davvero un atto
d’amore sublime, sublime, sublime...
ti perdono tutte le rime, le rime, le rime
per questo amore perfetto
per questo amore mondiale mondiale mondiale.

Quando poi mi fai la sorpresa
e mi compri le paste le paste le paste
in Via Verdi dalla “Sora Teresa”
specialmente i bignè, i bignè i bignè
con la crema, la crema, la crema...
io ci muoio, ci muoio, ci muoio...
per un pelo non rovescio il vassoio
e mi scordo che giorno è.

E allora ti allargo le braccia
e ti voglio baciare
un po’ strapazzare
e ti salto addosso
ti faccio il solletico
e tu ti dimeni
Dio, come sei simpatico!
E si finisce a far l’amore per terra
una specie di guerra
e mi fai prigioniera
mi condanni a subire
la tua tirannia leggera
e io mi lascio andare
e ti chiedo di amarmi
come un padrone gentile
che prende la mia bellezza
che prende la mia bellezza
che prende la mia bellezza
senza farmi male.

Di solito succede di domenica
ma un giorno era venerdì
penserai che sono esagerata
ma ti giuro, amore:
è stato il venerdì più bello più bello più bello
di tutta la mia vita.

(Lei legge la lettera. Sentiamo la voce di lui).

VOCE DI LUI - “Ieri ho fatto un giro in collina e in un punto deserto ho gridato il mio nome per sentire l’eco. Lo facevo sempre da bambino. Ma ora l’eco non si sente più. Proprio al centro della vallata c’è un viadotto dell’A1: l’unica cosa che puoi sentire è il rombo dei TIR che arrancano, stridono e sorpassano coi loro clacson infernali, e lasciano sull’asfalto strisciate scure che sembrano scie di sangue avvelenato. Mi è venuto quasi da piangere”.

LEI - Che ci vuoi fare? Sono tante le cose che abbiamo perduto: ma ci resta la vita, amore. E non è poco.

VOCE DI LUI - “Qualche volta guardo il cielo. Probabilmente, se fosse una poesia lo chiamerei l’azzurro impenetrabile”.

LEI - Non importa, tesoro. Va bene anche “il cielo”.

VOCE DI LUI - “Vorrei che si aprisse, vorrei vedere quella luce abbagliante, vorrei cadere folgorato”.

LEI - Lascia stare, amore, pensa a me.

VOCE DI LUI - “Ma sono troppo lontano... lontano da Damasco”.

LEI - Meglio così, credimi. Non siamo all’altezza.

LUI - Sono un bambino senza eco. Un uomo sparito.

LEI - Veramente sono io che sono sparita.

VOCE DI LUI - “Poi sono ridisceso dalla collina”...

LEI - Ecco, bravo.

VOCE DI LUI - “E ora me ne sto qui, su questo molo che guarda il mare”.

LEI - Quale molo?

VOCE DI LUI - “Mi sembra che ci si possa salvare solo partendo da qui, di notte, su una grande nave con le vele bianche. E senza sapere qual’è il punto d’arrivo. Come Magellano, come i Vichinghi, che sentivano una voce dentro che suggeriva “più in là”...

LEI - Ma qui da noi il mare non c’è ...

VOCE DI LUI - “E ad ogni approdo quella voce si faceva sentire... “più in là”... e ogni tanto qualcuno restava a terra, ma loro “più in là”... e ogni tanto qualcuno veniva consegnato al mare, ma loro “più in là”... senza paura, navigare per scoprire, navigare per aggiungere: questo era il viaggio che io sognavo”.

LEI - Ho capito: è una metafora.

LUI - Ma nella vita nessuno ti dice “più in là”. Tutti ti dicono rimani - piedi per terra - sottrai - tu sei questo e questo soltanto - accontentati - non volere di più. E così si resta a terra e si consegna al mare il proprio dolore.

LEI  - Chissà cos’è ‘sto mare per te...

VOCE DI LUI - “Il mare porta il dolore di tutti gli uomini, come il mulo obbediente che porta i suoi fardelli in silenzio”.

LEI - Che io sappia, nessuno aveva mai paragonato il mare a un mulo. Secondo me sei un poeta maledetto.

VOCE DI LUI - “E il faro senza posa ti richiama a quel sogno che hai dimenticato in una tasca del vecchio cappotto, un biglietto di treno mai utilizzato”.

