DIALOGO COL SEPOLTO VIVO
 

Sinossi

Macerie. Un terremoto? Una guerra? Un uomo scava per liberare il fratello gemello rimasto sepolto nel crollo della casa. Scavando, parla col sepolto vivo. Rivivono squarci di passato, brandelli di memorie, antiche rivalità, rancori. C’è ancora spazio, forse, per qualche piccolo progetto. Ma c’è davvero qualcuno sepolto, lì sotto? E forse la domanda è un’altra: chi è il sepolto vivo che tutti ci portiamo dentro?
 
 




 
 

DIALOGO COL SEPOLTO VIVO
(1995)

di Vittorio Franceschi

monologo
 
 
 

A Bruno e Claudio
amici e fratelli


 





 

PERSONAGGI

L’uomo
 



 

I temi musicali:
 

1) Tema del crollo
2) Tema dell’infanzia
3) Tema dell’amore
4) Tema della madre morta
5) Tema dei poeti minori
6) Tema del padre morto
7) Tema del teatro
8) Tema del legno
9) Tema dell’impegno politico
10) Tema dell’amicizia
11) Tema del tran tran quotidiano
12) Tema della fine


 





 

Al centro della scena c’è un cumulo di macerie digradanti verso l’esterno. Dalle macerie spunta un vecchio e sbrindellato lampadario a stelo.

Si ode un boato. Parte la musica. Tema del crollo.

VOCE DELL’UOMO - Aiuto! Aiuto! C’è mio fratello qui sotto! Devo far presto. Sono qui! Non può essere troppo sotto, la casa era piccola. Mi senti? Mi senti? Sono io! Alt!

La musica cessa.

L’UOMO - (Spunta dal cumulo di macerie) Ho sentito un lamento. Respira. E’ vivo!

La musica riprende.

 - Piano. (Toglie mattoni dal mucchio con molta delicatezza. A mano a mano che lo scavo procede i mattoni si accumulano verso l’esterno e il centro della scena si svuota.) Una pietra alla volta. Ecco, così. Così. Così. Così. Tu non mi puoi rispondere ma io sento il tuo respiro e ti parlo. E scavo. Parlo e scavo. Parlo e scavo. Scavo. Scusa se parlo piano ma il suono della mia voce potrebbe farti del male, farti cadere un po’ di polvere negli occhi. Forse vedi un filo di luce da un buchetto? Speriamo. Ma tu non parlare, non stancarti. Faccio tutto io. Fidati, no? Fidati, almeno una volta! (Si ode il fragore di un altro crollo, un po’ distante. L‘uomo indica un punto.) Là! (Altro fragore, più vicino. L’uomo indica un altro punto) Là! Li senti anche tu? Sta crollando tutto. (Posa l’orecchio e ascolta) No, non cominciare, non imprecare, ti prego! Non lasciarti andare. Tolgo una pietra. Ne tolgo un’altra. Ce la facciamo, vedrai. Prometto che ti tiro fuori e poi ce ne andiamo in campagna, va bene? Giuro. (Si siede sulle macerie) Nella nostra vecchia casa. Ti ricordi nostro padre quando ci salutò prima di partire? Bambini, quella casa è la vostra salvezza terrena, non lasciatela mai. Bip bip, babbo: ricevuto.

La musica riprende. Tema dell’infanzia.

 - I pioppi, i salici, i gelsi. La nostra meravigliosa bassa bolognese, con le sue nebbie novembrine… e anche ottobrine, febbrarine e marzoline… ma lo sai che il fabbro ha aperto una farmacia? Davvero! E la parrucchiera ha comprato un mulo. Ci capisci qualcosa, tu? La nostra casa invece è sempre più immersa nel verde. Il noce, il frassino, i due liquidambar che d’ottobre sono rosso sangue… e la grande quercia, nel mezzo del prato. Se ci sarà un altro diluvio, diceva mio fratello, Noè fabbricherà la sua nuova Arca con questa quercia. E con questi rami i remi. I rami, diceva, servono per impiccarsi o per fabbricare remi e Noè non è uno che s’impicca. E rideva! A vent’anni era un Dio. Poi si è perso nei suoi viaggi... Tu devi venirci più spesso in campagna, saranno anni, ormai... basta con questo viavai! Londra, Parigi, Amsterdam, New York... donne, traffici, assegni, gioielli, telefonate, appuntamenti... ma dove vuoi andare... polo nord, polo sud… a una certa età bisogna rallentare, acquattarsi e fiutare l’odore delle proprie radici. Pianteremo altri alberi. E un bel giorno facciamo anche il laghetto. Ridi, ridi. Vedrai. Verranno gli aironi e gli uccelli di passo, con le lepri e gli armadilli. (Si sdraia sulle macerie) E la notte di San Lorenzo ci sdraiamo sul prato, a guardare le stelle cadenti. Per ogni stella un desiderio e se si è veloci anche due. Come quell’anno al mare, ti ricordi? Dov’è che eravamo? Rimini? Cesenatico? Io non sapevo cosa chiedere. Ogni desiderio mi sembrava così banale, così meschino… tu invece avevi le idee chiare: promosso! Il motorino! La Mirna mi fa un pompino!

La musica cessa.

 - La Mirna! La mitica Mirna Chiacchiera! Si chiamava proprio così, Chiacchiera di cognome. Nessuno ci credeva ma lei ci fece vedere la carta d’identità. Chiacchiera Mirna. Capelli castani, occhi neri, altezza uno e 67. Secondo me imbrogliava, sono uno e 68 io! (Raddrizza il lampadario a stelo) Sedici anni. Che seno profumato! Entrava in aula, si sedeva al banco e subito l’odore del suo seno si spandeva dappertutto. Sapeva di pomeriggio e di borotalco. Per un triennio completo tutti i maschi della classe si sono masturbati pensando a lei.

La musica riprende. Tema dell’amore.

 - La Mirna! Pensa a quanto sperma è andato perduto per quell’odore, dietro ai lampi di quegli occhietti neri! La maliziosa Mirna, che dirigeva il getto contro le nostre piccole coscienze piccoloborghesi e piccolocattoliche. La prorompente Mirna Chiacchiera che a diciott’anni nemmeno compiuti si mise con uno di cinquanta che stava a Ferrara e per lei lasciò la moglie e i figli e da quel giorno della Mirna Chiacchiera si persero le tracce. Dissero che aspettava un bambino e questo mi sembrò insopportabile. Perché da uno di Ferrara e non da me? (Con un gesto di stizza preme l’interruttore del lampadario, che si accende) E tu dicevi scemo, come lo manterresti un bambino? Eri così logico, così razionale! Dio, come ti ho odiato, quella volta! Pensa che una mattina, qualche settimana prima, avevo incontrato la Mirna Chiacchiera dal cartolaio. Le avevo detto una delle solite stronzate da imbranato, tipo “mi sa che viene a piovere” e lei aveva fatto una bella risata sonora, una delle sue, hai presente? Che sembravano un miscuglio di luce e di buio. Poi ci guardammo negli occhi e lei mi disse a bruciapelo “Hai lo sguardo azzurro” - “Come, azzurro? Ma se ho gli occhi neri!” - “Bisogna distinguere gli occhi dallo sguardo” - disse lei - “I tuoi occhi sono neri ma il tuo sguardo è azzurro.” Chissà dove l’aveva letto? Magari era un pensiero suo, perché la Mirna era un tipo eccezionale. Sta di fatto che io da allora quando incontro una persona cerco di individuare il colore del suo sguardo perché gli occhi vengono dagli occhi disse la Mirna, mentre lo sguardo viene dall’anima. Questo m’insegnò la Mirna quella mattina. Lei comprò una matita e io una gomma. Poi uscimmo dalla cartoleria e ci salutammo guardandoci nello sguardo e da allora non l’ho più vista. (Un boato)

La musica cessa.

