AUTOSCONTRO
Edizioni
Prima edizione: Roma - Piccolo Eliseo, 27/11/1990 - Interpreti: Bruno Armando, Giuppy Izzo. Scene e costumi di Luigi Perego, Regia di Maddalena Fallucchi.
Sinossi
In una stanza di Motel due giovani - Steno e Olimpia - poco più che adolescenti, aspettano l’alba. Per la precisione aspettano le 5.40, l’ora in cui sorge il sole. A quanto pare è un appuntamento importante. L’attesa è lunga, la conversazione è strana, c’è molto tormento fra le parole dei due ragazzi: fiori, libri, strumenti musicali, ricordi d’infanzia, un albero abbattuto, un clacson che suona nella notte, la scazzottata con un amico… si può sfogliare una rivista pornografica trovata sopra l’armadio, o entrare nell’armadio e recitarci il monologo dell’Amleto, o giocare a inventarsi il passato mentre fuori s’ode uno schianto di lamiere e dalla finestra si può vedere il sangue rischiarato dai fari e un lenzuolo bianco steso su un corpo. Che succederà alle 5.40? E quanto manca? Si può tornare indietro? Aiutami a fuggire. Aiutami a restare. Cosa c’è in quella sacca? E perché quella colluttazione finale? “Mi dici che senso ha?” chiede Steno. Ma Olimpia non risponde. Le 5.40 sono ormai passate. I primi raggi del sole penetrano dai vetri della finestra. Il disagio di vivere non sarà minore per questo.
AUTOSCONTRO
(1989)due tempi di
Vittorio Franceschi
Personaggi
Olimpia
Steno
PRIMO TEMPO
La stanza di un motel di cui vediamo solo due pareti che si congiungono al centro sul fondo. Addossato alla parete di sinistra, un letto matrimoniale con due mensole ai lati. Sulla mensola di destra un telefono. Alla sinistra del letto, una porta che dà nel corridoio. Addossato alla parete di destra, in prima, un armadio. A destra, di fianco all’armadio, un attaccapanni. Tra l’armadio e l’angolo di fondo una finestra con una spessa tenda tirata. Ai piedi del letto una poltrona. Olimpia e Steno sono a letto, nudi, coperti dal solo lenzuolo. Gli abiti sono buttati un po’ a casaccio sull’attaccapanni, sulla poltrona, per terra. Si ode all’inizio una risatina soffocata di Olimpia poi un bisbiglìo appena percettibile, misterioso come se fossero orecchie infantili ad ascoltarlo. Solo dopo un po’ di tempo si riuscirà a distinguere le parole.
OLIMPIA - Piano, fai piano.
STENO - Sennò si svegliano i bambini.
OLIMPIA - Appunto.
STENO - Ma tanto sono piccoli, cosa vuoi che capiscano…
OLIMPIA - No, questo mio padre non l’ha mai detto.
STENO - Come fai a saperlo?
OLIMPIA - Non credo. Lui era…
STENO - Strano, tutti i padri lo dicono. Almeno una volta alla settimana. Dopo i trenta una volta al mese. (Ridono entrambi)
OLIMPIA - Io ascoltavo e restavo immobile. Senza batter ciglio, letteralmente. Temevo che potessero sentire.
STENO - Le ciglia che battono?
OLIMPIA - Si. E’ un mistero grandioso.
STENO - Cosa?
OLIMPIA - Il chiacchiericcio dei genitori nella stanza accanto. C’era una tenue striscia di luce che filtrava sotto la porta.
STENO - L’abat-jour. Come qui.
OLIMPIA - Quante volte ho pensato di penetrare quel mistero! Mi alzavo col cuore in gola e leggera come una farfalla camminavo verso quella luce.
STENO - Aspetta, mi interessa: a piedi scalzi?
OLIMPIA - Si, perché?
STENO - Indago. Continua.
OLIMPIA - Al buio. L’attrazione era più forte della paura. La mia mano sfiorava la maniglia. Ma ecco che di colpo la luce si spegneva e il silenzio era mio, pauroso e deludente.
STENO - Bello. Belle parole.
OLIMPIA - Mi deridi?
STENO - No, è che tu…
OLIMPIA - Adesso ero sola, nel silenzio e nel buio. Il viaggio di ritorno era popolato da fantasmi. I fantasmi della notte dei bambini.
STENO - Pipistrelli.
OLIMPIA - Poi raggiungevo il mio letto e il tepore delle lenzuola mi rinfrancava un poco. Ma spesso ho vegliato fino al mattino e ho pianto. E’ capitato anche a te?