LUI - E senti una stretta al cuore, perché hai visto la data e ti sei accorto che non è passato tanto tempo, ma è bastato quel poco perché passasse la vita.

 (Canta)

LA LUCE DEL FARO

Stanotte non ho dormito
perché dalla finestra
entrava la luce di quel faro
là sul promontorio
e così non ho fatto che pensare
alla mia vita inquieta
in parte consumata
a prendermi sul serio
per scriver versi che nessuno leggerà
parole abbandonate nella veglia
come un messaggio dentro la bottiglia
stanotte non ho dormito
facevo a botte col passato
poi mi sono alzato
sono andato sul balcone
il mare era un olio e stellato il cielo
alle due ha attraccato un battello
a luci spente, sembrava uno squalo
alle tre c’era un ubriaco sul molo
che tutto solo urlava alla luna
la chiamava puttana
alle quattro ha suonato la campana
del vecchio porto di mare
alle cinque ha cominciato a schiarire
e son passati due giovani soldati
che rientravano da chissà dove
andavano un po’ curvi di fretta
come i passanti quando piove
e alle sei ha cantato la civetta
e i primi gabbiani son tornati a volare
anche loro sembravano assonnati
per la luce di quel faro
che nel buio saetta
e ci ricorda ogni notte
che non è placato ancora
il dolore antico del mare
il dolore antico del mare.

E tu mio prezioso amore
dormi e bisbigli nel sonno, e non sai
che nel silenzio ti spio perché
quel dolore è il mio
quel dolore è il mio.

(Lui legge la lettera. Si ode la voce di lei)

VOCE DI LEI - “Tu non lo sai ma l’altro ieri stavo per tornare. Sono scesa dal treno e ho preso la strada di casa. Camminavo senza fretta, ero contenta, mi sentivo addosso un’energia nuova. Pregustavo il momento: tu che apri la porta e io che ti butto le braccia al collo. Come due anni fa, ti ricordi? Ma poi, stranamente, a mano a mano che mi avvicinavo l’energia spariva, tremavo. Ho salito lo stesso le scale e davanti alla porta ho preso un gran respiro poi ho tirato fuori le chiavi dalla borsetta...

LUI - Ecco cos’era! Ho sentito un rumore di chiavi due sere fa... e ho pensato che fossi tu!... E stavo per aprire ma poi mi son detto: “No, impossibile, non è lei... due anni fa quando è tornata ha bussato, non ha aperto con le chiavi. E mentre bussava mi chiamava per nome!”...

LEI - (Quasi piangendo) Ma non può essere sempre uguale! Madonna mia!...

(Lui legge la lettera. Si ode la voce di lei)

VOCE DI LEI - “Perché non hai aperto? Sono stata lì indecisa almeno per cinque minuti. Poi ho rimesso via le chiavi e sono ridiscesa, sentivo come una mano che mi spingeva giù. Ho fatto i gradini a due a due, come una pazza, temevo che mi vedessi dalla tromba delle scale e mi corressi dietro. Al primo piano ho incontrato la signora Leoni che mi ha chiesto: “Cos’è, un incendio?”... non le ho nemmeno risposto, ero già sulla strada, in mezzo alla gente normale. E’ ben strano: per amarti devo starti lontana. Più ti sto lontana più ti amo, e più ti sto vicino... Ma io voglio starti vicino! Che strazio! Se facciamo la gara del dolore non so chi la vince”.

LUI - Te l’ho detto, non c’è speranza.

LEI - Dici così perché vivi nell’irreale. Aiutami, un poco. Ne ho diritto, no? Come moglie. La speranza c’è. Ha i piedi per terra, ha le scarpe piene di fango, è sudata e parla un po’ come viene, la speranza non è chic. Però è bella, sana, ha l’aria di chi ci crede. Mia nonna, che era contadina, diceva che spesso la foglia è più bella del fiore. E’ vero, e tu che sei un poeta non puoi non saperlo. Vieni fra noi, ti prego, siamo centinaia di milioni...

LUI - Ho anche aperto la porta ma non c’era nessuno.

LEI - Dovevi aspettare ancora un po’...

LUI - E così sono tornato in studio e mi sono rimesso a scrivere. Ho scritto fino alle tre di notte.

LEI - Tanto, a te, la mattina mica ti suona la sveglia. I poeti sono liberi professionisti.

LUI - Non potrai mai capire fino in fondo... non tanto quel che penso, ma quel che sento.