 - Cristo, io sto qui a parlare della Mirna Chiacchiera e intanto tu qui sotto mi muori! (Riprende a scavare) E’ venuto giù tutto. Che cosa terribile… c’erano stati dei segnali ma chi poteva immaginare? Come quella volta... ti ricordi quella volta che sentimmo i rumori? Tu dicevi sul tetto, io in cantina, discutemmo a lungo se venivano da sopra o da sotto sembrava che la cosa più importante fosse avere ragione, così non muovemmo un dito e infatti i ladri ci portarono via tutto ma non provammo nessuna emozione, nessuna rabbia, dolore, indignazione o desiderio di rivalsa. Anche l’idea di un recupero della refurtiva ci sembrò banale. I ladri da noi erano già venuti tante volte... e qui è lo stesso, erano anni che sentivamo scricchiolare ma nessuno ha puntellato e adesso guarda qua che macerie. Hai detto qualcosa? (Posa l’orecchio e ascolta) Che respiro roco, sembra il risucchio di un lavandino. (Ride) Fratellino, un po’ di educazione! E qui cosa c’è? (Estrae dalle macerie un quadernetto con la copertina sbiadita) Il mio diario! Incredibile, si è salvato! Come? Come? Non riesco a capire. Fai un piccolo sforzo, scandisci! (Ascolta) Nostra madre? Cosa c’entra nostra madre? Poverina, è morta cinquant’anni fa. (Ascolta ancora) Come, sepolta viva? Ma cosa dici? E’ impazzito. La mamma era morta, stramorta!

La musica riprende. Tema della madre morta.

 - Povera mamma, gli infermieri la sollevarono dal letto di colpo e lei lanciò un urlo, l’ultimo. (Sfoglia il diario) Credo sia morta in quel momento. (Legge) “Poi discesero le scale di corsa e lei ballonzolava, poverina, su quella lettiga con una coperta addosso. La portarono direttamente all’obitorio. Le ho chiuso io gli occhi mentre il prete biascicava qualcosa in latino. E ho pensato ha finito di soffrire povera Paolina, seduta alla finestra di cucina con le mani affondate nelle guance vuote e gli occhi che non guardavano nulla”. (Posa il diario) Del resto c’era poco da guardare, il muro grigio dirimpetto e il buio di quel piccolo cortile incassato che diceva buttati. Avrei dovuto buttarti giù io quando la malattia ti prese e abbaiavi di dolore come una cagna torturata da bambini crudeli. Saresti morta in un volo allegro finalmente, dicendo grazie. Ma ero troppo giovane, allora. Non sapevo che per amore si potesse dare la morte. Oggi lo farei e mi sentirei un giusto. Ciao, mamma… fatti viva dovunque tu sia. Niente male, dire a un morto di farsi vivo! Ma forse hai ragione tu. Era proprio sepolta viva in quella casa miserabile, sepolta in quella poltrona sfondata, sepolta in quell’unico abito, in quelle uniche scarpe, in quell’unica pettinatura, in quell’unico nulla, senza denti, in attesa di nulla. Le dedicai una poesia, sai? Questo non te l’ho mai detto. Lo sai che sognavo d’essere un poeta.

La musica cessa.

 - Ma poi la distrussi, avevo paura del tuo giudizio, mi dicevi sempre zoppica, senti qua come zoppica, è un verso, questo? Sei un poeta zoppo!… E io ti rispondevo non è vero che zoppica, è che sono un poeta minore. E tu ridevi a crepapelle. Brutto stronzo! Hai castrato la mia vocazione! Io dentro di me pensavo: in fondo anche i poeti minori sono necessari, perché non mi lascia essere un poeta minore? (Toglie altri mattoni e li butta ai lati con rabbia) Chi se ne frega di Rilke e di Baudelaire? Ci siamo anche noi, vivaddio. Sono un poeta minore. E allora? Che male c’è? Non mi rispondi? Adesso non insisto perché devo tirarti fuori da qui ma poi ne riparliamo, caro il mio castratore di fratelli! (Fra le macerie è apparsa una grande poltrona rovesciata. L’uomo la raddrizza facendo volar via altri mattoni).

La musica riprende. Tema dei poeti minori.

 - Le mie poesie non saranno sublimi, non saranno veri capolavori, ma poi chi l’ha detto? E se mi scoprissero fra cent’anni? Non sarebbe la prima volta. Un grande critico del futuro le legge ed esclama “Ma questo è un genio!” e divento famoso! Come? (Ascolta) Ma chi se ne frega se sarò già morto, vuoi mettere la mia vita terrena con l’eternità dei miei versi? (Si siede sulla poltrona che ora sembra un trono) Dio mio! T’immagini? Nell’Olimpo... con Omero, con Goethe... seduti in cerchio, che ci diamo la parola l’un l’altro e ognuno declama un suo verso... comincia Omero... poi tocca a Garcia Lorca... poi l’Ariosto, tutto spettinato... poi Saffo, Rimbaud e Verlaine, Omar Khayyam... e poi Carducci, Pascoli, D’Annunzio... e poi tocca a me... (Fa’ l’atto di ritrarsi ma poi, come invitato dagli altri poeti, bofonchia timidamente qualche parola incomprensibile, probabilmente un suo verso. Dalla sua espressione capiamo che il verso è piaciuto all’eccelso e benevolo  uditorio) ...e tutti applaudono! Ci applaudiamo fra di noi, ci stringiamo la mano, pacche sulle spalle, ci facciamo i complimenti... (Come rivolgendosi al grande poeta tedesco) Goethe! Goethe! Grande! (Si copre gli occhi dall’emozione) Meraviglioso, pazzesco. E comunque, sogni a parte, qualche volta mi riescono anche delle combinazioni niente male, davvero, con un ritmo niente male... perché non è vero che le parole si lasciano congiungere solo dagli eletti, dai poeti inghirlandati! Certo bisogna saperle avvicinare, le parole. Non quando si lavano o si depilano, non quando montano sulla bilancia, no... nell’intimità del loro bagno solo Petrarca e Leopardi: toc toc… chi è? Sono Francesco! Sono Giacomo!… Avanti!… E Petrarca e Leopardi entrano e tra i vapori ecco le parole nude che abbassano lo sguardo e Leopardi allungando il braccio ne indica una e dice: tu! Eh!… Con i grandi le parole sono sottomesse come le mogli del sultano e si offrono con voluttà, languorose e morbide. Per noi è tutto più difficile. I poeti minori le aspettano giù dal portone e le seguono per strada e le avvicinano mentre si passano il rossetto di sfuggita davanti a una vetrina… e si attacca discorso a fatica e se va bene ti fanno un sorriso le parole, qualche volta una carezza e questo è tutto, a una certa ora devono rientrare perché Ugo Foscolo potrebbe aver bisogno di loro. I poeti minori!… Il loro tormento è grande come quello dei grandi poeti ma bastasse il tormento, bastassero l’esilio e il cuore puro! Sapeste com’è lontana Itaca per noi!