STENO - No, io… noi dormivamo tutti nella stessa stanza. (Ridono)
OLIMPIA - E non parlavano mai, i tuoi?
STENO - Qualche volta. Ma io nascondevo la testa sotto le coperte, non volevo sentire.
OLIMPIA - Perché?
STENO - Non so perché, non ricordo. Tu cosa pensi?
OLIMPIA - Forse facevano progetti per il tuo futuro.
STENO - Si, è così. Era per questo. Era senz’altro per questo. (Un silenzio)
OLIMPIA - Il chiacchiericcio è un mistero grandioso. Il silenzio che segue un mistero pauroso. Fa pensare alla morte.
STENO - A proposito… che ora è?
OLIMPIA - Non so. (Steno guarda l’orologio da polso che ha posato accanto al telefono)
STENO - Le quattro.
OLIMPIA - Di già?
STENO - Hai sonno?
OLIMPIA - No.
STENO - Meglio così.
OLIMPIA - Che tipo sei.
STENO - Che tipo sono?
OLIMPIA - Buffo. (Un breve silenzio) Chiuso. Tenero. (Steno ride) E io che tipo sono?
STENO - Carina. Cioè, bella. Elegante. Un po’ snob.
OLIMPIA - Snob?
STENO - Si, un po’ stronza.
OLIMPIA - Teppista! (Lottano)
STENO - Anche un po’ troia. (La bacia) Innocente.
OLIMPIA - Io?
STENO - Pigra.
OLIMPIA - E’ vero.
STENO - Attaccabrighe.
OLIMPIA - E’ vero.
STENO - Fedele.
OLIMPIA - No.
STENO - Non sei fedele?
OLIMPIA - No. Per principio, no. (Un breve silenzio)
STENO - (Ironicamente enfatico) Ma poi, che ce ne importa della fedeltà?
OLIMPIA - Appunto.
STENO - Sensuale, molto sensuale come dice quella canzone. Davvero, mi piaci molto.
OLIMPIA - Anche tu. (Si baciano ancora) Azzurro lo sguardo, azzurro il cuore.
STENO - Ma io ho gli occhi neri. Cioè marron.
OLIMPIA - Ma il tuo sguardo è azzurro. (Scende dal letto, infila gli slip, cerca una sigaretta, l’accende)
STENO - Non pensavo che lo sguardo avesse un colore, cioè che potesse avere un colore diverso da quello degli occhi.
OLIMPIA - (Porgendogli la sigaretta) Vuoi? (Steno fuma mentre Olimpia si riveste: jeans e maglietta)
STENO - Tu hai lo sguardo giallo. Giallo limone. (Olimpia ride. Un breve silenzio)
OLIMPIA - Spremuto. (Nuovo silenzio. Steno ride e porge la sigaretta a Olimpia che la prende e fuma, seduta in poltrona)
STENO - Avevi tanta paura del buio? (Anche lui si riveste: jeans e camicia. Hanno entrambi scarpe da tennis ma per ora non le indossano)
OLIMPIA - Tantissima. Ce l’ho anche adesso.
STENO - Io no. Quando mi alzavo di notte andavo in cucina e camminavo al buio fino al secchiaio. E sai cosa pensavo? Impossibile che l’indovini.
OLIMPIA - Cosa?
STENO - Riuscirò ad arrivare al secchiaio senza pestare neanche uno scarafaggio?
OLIMPIA - C’erano gli scarafaggi?
STENO - La cucina piena. Escono col buio.
OLIMPIA - E andavi a piedi nudi?
STENO - Certo. Come te, farfallina. Io ormai avevo come un sesto senso, cioè un radar. Davvero, penso che potrei attraversare a occhi chiusi un campo minato. Mai pestato uno. E poi loro nel buio ci vedono con le loro antennine e si scansano. Basta posare il piede lentamente, così. (Cammina in modo buffo con passi ampi e rallentati) Attenti che arrivo! Pericolo! E il Grande Scarafaggio: “allarmi!”…
OLIMPIA - Ma perché ti alzavi di notte?
STENO - Per bere. Avevo sempre sete.
OLIMPIA - E non potevi accendere la luce?
STENO - L’interruttore era dall’altra parte della cucina. Sai, case vecchie… e allora per arrivarci… (Fa ancora due passi ampi e lenti) Poi accendevo. Il pavimento nero. Completo. Frrr! Un fuggi fuggi.
OLIMPIA - Non ti facevano ribrezzo?