LEI - E’ vero, non riuscirò mai.

LUI - Ma questo è normale, siamo tutti soli.

LEI - La cosa più dura da mandar giù, per una donna, è rendersi conto che il suo uomo pensa, soffre, riflette... senza farla mai entrare in questi pensieri, in questa sofferenza, in queste riflessioni. “Toc toc! Posso entrare, amore? Guarda che ci sono anch’io!” -  “No, no, scusa, non adesso, non adesso, ho da fare!”... Ora io non dico che un uomo debba sempre darti la precedenza su tutto, raccontarti tutto, e ogni giorno ricoprirti di fiori e di carezze, e corteggiarti a ogni ora come i primi tempi. Però un pensiero, una confidenza, un’attenzione, uno sguardo gentile, con una briciola di quella malizia che c’era prima, con un’ombra vaga di quel desiderio... accorgerti almeno che ho cambiato pettinatura! L’altr’anno li avevo lunghi fin qui e li ho tagliati corti un centimetro. Non se n’è nemmeno accorto.

LUI - Una cosa che non sopporto è quando va dal parrucchiere e si taglia i capelli. Non mi piace coi capelli corti.

LEI - Mi sentivo più giovane, sbarazzina. Ma lui niente.

LUI - Odio le donne sbarazzine, quelle che cinguettano. Le strozzerei.

LEI - Tornando a casa pensavo: chissà cosa dice... (Con compiacimento) Magari quel porco mi mette le mani addosso.

LUI - Si apre la porta, mi giro a guardarla... un criceto. E’ chiaro che non glielo posso dire. Ho cercato di farglielo capire, macché.

LEI - Non gli piacciono le novità, gli fanno paura. Guai uscire dagli schemi. Lascia stare il verso, amore, scrivi in prosa. Il verso è come un ghiacciaio eterno, sotto la crosta ci sono le mummie.

LUI - E’ una vera patologia: almeno sei volte all’anno cambia pettinatura: coi riccioli, con le mèches, metà coi riccioli e metà diritti, con la frangetta, senza frangetta, bionda, bruna, rosso carota, a strisce, coi luccichini... e verso marzo-aprile, zàcchete! Corti così. Puntuale, io ormai so la data.

LEI - A primavera, no?

LUI - Lo fa apposta per provocarmi. E io faccio finta di non accorgermene. Magari le dico: “Buona la frittata!”...

LEI - La frittata la fa la filippina, la fa da Dio.

LUI - Ma i capelli niente, non li nomino nemmeno.

LEI - Riesce a girarla col coperchio.

LUI - Anche per non litigare.

LEI - A me casca sempre sul fornello.

LUI - E pensare che li ha così belli, così sexy, con quell’ondulazione naturale! Perché queste stronze non se ne rendono conto, ma i capelli sexy sono quelli lunghi, più lunghi sono più sono sexy! (Le si avvicina e con la mano indica il fondo della schiena di lei) Lunghi fin qui. Come minimo.

(Canta)

NON TAGLIARTI I CAPELLI

Non tagliarti i capelli, amore
non tagliarti i capelli!

Ho bisogno di sentirli fra le dita
di vederli sciolti sul cuscino
di afferrarli per tenerti stretta
quando ti bacio il seno
i capelli della mia donna sono briglie
i capelli della mia donna sono un vortice nel mare
dove le mie labbra si perdono e muoiono
prima di riaffiorare
e lassù nel cielo c’è lei
e lassù nel cielo c’è lei
la stella del mattino
e laggiù nei gorghi c’è lei
e laggiù nei gorghi c’è lei
misteriosa sirena.

Non tagliarti i capelli, amore
non tagliarti i capelli!

Toglimi quello che vuoi
toglimi l’acqua e il pane
ma lasciami quei fili di seta
quei fili di seta fine
che ispirano carezze
e frasi malandrine
e quando con un gesto gentile
li butti all’indietro e sorridi
sei la primavera del mondo e io
mi getto ai tuoi piedi
e ti dico ti amo e faccio
tutto quel che mi chiedi.

Non tagliarti i capelli, amore
non tagliarti i capelli!

LEI - Forse se avessimo avuto un bambino sarebbe tutto diverso. Ma sono stata io la prima a dire che non lo volevo. Non mi sentivo pronta, avevo paura. Oggi lo vorrei, sarebbe meraviglioso. Darebbe uno scopo alla mia vita, e anche alla tua. Certo che fare figli per dare uno scopo alla propria vita non è molto giusto. Dio, com’è tutto difficile.