La musica riprende.

 - (Si alza, afferra il diario e lo mostra al sepolto, indicando il frontespizio) “Essere del proprio tempo ed essere di tutti i tempi”. L’avevo scritto qui quando avevo vent’anni. (Posa il diario) Sarebbe stata la grande regola della mia vita d’artista. Perché il mio cuore era un pozzo di bellezze e io nel secchio gocciolante cercavo l’assoluto. Se mi avessi visto! Febbrile, con le dita convulse che stringevano la penna e calcavano le a le o le esse, giù, fino a bucare il foglio, fino a scavare solchi nel piano del tavolo, e più spingevo più mi sembrava di volare! Via, via, vai!… Ore e ore, pagine e pagine, caffè e sigarette… alla fine spossato mi appoggiavo allo schienale e guardavo fuori: già l’alba! La notte era volata e non me n’ero accorto! (Lancia un grido di gioia) Così han da essere i poeti! Puri e disperati! Liberi dalla schiavitù del tempo! Allora rileggevo la mia opera, trepidante… Dio mio… e sì che dal cuore alla mano il tragitto è breve… ma allora qual’è il segreto?… Come si fa, mi chiedevo… come hanno fatto Virgilio e Sofocle e Puskin e Torquato Tasso e tutti i premi Nobel e Dante, come ha fatto Dante, che parlava dei vicini di casa, conoscenti, gente qualsiasi perché Pier delle Vigne se non c’era Dante col cazzo che diventava famoso!… Cronaca del suo tempo, come se io parlassi del nipote di Gamberini che si suicidò col gas o del mio carrozziere che ha il vizio del poker o di Nannini che va a letto con la suocera e dice che sua moglie è contenta. E Dante parlando di gente così è riuscito a scrivere il Divino Poema!… Ci dev’essere un inganno, bisogna ribellarsi! Certuni devono avere un Dio appollaiato sulla spalla, che gli soffia nell’orecchio. Un Dio capriccioso e ingiusto che va a simpatia, come certi genitori che hanno un debole per il secondogenito che invece è uno stronzo. (Con un unico gesto rabbioso lancia lontano alcuni mattoni. Sotto di esse appare il coperchio di un baule)

La musica cessa.

 - Io non ho mai sentito gli artigli di Dio sulla mia spalla. Udivo delle voci ma erano le voci del quartiere, le voci roche e urlanti del popolo che mi ha fatto. La pescivendola, lo straccivendolo, l’arrotino... Eh? Fratellino, ti ricordi? (Ripete il verso degli ambulanti) “Pesce peeesceee! Chi mangia pesce sano cresceee!”... - “Solfanaiooo! Stracci, stracci! A-j-è al sulfaner, dôn!”... - “Arrotinooo! Arroto pugnali e coltelli, temperini e forbici, falci e martelli! Arrotinooo!”... Si, è stata questa la mia università, i miei docenti eran loro, madri e padri con le toppe al culo che tramandavano ai figli le regole per la sopravvivenza nella comunità dei nati poveri. Unto di gomito! Rimboccarsi le maniche! Chi fa da sé fa per tre! Chi ha tempo non aspetti tempo! Questi sono i trattati di filosofia sui quali mi sono applicato da giovane. Come potevo, da grande, possedere l’arte con l’A maiuscola? (Dalle macerie estrae una vecchia valigia di cartone che posa sul coperchio del baule) Quella che è del proprio tempo ed è di tutti i tempi? Eh, fratello? Come potevo, io che a quindici anni facevo il fattorino? Beati i laureati perché il regno della poesia è cosa loro. Eh? Come? (Ascolta) Si, si, sono sempre qui. Non vado via, no. Scavo, scavo. Adagio. Adagio. (Riprende a scavare e a sparpagliare mattoni)

La musica riprende. Tema del padre morto.

 - Sai cosa penso? Che i nostri cromosomi devono essere pieni di calcinacci. Anche nostro padre morì sotto le macerie! Anzi, sopra. Sopra e tutt’intorno. Ti ricordi? Dissero che di lui s’era trovata solo la carta d’identità ma noi non abbiamo mai visto nemmeno quella. Fu disperso al vento secondo il rito antico. Fu disperso al vento insieme alle sue canottiere, ai suoi fazzoletti e alla sua valigia da emigrante, Gigetto nostro padre. (Va alla valigia, la sfiora) Però che destino, il babbo! Morire in Germania, lui che sapeva dire solo kartoffel e Lilì Marlène! Morire di bombe a Brema, morire di ferro lui che era falegname! Come? (Posa l’orecchio sulle pietre) Sepolto vivo? Ma tu hai la fissazione! Guarda che il sepolto vivo sei tu! Il babbo non fu sepolto vivo, Brema fu rasa al suolo e non ci furono sepolti vivi, non ci furono nemmeno sepolti, a Brema, nell’agosto del ‘44. Sono tutti dispersi ai quattro venti e ogni tanto i radioamatori sentono un bip bip e dicono i marziani e invece sono le vittime di Brema cullate dal vento che s’impigliano nei megahertz e fanno contatto in qualche punto lontano della stratosfera cosmica. (Si sdraia sulle macerie e guarda il cielo) Se fossimo dei  radioamatori potremmo dire al babbo bip bip babbo, ti vogliamo bene babbo e non ti preoccupare troppo per la biancheria, oggi viviamo nel benessere e le calze vecchie si buttano! Davvero, babbo! Non si rammenda più! Mi senti, babbo? Bip bip! Bip bip! Bip bip!...

La musica cessa.

 - Guardando la luna si vede la luce del sole. Questo è tutto quel che so del cielo. E un’altra cosa che so, che ho sempre saputo ma non riguarda il cielo, è che viene il momento in cui devi sceglierti un mestiere che ti dia da vivere.  (Balza seduto e gira il capo di qua e di là come se udisse delle voci) “Essere o non essere, questo è il problema”... “Mamma, dammi il sole”... “Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!”...

La musica riprende. Tema del Teatro.

 - Il teatro! Si, tutti mi davano del matto ma io lo sapevo fin da bambino perché ci fu l’annunciazione. No, non fu un angelo... fu una strega sdentata che apparve all’improvviso, dietro a quel siparietto rosso. (Con tono stregonesco) “Questo sarà il tuo Regno! Al teatro darai la vita!”... (Si alza e si avvicina alla valigia) Il teatro dei burattini… nella sala in penombra c’era tutto il quartiere povero e tutti mangiavano arachidi e lupini o scartavano caramelle. Poi la campanella annunciava l’inizio... la ribaltina si accendeva... il siparietto si apriva...

La musica cessa.