STENO - Si convive. Avevamo il gabinetto fuori, sul ballatoio. Lì la luce proprio non c’era. Cioè, al gabinetto si ma sul ballatoio no. Quando lo attraversavo stringevo i pugni e dicevo a bassa voce, fra i denti: vieni avanti se ne hai il coraggio!
OLIMPIA - Ai fantasmi?
STENO - Ai fantasmi, a Frankenstein, alla Mummia Egizia, al Grande Scarafaggio. Nessuno aveva il coraggio di farsi sotto. Ero il Signore della Notte.
OLIMPIA - (Porgendogli la sigaretta) Fumavi già? (Steno fuma)
STENO - No. Avrò avuto dieci anni. Si e no. Una volta nel gabinetto c’era una donna. Nuda.
OLIMPIA - Fantastico! La Regina dei ballatoi.
STENO - Era estate. Entrai e la vidi. Illuminata dalla luna.
OLIMPIA - Bella?
STENO - Era vecchia. La conoscevo, abitava accanto. Era un tipo un po’ strambo, la chiamavano “la matta” ma non era matta. Solo… (Si picchia la fronte col dito) Laura! Lauretta! E lei rideva, ecco tutto. Senza denti. Se ne stava là al buio, in piedi. Non mi aveva sentito perché io ero molto silenzioso, Grande Capo Piede Felpato della tribù dei Chejennes di Porta San Vitale. L’uscio era socchiuso, entrai. Lei fece un balzo e disse sottovoce: via! via! facendo così con le mani… (Muove le mani disordinatamente, ripiegandosi su se stesso) …come per negare tutto. Io scappai in casa. Ero spaventato dalla sua nudità. Si. E’ stata la prima donna nuda che ho visto.
OLIMPIA - (Dandogli un bacio affettuoso) Piccolino.
STENO - Aveva lo sguardo bianchiccio. Come la luna. Come la sua pelle.
OLIMPIA - Se fosse capitato a me sarei morta di spavento. (Un silenzio) Vorrei che l’uomo più coraggioso del mondo mi stringesse fra le sue braccia.
STENO - Guarda che stai parlando del bambino. (La bacia) Ho sete. Vedi? Anche adesso.
OLIMPIA - Potevamo prendere una minerale. Non ci abbiamo pensato.
STENO - (Alza la cornetta del telefono) Chiedo se ce la portano.
OLIMPIA - Starà dormendo.STENO - Col traffico che c’è? Pronto? Camera trentasei. Possiamo avere una minerale? E se vengo io? Va bene, scendo. Gassata. Fresca, mi raccomando. (Posa la cornetta, infila le scarpe) Non fanno servizio in camera.
OLIMPIA - Lo immaginavo. Il vecchio è solo.
STENO - Torno subito. (Esce a passi ampi e lenti come per evitare gli scarafaggi e chiude la porta. Dopo pochi istanti la riapre) Mi raccomando, non aprire a nessuno.
OLIMPIA - Sono infedele, te l’ho detto.
STENO - E io sono geloso. Sparo. (Si guardano a lungo nel silenzio poi Steno chiude la porta. Rumore dell’ascensore. Olimpia scosta la tenda della finestra e guarda fuori. Poi va all’armadio, lo apre, raccoglie dall’interno una rivista pornografica, la sfoglia distrattamente, la getta di nuovo nell’armadio e lo richiude. Spegne la sigaretta, si siede sul letto. In quel momento si ode il suono di un clacson ripetuto, ritmico, come un richiamo. Olimpia si alza, corre alla finestra, la apre e guarda giù. Il clacson suona di nuovo)
OLIMPIA - (Cercando di attutire un po’ la voce) Aspetta me? Qui, sono qui! (Saluta con la mano) Sono io? Corrisponde? Mi chiamo Olimpia, sono libera ma non so cucinare. Scendo io o sale lei? (Fra sé) Eppure mi hai chiamata, sono sicura che mi hai chiamata. Si, si, vabbè, ciao, ciao… buonanotte. (Di nuovo il rumore dell’ascensore) Non correre, pensa a me. (Richiude la finestra) Non sai cosa perdi, Joe. (Rientra Steno)
STENO - Eccomi. Ho preso anche un whisky. E due bicchieri. E due cioccolatini. Questo si chiama Steno, fondente. (Ridono) E questo Olimpia, al latte. Steno per te, Olimpia per me. Ti piace fondente? (Mangiano i cioccolatini) Buono. (Si versa dell’acqua)
OLIMPIA - Hai visto quel tipo?
STENO - Quale?
OLIMPIA - Quello che suonava il clacson. Non hai sentito?
STENO - Ah, si. C’era un tipo che suonava il clacson, sul piazzale. Lei si faceva aspettare.