(Legge la lettera. Si ode la voce di lui).

VOCE DI LUI - “Poveri figli, in che guaio li cacciamo, per riempire un nostro vuoto! Eppure, il 90% dei bambini che vengono al mondo hanno questa funzione: riempire un vuoto. E prima che emergano e diventino finalmente se stessi, passano anni. Alle volte passa tutta la vita”.

LUI - Ci sono dei vecchietti che vedi camminare e capisci subito che non sono mai stati se stessi ma solo materiale umano atto a riempire vuoti altrui. Di essere se stessi non possiedono nemmeno il concetto.

VOCE DI LUI - “Eppure, a loro volta hanno generato figli perché avevano anche loro un vuoto da riempire. E così, di vuoto in vuoto arriveremo alla fine del mondo senza aver riempito nulla”.

(Lei alza il capo dalla lettera).

LEI - Certo, amore, che sei proprio consolante. Se qualcuno ha bisogno di rinfrancarsi per fare una scelta come questa, si rivolga a te e sarà subito accontentato. Pensiamoci, ti prego. Proviamo ad aggiungere, una volta tanto. Una creatura in più sulla terra. Forse era quella che ancora mancava per raggiungere il Grande Equilibrio Cosmico.

LUI - Questo l’hai letto su Urania.

LEI - No, te lo giuro, è un pensiero mio. Da quando è nato il mondo, da quando è comparso l’uomo sulla terra, l’Universo aspettava lei.

LUI - Lei chi?

LEI - La creatura che mancava. Aiutami a dirlo in modo poetico. Prova a immaginare.

LUI - Mi sento ridicolo.

LEI - Fregatene!

LUI - Ma ti rendi conto?

LEI - Fallo per me.

LUI - Dante e Petrarca, Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli... perdonatemi. (Prima incerto, poi sempre più convinto) Vediamo... fin dai tempi in cui era ancora tutto buio... no, sembra la Bibbia.

LEI - Riprova!

LUI - Pithecanthropus erectus: quando su questo pianeta un giorno le scimmie iniziarono a camminare su due zampe...

LEI - Meglio, è più laico. Darwiniano.

LUI - Si avvertì nel cosmo, di colpo, un’ansia indicibile...

LEI - Esatto!

LUI - Quell’ansia durò per milioni d’anni. E quindi guerre, massacri, dolore, fame. Perché l’ansia crea disordine.

LEI - Esatto!

LUI - Milioni d’uomini, poi miliardi, poi miliardi di miliardi... e l’ansia cresceva a dismisura... perché mancava qualcosa...

LEI - Ed ecco che di colpo arriva una creatura...

LUI - Aspetta, non anticipare!

LEI - Scusa.

LUI - Manca qualcosa e il cosmo tace, a bocca aperta, immobile. Aspetta l’evento che metta fine al dolore. Finché un giorno, in un normale letto d’ospedale... col dottore, l’infermiera e la nonna fuori dalla porta... potrebbe essere a Biella come nel Massachusetts... nasce una creatura di circa tre chili e mezzo, uguale identica a miliardi di altre creature. Perché non è figlia di nessun Dio, eh? Qui non c’è stella cometa!

LEI - Esatto, è quel numerino che mancava per far tornare i conti...

LUI - (Un po’ seccato) Non anticipare!!! Sennò dillo tu!

LEI - No, no, scusa... è la tensione...

LUI - E’ nata la creatura che mancava, e che il cosmo attendeva da sempre, l’ultimo tassello del Grande Puzzle. Lei lo chiama numerino. Ed ecco che al primo vagito di questa creatura, proprio nel momento preciso del primo gridolino...

LEI - Che emozione!

LUI - Un soffio percorre la terra e la leggerezza la inonda. Pace. Gentilezza. Armonia. Il Bene. Grazie a quel numerino, finalmente, tutti felici nel cosmo.

LEI - Mio marito è un grande poeta metaforico.

LUI - (Riprendendo lena) Belzebù...

LEI - Ma lascia stare Belzebù.

LUI - No, no, Belzebù ci vuole, senza Belzebù che gusto c’è? Scusa, eh? Ci ha rotto le palle per duemila anni, vogliamo fargliela pagare, si o no?!

LEI - Hai ragione, scusa.