 - (Con stupore infantile) Il bosco, la sala del castello, la prigione... e quando alle spalle di Sganappino appariva la morte, tutti a gridare, grandi e piccoli: “Occhio, occhio, Sganapein”! E Sganappino: “O Dio mé, la mort! Gamb in spâla”! I burattini. Il gioco meraviglioso della mia infanzia. (Apre la valigia come se vi cercasse i burattini dell’infanzia. Ma dentro c’è solo una materia informe, di plastica, che fa pensare a un cordone ombelicale) Balanzone e Brighella, Fagiolino e Sandrone, la Regina e il gendarme… mi bruciava nel cuore la bella Colombina che i briganti rapivano nel bosco. (Imita i toni e le movenze legnose dei burattini) Fagiolino: “Boja d’un mond lader, datemi un piatto di fagioli e vi solleverò il mondo con un soffio”! E Balanzone: “Tananòn mingheina, Fasulein, che alito pesante”! (Ride come un bambino) Brighella: “Sior paron, ghe xe el Diavolo a la porta ch’el domanda de vu”! E Pantalone: “Sto rompiscatole! Ch’el vaga a l’inferno”! Ah, si… lazzi e carezze… la dolce magia del teatro. (Allarga le braccia girando su se stesso, sembra uno spaventapasseri)

La musica riprende.

 - Ecco la mia infanzia incantata che si promette alla maturità fino alla morte, ecco la carretta dei comici pronta a salpare con le parrucche appese ai chiodi e le spade di legno e le corone di cartapesta e le borracce riempite alla fontana… e il cigolio delle ruote annuncia che il viaggio ha avuto inizio, si parte, e per un’ora almeno nessuno parla, solo i sonagli della pariglia scandiscono il passo e accompagnano il battito leggero degli zoccoli… tutti guardano la città che si allontana alle loro spalle, è ormai un puntolino laggiù con i suoi uomini in carne e ossa dai quali ci siamo separati per sempre… e già ci diamo il fondotinta e la cipria e rovistiamo nel baule perché c’è il mondo racchiuso nei nostri canovacci e lo dovremo liberare ogni sera e svelare agli uomini in carne e ossa affinché diventino pensiero e spirito e sale della terra e noi sappiamo bene quanto sarà difficile. Tormentoso e difficile. Ecco il perché di questo silenzio magico. (Richiude la valigia)
La musica cessa.

 - Si, noi sappiamo cose che gli altri non sanno. Perché nulla è più vero e sublime della nostra finzione. E siamo già nel futuro perché possediamo il passato di tante vite. (L’uomo si scuote e con un gesto veloce posa la valigia a terra poi va a sedersi su un bracciolo della poltrona) Il futuro. Tante volte ho pensato che invece di leggere Nostradamus per conoscere il futuro dovremmo leggere nei mestieri dei padri. Io il futuro di mio figlio lo vorrei falegnamico...

La musica riprende. Tema del legno.

 - ...e non lo dico per far piacere allo spirito megahertzico del babbo e poi che senso avrebbe diventare falegname, oggi che si fa tutto col truciolato? No, falegnamico vuol dire creato con mano sapiente e con amore paziente, perché deve durare tutta la vita. E senza rinunciare all’odore, un odore buono come quello delle botteghe dei falegnami di una volta che erano luoghi di quiete dove il metro era rispettato con tutti i suoi centimetri e la lampada illuminava il necessario e il falegname ti spiegava che gli incastri si fanno a coda di rondine e sotto il bancone dormicchiava un cagnetto rossiccio che al tuo ingresso apriva un occhio e sventolava la coda drizzando pigramente un orecchio. Falegnamico è qualcosa che appartiene alla memoria, ai sogni e alle imprese dei giusti. Hai notato che il legno era sempre presente là dove c’era la speranza? Dall’Arca alla Croce, dal fuoco del camino alla spola e al telaio… il legno ci accompagna sempre e ovunque, dalle matite colorate dell’infanzia al bastone della vecchiaia. Ed è per questo che la bara non mi fa paura. Salvatevi dal ferro, uomini. E venga il regno del legno. (Un forte boato)

La musica cessa.

 - (L’uomo indica un punto) Là! E io pensavo che fosse finito. Invece no, c’è sempre qualcosa dell’oggi che resta in piedi... perché possa crollare domani. (Riprende a scavare. Altri mattoni si accumulano ai lati.) Scusami se parlo tanto ma lo faccio per te, perché credo che sia importante per un sepolto vivo sentire una voce umana. Anche se è quella di un fratello gemello meritevole di compatimento. (Si siede sul coperchio del baule) A proposito, ti ricordi quella illustrazione di Novello che ci faceva tanto ridere? Ci sono due sorelle gemelle, sedute una accanto all’altra, bruttine, vecchierelle e rinsecchite, si presume zitelle, sbiadite come la tappezzeria della stanza. E sotto la scritta: “Tutto sommato, una sola poteva bastare”. Beh, io non ho mai pensato che uno solo di noi potesse bastare, i gemelli ci vogliono tutti e due, eccome. Tu, magari, invece, l’hai pensato senza dirmelo perché a te piaceva ragionare in modo obliquo. (Come rispondendo a delle obiezioni e guardando dentro lo scavo) Sicuro, obliquo! E trattarmi da imbecille solo perché eri nato mezz’ora prima di me e quindi tu eri il fratello maggiore, con mezz’ora di esperienza in più nella vita e il tuo sogno è sempre stato di morire insieme a me così da poter dire con l’ultimo fiato: io son vissuto di più! E io adesso ti lascio crepare. Col cazzo che scavo! E voglio vedere alla fine chi sarà vissuto di più. (Un boato un po’ più lontano) Ma cosa dico? (Scava stancamente) Stupido che sono. Ingenuo, contraddittorio, insicuro... (Si ferma) Com’è che dicevi, tu? “Estatico e contemplativo”... che per te vuol dire coglione. Si, forse hai ragione. Io sono sempre stato attirato più dalle nuvole che dalle cose pratiche: soldi, commercio, affari, politica. Per non parlare dell’ideologia. Ho sempre dato retta al cuore e il cuore… Dio lo perdoni.

La musica riprende. Tema dell’impegno politico.