OLIMPIA - Doveva rifarsi il trucco.
STENO - Spicciatiii!!
OLIMPIA - Gli uomini dopo hanno sempre fretta.
STENO - Il lavoro. Ti vuoi muovereee??
OLIMPIA - Hai visto la macchina?
STENO - Eh?
OLIMPIA - Il colore.
STENO - Aspetta… ma che t’importa?
OLIMPIA - Rossa?
STENO - Grigia. Metallizzata. (Beve) Aaahhh! Ci voleva.
OLIMPIA - Una notte, qualche anno fa, fui svegliata da un clacson. Mi sembrava che scandisse il mio nome. O-lim-pia! O-lim-pia!
STENO - Ta-ta-ta! Ta-ta-ta!
OLIMPIA - Io me ne stavo raggomitolata nel letto e pensavo: cercano me. Ero impaurita ma anche attratta, affascinata. Ti hanno mai chiamato nella notte, nel silenzio?
STENO - No, non credo.
OLIMPIA - Se vuoi proviamo. Usciamo e proviamo.
STENO - T’immagini?
OLIMPIA - Fa impressione, ti si gela il sangue.
STENO - (Le porge il whisky) Vuoi?
OLIMPIA - Allora sognavo di prendere il volo. Mi affacciai e vidi una macchina ferma dall’altra parte della strada. Rossa.
STENO - “Un clacson nella notte”.
OLIMPIA - Ogni tanto ci penso.
STENO - Bel titolo.
OLIMPIA - Io mi ritirai verso il letto. Ero agitata. Il clacson suonò ancora…
STENO - O-lim-pia!…
OLIMPIA - Poi sentii una portiera chiudersi e la macchina partì.
STENO - Di notte si parte con l’amante.
OLIMPIA - E si suona il clacson?
STENO - Eccome. Mia moglie dorme, le ho lasciato un biglietto sul comodino. E’ un addio e ho paura che si svegli troppo presto. Terribile, no? Saprebbe dove trovarmi perché sospetta da tempo, mi ha fatto pedinare, siamo sul filo del rasoio, mia moglie ha dei denti lunghi così e può uccidermi con un morso. E la ragazzina tarda a scendere. Ti vuoi sbrigare? O-lim-piaaa!!
OLIMPIA - La ragazzina?
STENO - Non penserai che abbia lasciato mia moglie per fuggire con una quarantenne! Ha diciott’anni. Tu quanti ne avevi? E ha i capelli biondi.
OLIMPIA - Come fai a saperlo?
STENO - L’ho vista dalla finestra, io passo molte ore alla finestra soprattutto verso mattina. Aveva un vestitino color lilla.
OLIMPIA - (Come ricostruendo un ricordo) Senza bagaglio, senza niente.
STENO - Niente? Ne sei sicura? Lei conferma?
OLIMPIA - Confermo. Era per sempre.
STENO - Un borsetta? Piccolina, di raso. Ti prego.
OLIMPIA - Va bene, una borsetta di raso. La macchina è partita.
STENO - Lei è salita al volo. Via!
OLIMPIA - Sono ricaduta sul sedile. Ridevo!
STENO - Stridore di gomme. Vooommm!! Fatto.
OLIMPIA - Potevo essere io.
STENO - Bastava che al primo clacson tu scendessi dal letto e facessi le scale di corsa.
OLIMPIA - Oggi lo farei.
STENO - Oggi, oggi, oggi!
OLIMPIA - Allora, allora, allora! Che ne so?
STENO - Ok. Ok. Paura, va bene? Fifa.
OLIMPIA - Si. Il clacson, la notte…
STENO - Ti avrebbe caricata e via!
OLIMPIA - Aspettava un’altra.
STENO - Una qualsiasi purché giovane.
OLIMPIA - Acerba. Il porco.
STENO - Si, fresca. Ma solo per nuotare. Bracciate lente, guardandosi fra gli spruzzi.
OLIMPIA - Per lusingarsi.
STENO - Ma no, ma no. Normalità!
OLIMPIA - Ma si, ma si. Cercar casa con lei, presentarla agli amici…
STENO - Vi presento Olimpia. O-lim-pia! Un clacson nella notte. Una dozzina di ragazze l’hanno sentito. Tutte sveglie, eh? (A Olimpia) Troiette, a cosa pensavate? Una è corsa alla finestra, tu. Tre sono scappate sotto al letto, quattro non sapevano che abito mettersi… ta-ta-ta!… due si sono masturbate, Paola non se l’è sentita di abbandonare il gatto.