LUI - Belzebù quel soffio non se l’aspettava: “Chi ha soffiato?” urla. Si alza dal suo scranno, strabuzza gli occhi, sputa sangue, smania, inveisce, si piscia addosso, prende il notes, rifà il totale, bestemmia, si morde la coda, se la prende con i contabili: “Incapaci! Io pago degli incapaci!”... Adesso è a lui che non gli tornano i conti, non gli torna più niente, cosa posso dire... gli viene persino il mal di denti! E poi inciampa, si rompe una gamba, anzi una zampa, si rompono anche le tubature che erano decrepite e l’inferno si allaga! Cascate d’acqua! (Ride, eccitato) Cazzo, nessuno sa nuotare all’inferno, non era previsto, glu glu, glu glu, un gran casino di corna e di zampe caprine che tornan su e poi van giù, lingue biforcute, artigli, gorgoglii satanici, una dannata paccottiglia merdosa! E poi crolli, smottamenti, vien giù tutto, diavoli che svengono... qui vi voglio! Perché signori, è qui che si misurano gli uomini veri! Caro Belzebù, facci vedere di che pasta sei fatto! Tutti gli occhi puntati su di lui e lui che fa? Trema, piange, chiama la mamma, dice che eseguiva ordini!... Che pena! E noi ne avevamo soggezione! Uomini!

LEI - Stringi, amore.

LUI - (Come ridestandosi) Eh? Ah, si. (Sbrigativo) Vabbè. Poi c’è un gran risucchio e l’inferno scompare inghiottito da un buco nero. Fine.

LEI  - Bellissimo! Grandissimo!

LUI - Urania. Favolette.

LEI - No, è vero, io ci credo. Sulla terra tutti salvi. Grazie a quella creatura che mancava. A quel numerino. E pensa, amore: quella creatura potrebbe essere la nostra.

 (Canta)

 UNA PICCOLA SPERANZA

 Una piccola speranza
 può cancellare un grande dolore
 un piccolo fiore nasce su quel muro
 dove il tempo ha fatto cadere
 pezzi d’intonaco e aperto crepe
 è lì che quel seme è volato
 e senza clamore
 si è ripetuto il miracolo della vita
 guarda, noi siamo in volo
 ognuno cerca la sua terra
 per lasciare un segno
 per dire c’ero anch’io
 per dare un senso a tutto
 anche alla propria morte
 è la speranza vera
 la sola che ci è offerta
 chi lo chiama mistero
 e chi lo chiama Dio.

 Una piccola speranza
 può cancellare questa mia paura
 si colora di rosa tutta la mia stanza
 dove il tempo ha fatto cadere
 pioggia e grandine da un cielo cupo
 e torna l’allegria di un tempo
 comincio a sognare
 che raccogliere si possa tutto il bene
 nel riso di un bambino
 e  offrirlo a tutto il mondo
 come fonte sicura
 non c’è acqua più chiara
 e come un pellegrino
 a quella bevo anch’io
 è la speranza vera
 la sola che ci è offerta
 chi lo chiama mistero
 e chi lo chiama Dio.

 E’ la speranza vera
 la sola che ci è offerta
 chi lo chiama mistero
 e chi lo chiama Dio.

(Lui apre la lettera e legge. Si ode la voce di lei).

VOCE DI LEI - “Chissà come saremo da vecchi? Ogni tanto me lo chiedo e mi viene da ridere al pensiero che forse avrai la cataratta e io dei seri problemi all’anca. E ti dovrò leggere io il giornale. In compenso potrò camminare solo tenendomi al tuo braccio. Allora si, saremo costretti a mescolare le nostre vite. E non potremo più dire bugie”.

LEI - Sarà meglio? Sarà peggio? Chissà. I vecchi sono spudorati. Forse riusciremo a liberarci di ogni perbenismo, di ogni moralismo idiota, di tanti finti valori. E potremo guardare il mondo con più disincanto. E con più allegria. In ogni caso, temo che non riuscirò mai a capire le tue poesie. Se uno non è portato non è portato. Diciamo che mi piacciono sulla fiducia. Il destino ci ha uniti chissà perché. Diversi come siamo.

LUI - Chissà come sarebbe andata se tu avessi incontrato un altro uomo e io un’altra donna.

LEI - Meglio non pensarci e accontentarsi di inseguire oggi qualche piccola felicità quotidiana. Ho nostalgia di Prillo.