 - Ma quando c’è stato da impegnarsi mi sono impegnato, quando c’è stato da rischiare ho rischiato. E ho pagato di persona! E duramente anche! Il tempo della militanza! A sinistra, perché chi viene dal popolo sta a sinistra e vuole l’uguaglianza. Avanti o popolo, alla riscossa! Bandiera rossa trionferà! In prima fila, però! Non come quei signorini intellettuali che facevano tante chiacchiere e al momento di rimboccarsi le maniche sparivano per riapparire a lavoro finito, a ferita disinfettata, con un documento politico da distribuire col volantinaggio, che naturalmente dovevo fare io perché loro avevano un altro documento da preparare per l’assemblea di domani. Io stavo con la base, ero quello che nelle foto è in secondo piano a destra tagliato a metà. Quello che prende le botte e pulisce il ciclostile. Io che amavo le nuvole mi sono fatto un culo così con l’impegno politico e quelli che si autodefinivano politici mi criticavano perché non ero abbastanza rivoluzionario, non abbastanza marxista, leninista, maoista, guevarista, trotzkista, bordighista… non ero abbastanza di nulla! E le mie nuvole erano revisioniste, poverine anche loro, con quel manto di bambagia che mi piaceva tanto! Tutti colpevoli, io, le nuvole e le farfalle, che ogni tanto mi frullavano in testa: pensa al capitale, compagno, le farfalle sono controrivoluzionarie!... E come se non bastasse al momento di spegnere la luce arrivavi tu a dirmi che stavo sbagliando tutto, che buttavo via i miei anni migliori, che altri avrebbero sfruttato la mia fatica… e così il sonno era pieno di agguati e di incubi e qualcuno gridava scappa! e cercavo di scavalcare un muro ma avevo alle costole gli sbirri e fra gli sbirri c’erano anche i miei compagni che urlavano più degli sbirri e il muro era troppo alto e ricadevo all’indietro e tutti mi saltavano addosso!

La musica cessa.

 - E proprio in quel momento tu, aprendo il garage, mi dicevi stronzo, te l’avevo detto!… E partivi sgommando, con la tua spider luccicante… ecco, quello stronzo potevi risparmiartelo, fratello mio. Bastava quel rombo di motore, bastava il guizzo della tua spider che era rossa come la mia bandiera. Se nemmeno due gemelli monozigoti riescono a realizzare l’uguaglianza fra loro figuriamoci l’umanità intera con i bianchi i gialli i neri i pellerossa i lanzichenecchi i Cattolici i Protestanti gli Anglicani i Valdesi i Battisti gli Anabattisti i Metodisti i Pentecostali i Copti i Nubiani i Giacobiti i Mormoni e quelli del Regno di Dio e quelli del settimo giorno e quelli del quarto millennio e l’anticristo e l’apostata e gli apocrifi e i preti celibi e quelli sposati e Sparta e Atene e Roma! Roma! Roma! Delenda Carthago! e Babele! Babele! Babele! e i Lancaster e gli York, la guerra dei cent’anni e quella dei sei giorni, La secchia rapita e La Gerusalemme liberata e l’Aquila e il Bruco la Selva e la Pantera i carnivori e i vegetariani i pugili pacifisti e i missionari col mitra e quelli alti uno e quaranta e quelli alti uno e novanta e quelli col pene lungo e quelli col pene corto per non parlare della gloriosa umanesca umanoide ominide imbecillità! imbecillità! imbecillità! che a tutti dona e tutti soccorre! e ha sfumature infinite! e ogni omuncolo ci tiene tanto alla propria, oh dolce imbecillità mia! mia! mia!, e per difenderla è pronto a fare la guerra che come tu sai ha anch’essa mille sfumature liriche tanto che certe volte mentre spari a raffica sei convinto d’essere in pace. Ta-ta-ta-ta! Pace! Ta-ta-ta-ta! Pace! Ta-ta-ta-ta! Buuummm!!! Pace. Che ridere, fratello mio. E io ci sono cascato. E Gigetto è morto a Brema per questo e la Paolina si è consunta di cancro e io vivacchio ormai a cavallo di una nuvolaglia sempre più bassa e sfilacciata e gonfia di pioggia e tocco terra coi piedi come quando si monta su una bici da bambini e le farfalle le ho fritte in padella come fanno i cinesi che sostengono che la porpora è afrodisiaca. Sono in attesa di un’erezione farfallica e questo è tutto quel che rimane del mio impegno politico.
 
La musica riprende.
 - Però è stato bello. Sicuro che è stato bello. Almeno io ho creduto in qualcosa. Almeno l’ingenuità si riscatta col dolore ma tu del tuo scetticismo ilare che te ne fai? Eh?

La musica cessa.

L’UOMO - (Scandisce le battute a occhi chiusi, come ripassando un progetto) Io - ho creduto - in un mondo - migliore. - Io - ho creduto - nella virtuosa - bellezza - dell’uomo - liberato - dalle sue catene. - A tutti il pane. - A tutti un libro. - A tutti una casa. - A tutti un lavoro. - A tutti - il tutto - che è possibile - sulla terra. - Questo - è stato - il mio - giovane - delirio - questa - è stata - la mia - giovane - speranza - questo - è stato - il mio - giovane - errore - che a Dio - è caro. (Un boato vicino, più lungo del solito. L’uomo quasi  perde l’equilibrio) Eh? Come? (Ascolta) Adesso? Sei proprio una carogna, tu giri il coltello nella piaga! (Ride) Adesso... ieri c’era uno che parlava alla TV... in principio pensavo che fosse ubriaco. Invece no, era sobrio e tutti lo applaudivano, presentava il suo programma elettorale. “Abbasso la fame, viva l'appetito! Pane bianco e democrazia integrale, uguaglianza nella differenza, siamo contrari alla contrarietà! Il Fitness non è il Business, il Forum non è il Welfare, chi ha il Set rinunci al Web, chi ha il Pil si compri un Mib, chi è off lo dica al Pool, c'è un'OPA in tutti noi! Meno madri e più padri, ditelo ai vostri figli. Meno tasse e più taxi. Resistenza e arrendenza! Siamo per una tolleranza intransigente ma non escludiamo domani un’intransigenza tollerante. Se qualcuno vi dà una guancia, offrite l'altro schiaffo! Libertà è apparenza! Unità nella dimenticanza! Il Piave mormorava il 25 aprile! Senza futuro non c'è passato, senza passato non c’è condizionale e il presente è nelle mani di Dio. Perciò coraggio, siate l'altro voi stesso, mostrate il vostro vero lifting! E prima di dormire dedicate un pensiero alle sette Muse, che son le nostre sorelle! E alle sette sorelle, che son le nostre Muse! Vota, vota, vota, vota!” (Sembra improvvisamente smarrito: al pubblico) Scusate, avete visto il mio io? Non so più dove l’ho messo, era qui un momento fa... non lo trovo più... (Si gira verso il cumulo) Cosa c’è? Chi ha parlato? (Ascolta) Logorroico sarai tu, accidenti a te! (Fra sé) Però un po’ di ragione ce l’ha, non ho mai avuto il dono della sintesi, del resto io non sono Alessandro il Macedone, io i nodi non so tagliarli, io devo scioglierli a costo di spezzarmi le unghie perché penso che quella funicella domani potrebbe servire... e così ho le tasche piene di gomitoli e anche il cuore è un gomitolo e il cervello un altro gomitolo e se qualcuno mi guardasse le unghie potrebbe pensare che ho scavato macerie per tutta la vita e invece ho soltanto sciolto dei piccoli nodi, centinaia, migliaia di piccoli nodi stretti stretti e così ho salvato chilometri e chilometri di fune e ogni tanto mi dico che me ne faccio di tutti questi gomitoli, un giorno o l’altro dovrò sgomberare, non so più dove metterli… il fatto è che siamo nati poveri e i poveri non buttano via niente, neanche il dolore. Ancora oggi tutto mi sembra prezioso, e penso a quand’ero bambino e con un tappo di aranciata potevo giocare tutto un pomeriggio e se qualcuno me l’avesse portato via mi sarei messo a piangere. Oh - oh! Mi senti? Io ho pensato spesso alle infanzie parallele… e tu? E tu? (Accosta l’orecchio alle pietre) Dev’essersi addormentato.

La musica riprende. Tema dell’amicizia.

 - Voglio dire la mia infanzia e quella degli amici meravigliosi che avrei incontrato qualche tempo dopo… parlandone da grandi scoprimmo che erano state rischiarate dalle stesse mattine e dalla stessa povertà… chissà, dicevamo… forse da piccoli ci siamo incontrati… sicuro, tutti e tre… e a questo pensiero ci veniva da ridere… con le nostre mamme ignare di futuro che ci tenevano per mano mentre sceglievano le mele dallo stesso mucchio in qualche mercatino rionale… e ci eravamo guardati negli occhi, stretti nei nostri cappottini da dopoguerra e in gran segreto senza dir nulla alle mamme ci eravamo dati appuntamento a qualche anno più tardi. (Afferra il diario e si siede a cavalcioni su un bracciolo della poltrona) Bruno ha passato l’infanzia sul carretto del padre che si chiamava Ettore e vendeva scope e sedie impagliate per le vie della città... (Legge nel diario) “...e così, mentre il padre pedalava e gridava la sua merce, Bruno fantasticava e veleggiava come Sandokan sui mari della Malesia e il carretto era la nave e i suoi sobbalzi onde e le arcate dei portici eran le vele e forse già allora fra quei marosi immaginati aveva incontrato la sua sirena, la scultura, e desiderato di dare forma al mare, così per tutta la vita lo vedemmo chino sulla creta tormentarsi e modellare infinite volte quel pensiero e gli amici ridendo dalla strada gli gridavano “andiamo al mare, vieni con noi?” ma lui sorrideva e scuoteva il capo e in silenzio lavorava e scartava e impastava e imprecava, distruggeva e ricominciava, ma del mare percepiva solo la risacca e allora per conoscerlo meglio prese una barca e raggiunse le Americhe e circumnavigò le Isole della Vergine ma il mare sfuggente si rimodellava a ogni colpo di remo e gli anni passavano e così a poco a poco la forma del mare gli scivolò fra le dita e quel mistero tornò a essere un’acqua salmastra e Bruno ne bevve gran boccate finché una sera, senza un grido, come Achab lo vedemmo precipitare negli abissi e lì finalmente placarsi e farsi mare per gli amici.” (Posa il diario) Nel frattempo Claudio con la madre e le sorelle seguiva le orme del padre, cantante d’opera, che erano sempre più incerte... e dei tanti soggiorni crudi ne ricordava uno a Venezia dove si fece cacciatore e catturò piccioni per tutto l’inverno e la madre che si chiamava Mimma li metteva in pentola e così sfamava i figli e se stessa... (L’uomo si alza, va verso il baule e lo apre)

La musica cessa.

 - E un giorno Claudio, già adulto e attore di cinema... (L’uomo si china e raccoglie dentro al baule una vecchia cartolina che guarda con affetto) ...sulla collina di un villaggio dove giravano il film, in Perù, conobbe un bambino povero e divenne suo amico e gli chiese qual’è la cosa che desideri di più, e il bambino rispose un cavallo e Claudio gli disse torno domani aspettami e domani il bambino lo aspettava e domani Claudio tornò con un cavallo e regalò il cavallo al bambino che galoppò a perdifiato fino al villaggio e raccontò che in fondo al sentiero per due volte aveva incontrato Gesù. (Lascia cadere la cartolina nel baule) Fratello! Sei sveglio? O-oooh!... Tutto bene? Sai, parlavo delle infanzie parallele! E’ un bel tema, non ti pare? (Ascolta, poi si siede in poltrona, irritato) Certo che ti tiro fuori! Però lasciami prender fiato! Lo sai che soffro di ulcera duodenale da stress... possibile che tu non abbia un briciolo di sensibilità? Come si può vivere senza memoria? Del resto tu non hai mai saputo cos’è la gentilezza. E tanto meno la solidarietà. Per non parlare di quella lagnosa, pelosa ma pur sempre doverosa disponibilità che si concede ai membri della famiglia. Ti richiamo e non richiamavi, vengo domenica e non venivi, non mi sento bene e invece stavi benissimo, t’hanno visto al cinema, solo non avevi voglia di perdere dieci minuti con me, il tuo fratello ansioso e minore di mezz’ora… e quanta commiserazione nel tuo sguardo quando mi vedevi arrivare  con la mia R4 piena di bozzi, comprata di seconda mano. Ecco, questi sono i fratelli.

La musica riprende.

 - Quando muore un amico si dice gli volevo bene come a un fratello ma sarebbe più giusto rovesciare il concetto e quando muore un fratello dire gli volevo bene come a un amico… e non sempre e non sempre altrettanto… perché gli amici sono i nostri compagni di viaggio con lo stesso gruppo sanguigno mentre il più delle volte i fratelli hanno sangue incompatibile e vanno dalla parte opposta. Con gli amici invece puoi dividere pane e oro e non c’è mai vergogna né invidia perché questa qualità d’amore si trasfonde come il sangue e si è felici della felicità dell’altro. Ma tu queste cose non le sai. Tu pratico. Tu lucido. Tu cinico. Vaffanculo. (Un boato lontano seguito da uno vicino più forte)
La musica cessa.

 - Vengo, vengo. Sono qua. Scavo, scavo.(Allontana alcuni mattoni) E qui cosa c’è? (Raccoglie una foto incorniciata)

La musica riprende con il tema dell’amore.

 - Ernestina! Ernestina… Brutto figlio di puttana, non ti è bastato portarmi via la fidanzata trent’anni fa, ti sei preso anche l’unico ricordo che mi era rimasto, la sua foto con la dedica... al mio grande amore. Tu l’hai distrutta quella ragazza, quando l’ho rivista era invecchiata di dieci anni ed erano passati appena dieci giorni… era dall’altra parte della strada ma c’era il semaforo rosso e allora la chiamai… Ernestina!… Lei abbassò gli occhi e si allontanò rasentando il muro ma io l’avevo perdonata e l’avrei sposata e sarebbe stata lei la madre dei miei figli, lei, lei, lei! L’unica donna che ho amato veramente. Ma tu no, no, è una troia, lasciala perdere, quella è peggio della Mirna Chiacchiera, è bastata una gita alle valli di Comacchio e me la sono sbattuta alla Pensione Mimosa e non era nemmeno vergine, non fa per te, trovati una moglie che sappia stare in cucina!… E io ancora una volta ti ho dato retta anche se di notte me la sognavo, con quel suo sorriso indifeso e carnoso… che stupido… che idiota… pusillanime!  Era una troia, e con questo? Le troie sono le spose migliori.

La musica cessa.