LUI - Certo, la vita è piena di sorprese. Ad esempio, non avrei mai creduto di potermi affezionare a un gatto. Avevo sempre preferito i cani. E invece... l’ho messo persino in una poesia.

LEI - Voglio imparare a fare le torte. Mia madre mi aveva regalato un libro di ricette che non ho mai nemmeno aperto. Credo che sia arrivato il suo momento.

(Entrambi leggono le lettere. Si odono le voci di lui e di lei).

VOCE DI LUI - “Torna presto, ti prego. Non mi devi nessuna spiegazione, come io non la devo a te. Sappiamo tutto.”...

VOCE DI LEI - “Ricordati mentre sono via di dar da mangiare a Prillo. E di dar l’acqua alle piante, soprattutto alla gardenia.”...

VOCE DI LUI - “Del resto, nessuno ti impedirà di fuggire ancora domani, e di ritornare di nuovo una settimana dopo, un mese dopo, un anno dopo.”...

VOCE DI LEI - “Le bollette mettile da parte, ci penso io quando torno. E se la filippina ti chiede “quando tolna signola” tu dille “signola tolna plesto plesto.”...

VOCE DI LUI - “Fuggi e ritorna, amore, fuggi e ritorna. Ti amo anche per questo, per questa tua bella inquietudine che ti viene dall’anima, un’anima che non si accontenta. Non ti vorrei diversa.”...

VOCE DI LEI - “La prossima volta, se senti un rumore di chiavi, apri. Sono io che ritorno senza bussare. Ciao, amore mio pasticcione. Mio poeta meraviglioso.”.

(A questo punto, lui e lei sono ai due bordi del molo, uno a destra e l’altro a sinistra. Strappano in tanti pezzetti le lettere e gettano i pezzetti in mare. cantano insieme ma senza guardarsi né dare l’impressione di vedersi. Due anime unite ma lontane).

LUI e LEI - (Cantano)

 PESCATORI DI PERLE

 Se questo male
 che ci prende alla gola
 si placasse un momento
 se bastasse
 per mutarlo in bene
 una parola!

 Forse allora potremmo rinnovare
 anche i nostri pensieri
 forse allora potremmo ritrovare
 le dolcezze incantate
 dei giorni dell’amore.

 I giorni dell’amore tu lo sai
 non hanno calendario
 non han casa né porto
 e non tengono un diario
 son come il mare aperto
 misurarli non puoi
 misurarli non puoi.

 C’è un’acqua limpida
 un silenzio magico
 le bellezze del mondo
 lì possiamo vederle

 nei giorni dell’amore ci tuffiamo
 nel mistero profondo
 nei giorni dell’amore tutti siamo
 pescatori di perle.

 Chissà perché
 i giorni dell’amore ci rincorrono
 anche nella nebbia e nel buio
 e ad anni di distanza
 tornan fuori e ci salvano
 e sono ancora belli
 loro non cambiano mai.
 Magari han di traverso un berretto
 un’aria un po’ bizzarra
 una parrucca azzurra
 o un giallo doppiopetto
 ma sono sempre quelli
 pazzi e vertiginosi
 dolcissimi e paurosi
 i miei giorni più belli.

 C’è un’acqua limpida
 un silenzio magico
 le bellezze del mondo
 lì possiamo vederle

 nei giorni dell’amore ci tuffiamo
 nel mistero profondo
 nei giorni dell’amore tutti siamo
 pescatori di perle.

(Lui e lei camminano senza incontrarsi mentre le luci sul molo si spengono. E’ l’alba. Si alza un vento leggero. Lei si avvia verso il proscenio come fosse un’uscita. Lui si siede al tavolino. Scrive. Si ode la sua voce fuori campo. Lei si ferma e ascolta).

VOCE DI LUI - “Nulla accade
per caso, se il vento
s’è svegliato stamani
di buonumore. Accade invece
che il vento talvolta
rovesci le vite nella sua
cupa baldoria. Se vedi
dalla tua terrazza
una piuma che vola, sappilo
quello è il giorno
del vento buono che placa
ogni ansia e di rami
odorosi segna un cammino.
Ho visto
quel vento nei tuoi occhi”.

(Lei si gira e lo guarda. Lui alza il capo e la guarda. Finalmente si vedono. Restano immobili per alcuni istanti, poi lei si incammina lentamente verso di lui, che si alza e l’aspetta. Il buio finale viene prima che loro s’incontrino).
 

 

FINE
 
 



 

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