 - Ma io l’ho capito tardi. Bisognerebbe scriverlo sui libri di scuola. (Con tono da professore) Sposate una troia, ragazzi, e sarete felici! E voi ragazze coltivate la troiaggine, non fatevi tentare dalla serietà, poverette voi, ragazze serie! Se non vi sarete irrancidite già verso i trenta sposando un cretino, arrivate ai cinquanta il vostro coniuge vi butterà nella spazzatura e si risposerà con la Mirna Chiacchiera che è più brava di voi a far pompini e con lei sarà finalmente felice perché solo quelle che a sedici anni la danno al postino e fanno seghe al professore sanno essere poi madri meravigliose e lascia che i benpensanti si scandalizzino. Solo loro possono far felice un marito perché madre natura ha creato l’uomo a misura di puttana e puttana vuol dire angelo che soccorre e questa è la verità che gli ipocriti nascondono nel traffico inquinato dei doveri e della stronzaggine, che uccide più del cancro. Lascia che si masturbino sognando la Mirna Chiacchiera, io invoco la mia buona stella d’amore, Ernestina, angelo mio delicato…

La musica riprende.

 - Perché te ne sei andata rasentando il muro? Con il seno ancora arrossato dai baci di mio fratello, perché non mi hai gettato le braccia al collo dicendomi ora si posso essere tua, ora posso amarti per sempre? Oh, ti avessi raggiunta quella volta! Ma è bastato un semaforo rosso a fermarmi e quando è venuto il verde mi sei sembrata così lontana… (Chiude di colpo, con violenza, il coperchio del baule) Basta!

La musica cessa.

 - Basta coi sensi di colpa, con le frustrazioni, coi rimorsi! Io parto, vado via. Chiuso. Restare? Interrogarsi? Soffrire? Vedersi invecchiare sempre nello stesso specchio? Ma chi me lo fa fare? Cambia specchio, almeno, coglione! Si, si, pianto tutto, pianto tutti, moglie, figlio, casa, lavoro, via, via! Si vive una volta sola. Vendo la R4, mi compro una barca e vado in Brasile. Le brasiliane sono una più bella dell’altra e fanno all’amore senza tanti problemi: tu incontri una brasiliana, le fai un sorriso e lei te la dà, son fatte così, sono estive, secondo me Eva era brasiliana. Sicuro, vado in pensione e mi trasferisco in Brasile, mi basta la minima, con quello che spendo qui di benzina là vivo come un nababbo. Oppure in Russia. In Russia, in Russia, lì c’è posto per tutti, un paese immenso tutto da ricostruire... (Carponi, butta lontano altri mattoni) ...è gente semplice e poi vivaddio, a parte la vodka i comunisti qualcosa di buono l’avranno pur lasciato... (Solleva un mattone, sotto c’è un vecchio cappello, che afferra, sorpreso. Si alza) Il teatro!... Là vanno tutti pazzi per il teatro e per la poesia, io là sarei una star, il poeta attore! (Lancia via il cappello) Si, si… io vado in Russia! Affitto una dacia con una bella stufa di maiolica e sto lì. Garantito che dopo due giorni c’è la coda fuori dalla porta: centinaia di ragazze russe, tutte acqua e sapone ma troie nell’anima, eh, si… ora che hanno la libertà si esprimeranno finalmente per quello che sono, oh, grande madre Russia, dacci oggi le tue troie migliori, tutte con lo sguardo azzurro, si, è deciso, è perfetto per me, vado in Russia e mi porto anche una brasiliana per i lavori domestici e per la samba, provate a immaginare: una troia brasiliana che balla la samba sulla neve davanti a casa, circondata da centinaia di troie russe che battono le mani a ritmo! Ecco la vera libertà, basta con questi lacci, miserabile che sei, basta col buonsenso, ci voleva tanto a capire che non c’è senso? Ognuno è solo! Dovevo arrivare a quest’età per fare la bella scoperta! Vivi, goditela, imbecille, prima che sia troppo tardi! Si, io vado in Russia. A Mosca! A Mosca! O sennò in Umbria. Anche in Umbria si sta bene, a Todi ad esempio, o a Gubbio, lì c’è silenzio, gente rispettosa, riservata, la collina è dolce, c’è il tartufo, chissà se alle russe piace il tartufo… si, si, io prendo una russa e me la porto a Gubbio. Però a Gubbio niente brasiliane, una brasiliana a Gubbio dopo due giorni si suicida mentre invece alle russe piace il din don delle campane e anche coltivare l’orto, è un’idea vincente, a Gubbio! A Gubbio! Però non subito, non mi conviene, se aspetto tre anni vado in pensione con la massima, sarei un coglione a partire adesso, vado in pensione con la massima poi si vede, tanto le brasiliane mica scappano e le russe ancora meno e a questo proposito Gino mi diceva ieri che stanno per arrivare le ungheresi, tutte laureate, arrivano qui, capisci, non occorre andar là, vengono loro, sfileranno sotto le due torri, dice che suonano il violino e parlano otto lingue, basterà indicarle con un dito, come Leopardi con le parole: tu!… Si, conviene stare calmi, da qui a tre anni possono succedere tante cose… di ogni genere… sia belle che brutte. Che ora sarà? A proposito… devo ricordarmi di comprare il sale grosso e i fiammiferi. (Riflette) Mia moglie è ingrassata ma non so come fare a dirglielo. (Riflette) Sono cose delicate, molto delicate. (Guarda il cumulo di rovine, che è ormai quasi completamente spianato. Al centro c’è un mattone isolato, un po’ più lungo degli altri) Capisci? Non c’è tempo, non c’è… piuttosto… (Si fruga nelle tasche) Dove ho messo le chiavi? Oh-ooohh! Hai visto le mie chiavi? Ho la testa che… (Riflette) Cos’è che dovevo comprare? Ah, si… il sale grosso e i fiammiferi. Hai notato, fratellino? Il buono della vita è nostalgia di sogni. Sale grosso e fiammiferi. Fossimo capaci di trasformare in arte il dolore!
 
La musica riprende. Tema del tran tran quotidiano.

 - (Fra sé) Invece devo occuparmi di ammaccature. Per una stronzata. Vado dal carrozziere e quello mi dice bella botta, ma come ha fatto? Io non ho fatto, è l’altro che ha fatto, io venivo da destra ma lui non ha guardato e il mio clacson non funziona, è un pezzo che non funziona, devo farlo riparare, è stato un attimo, io ho urlato: ooohhh!!!... ma figurati se quello ha sentito, guarda qua che roba, non andavamo forte, se avessi lampeggiato, ma neanche lui ha lampeggiato e io pensavo ancora a San Petronio nella nebbia, mio figlio mi dice buttala, non è neanche catalitica, è un catorcio, buttala! Anche mia moglie dice buttala, con tutti i soldi che ci hai speso dietro ne compravi una nuova, ma la R4 non la fanno più, lo volete capire si o no, dice prendi una Fiesta, prendi una Punto, prendi una Polo... (Grida) ...ma una Polo di seconda mano costa dieci milioni, dodici-tredici unico proprietario, quindici col tettuccio apribile, sono pazzi, con quindici milioni di R4 ne prendevo tre e poi io detesto i tettucci apribili, che bisogno c’è di aprire i tettucci, basta aprire il finestrino... (Fra sé)  Io avevo trovato la macchina della mia vita e subito, zac, non la fanno più, io la mia R4 del ‘72 la tengo fino al tremila, la difendo con le unghie e coi denti! (Grida) Io sono contro l’usa e getta! (Fra sé) L’assicurazione dice che ci daranno il concorso di colpa perché venivo da destra ma non ho lampeggiato e il clacson non funziona, colpa mia, d’altra parte non avevo tempo, con tutti questi debutti in provincia, un debutto un debutto un debutto, il cofano è da cambiare, bisogna cercarlo dal rottamaio perché non la fanno più e poi gli antinebbia, ma uno era già rotto, con gli antinebbia lì sotto basta prendere una buca, io quasi quasi li faccio togliere anche se sono utili perché l’altra notte da Forlì a Bologna nebbia nebbia nebbia che non si vedeva da qui a lì e in via Massarenti quasi a porta San Vitale c’era un incidente con la polizia e la Croce Rossa, c’era del sangue e un poliziotto con la paletta faceva segno di andar piano perché poco più avanti c’era un altro incidente e l’ambulanza con un viaggio solo li ha portati via tutti, morti e feriti di due incidenti diversi e il morto del primo incidente aveva di fianco i feriti del secondo che si chiedevano come stai, una botta in testa, e tu, mi fa male la gamba, il ginocchio, e guardavano quel morto sconosciuto che stava in mezzo a loro... io invece a quel punto della notte sai cosa ho fatto? Colpo si vita, sono andato in Piazza Maggiore, ho pensato voglio vedere Piazza Maggiore con la nebbia, saranno vent’anni, anche trenta che non la vedo con la nebbia, e così alle tre di notte sono andato in Piazza Maggiore tanto a quell’ora non fanno la multa e ho guardato San Petronio nella nebbia, c’ero solo io, era bellissimo e ho pensato chissà dove dormono i piccioni... poi tornando a casa all’angolo con Via Broccaindosso esce quell’idiota senza guardare, io ho urlato ooohhh!!! figurati, buuum!!! e così nella nebbia ci siamo scambiati i nomi e le assicurazioni, non mi ricordo neanche che faccia avesse però la macchina si, una Volvo bianca, neanche un graffio, per fortuna la mia andava ancora, le R4 sono fenomenali, vanno anche con una ruota sola, sono entrato in casa piano piano e a mia moglie non l’ho detto, ho pensato glielo dico domani, lei era girata sul fianco destro, dorme sempre sul fianco destro e mi ha chiesto come è andato lo spettacolo, io le ho detto bene, c’era gente? ...così così, che vuol dire dodici/tredici persone, e già s’era riaddormentata e ho pensato se venivo a letto subito non succedeva niente ma io sono un artista e San Petronio nella nebbia è una magia che non si può raccontare, mi sono infilato nel letto ma sono stato sveglio ancora a lungo e ogni tanto pensavo a San Petronio e ogni tanto alla macchina, più alla macchina che a San Petronio, e mi son chiesto ancora dove dormono i piccioni? Sotto i coppi, nei buchi dei muri, nei camini, in cima alle torri, sotto le automobili… e il giorno dopo mia moglie mi ha detto che m’ero addormentato con la luce accesa.

La musica cessa.
 
 - Eh, si… gemellino caro… non sembra ma ne è passato del tempo da quando scrivevo i miei versetti zoppetti… e sognavo di alleviare i mali del mondo con la mia arte scenica… e non sapevo che si può amare l’uomo solo cogliendolo di sorpresa nei suoi momenti di bellezza, che sono così rari. (Si china, posa l’orecchio sul mattone isolato) Che strano, si sente come uno strisciare… (Si guarda intorno, ascolta) Sembra tutto finito. Finalmente. (Allunga una mano verso il mattone, esita poi lo solleva appena da un lato, sembra voler guardare sotto, ma rinuncia e lo abbassa di nuovo) E’ proprio un bel mistero. (Si siede accanto al mattone) Sai, fratello?… Qualche volta mi capita di pensare alla morte.

La musica riprende. Tema della fine.

 - E allora mi dico: cosa gli racconto?… No, non cosa gli racconto alla morte ma cosa gli racconto alle persone che mi volevano bene, a quelle che mi stimavano e che mi hanno preceduto sottoterra… perché può darsi benissimo che dopo non ci sia niente, anzi, è molto probabile... ma metti invece che ci sia qualcosa… qualcosina… e che come si suol dire dall’alto, i miei morti abbian visto tutto: li avrò delusi. Ecco, quel che più mi dispiace è aver deluso da morte le persone che mi han voluto bene da vive. Quando arriverò lì da loro mi guarderanno in un altro modo, non avranno più quel bel sorriso di una volta e nel loro sguardo ci sarà un’ombra che durerà per sempre, come quegli aloni sulle tovaglie, che non vanno più via… e mi sentirò in colpa perché ci voleva così poco a farli contenti per l’eternità, bastava essere un po’ più di parola, essere del proprio tempo ed essere di tutti i tempi. Ma del resto cosa potevo fare? Io ero una formichina industriosa che metteva sempre l’ombrello in valigia mentre la vita andrebbe giocata… come posso spiegartelo… proprio come fa l’esploratore, hai presente, che abbandona il sentiero principale e gli altri gridano dove vai, sei matto, torna indietro, ma lui nemmeno risponde e s’inoltra nel folto e guada e taglia e s’inerpica e procede nell’intrico di arbusti e sa che dietro a ogni cespuglio può nascondersi un serpente  eppure non si tira indietro, al contrario, avanza e con prudenza pari alla curiosità divina che lo spinge scosta quel ramo… e scopre che dietro le foglie c’è il lago azzurro che sognava da ragazzo e vi s’immerge, fiero e trionfante nella letizia di quell’acqua vergine.

La musica cessa.

 - Ora si, si potrebbe morire. Ma io non ho mai abbandonato il sentiero principale... sono rimasto con la comitiva e tutti in gruppo abbiamo seguito la mappa. Ah, si, abbiamo fatto una bella gita. E’ durata dodici ore, proprio come diceva la guida. Davvero una bella gita... però mi sono molto stancato, non so se la rifarei, alle quattro e mezza - cinque meno un quarto è venuto anche a piovere. Bisognerà pur decidersi. (Si alza, raccoglie il cappello e lo indossa) Come sto, fratellino? (Fa alcune smorfie buffe, ride, fa il verso della gallina, si toglie il cappello) “La normalità della gallina non può intendere il volo disperato della gru”. Pirandello. Chissà se è vero che la nostra morte ci corrisponde. Se è così…

La musica riprende con il tema della fine.

 - ...io morirò di un male lento e dubitoso che non saprà come comportarsi e chiederà consiglio a me sul da farsi e io l’aiuterò come potrò e lui mi dirà grazie e mi spegnerà con gentilezza e subito chiuderà la porta e sul pianerottolo indosserà il cappello. (Indossa il cappello) Poi scenderà le scale... (Spegne il lampadario) ...e sparirà fra la gente. (Fa alcuni passi sul fondo verso il buio, si ferma)  E anche quel male un giorno morirà di questo male. (Si stringe nelle spalle con un sorriso un po’ buffo e un po’ fatale)

L’uomo esce lentamente. Le luci si spengono adagio.

La musica cessa.
 
 

FINE
 
 



 

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