OLIMPIA - Paola?
STENO - Si, di una so anche il nome. Eh? Zig! Zag! Pensa! Quanti destini! Ta-ta-ta! E’ scesa per prima la bionda, a piedi scalzi.
OLIMPIA - Col vestito color lilla.
STENO - E le scarpe in mano. Una sgommata e via!
OLIMPIA - Beh, non la invidio. Oggi ha dei figli e soffre di colite. Io rimpiango solo quel momento magico. Il richiamo e la macchina che parte. Il sogno dure cinque o sei chilometri. Stop. C’è ancora un po’ di whisky?
STENO - Un dito, puoi finirlo. (Le porge il bicchiere, Olimpia beve d’un fiato) Prosit. (Olimpia piange) Piangi? Perché?
OLIMPIA - Stai zitto dieci secondi. Mi passa.
STENO - Uno, due, tre, quattro, cinque, sei…
OLIMPIA - Non puoi contare mentalmente?
STENO - Ricomincio. (Lungo silenzio) Dieci.
OLIMPIA - (Ride gettandosi all’indietro, riversa sul letto) Mio Dio. Quanto manca?
STENO - Abbiamo detto all’alba. Precisamente quando appare il sole. (Va alla finestra) Non un attimo prima, non un attimo dopo. Appare laggiù, dalla vecchia ferrovia. Vedi quella cupola?
OLIMPIA - Era meglio da una torre merlata.
STENO - A me piacciono le stazioni. Fiii! Partenze.
OLIMPIA - Va bene, va bene, va bene.
STENO - Non ti devi preoccupare, penso a tutto io. Te l’ho detto.
OLIMPIA - Abbracciami. (Si abbracciano) Che fortuna averti incontrato. Ho sete.
STENO - Lo vedi? Cominciamo a somigliarci. (Le porge la bottiglia di minerale, Olimpia beve a collo) Glu glu glu… bello, eh?
OLIMPIA - Ci voleva. Bambino coraggioso, raccontami ancora qualcosa di te.
STENO - Non ho più niente da raccontare.
OLIMPIA - Da qui all’alba manca più di un’ora. Dovremo pur riempirla.
STENO - Con parole. Parole sole. Grammofono, finestra. Stuzzicadenti.
OLIMPIA - Un racconto, ti prego. L’ultimo.
STENO - Ti sembrerà strano ma io ho pochissimi ricordi. Cioè, ho molti ricordi dell’infanzia, moltissimi, ricordo tutto, anche gli odori, il suono delle voci… il suono delle voci è difficile da ricordare, facci caso. Tutto questo fino ai sedici anni, circa. Ecco, fin lì… poi di colpo il vuoto. Buio, più niente. Davvero. Io cerco, cerco. Mi sforzo. Niente.
OLIMPIA - Hai picchiato la testa.
STENO - Non lo so, non ricordo. (Ridono)
OLIMPIA - L’infanzia è… (Fa un gesto come per indicare qualcosa di molto grande e violento) Sarà per questo.
STENO - Che mi ricordo?
OLIMPIA - E’ un tumulto. Anche l’adolescenza.
STENO - Si, con le sue cazzate. E’ un po’… sai, la vita è come quelli che fanno tanti preamboli e non arrivano mai al dunque. Io ricordo i preamboli. Nient’altro. Oddio, si, si, qualcosa c’è. Flash. Ad esempio una scazzottata con un mio amico. Ma se mi chiedi perché non lo so. Davvero, ti giuro. Non lo so. Donne no, non c’entra, sono sicuro di no. Cazzotti veri. Noi due soli. Nel cortile, di mattina. Pim! Pam! Botte da orbi.
OLIMPIA - Chi ha vinto? Non dire che non ti ricordi.
STENO - Ho vinto io. Ai punti. Davvero. Mi diedero due punti qui, guarda. (Le mostra un sopracciglio) Vedi? Si vede?
OLIMPIA - No.
STENO - Eppure… guarda bene.
OLIMPIA - Io non vedo niente.
STENO - Un sinistro, di striscio. Ecco, questi sono i miei ricordi. Aspetta. Una torta, quando tornai da militare.
OLIMPIA - E la prima ragazza? La prima volta che hai fatto all’amore?
STENO - Mi ricordo una volta. Ma non so più se era la prima o la seconda. (Ridono)
OLIMPIA - Era vergine?
STENO - Non credo. Per lei era la seconda volta, mi sembra.
OLIMPIA - E per te?
STENO - Ora che ci penso era la seconda anche per me. Si, la seconda.
OLIMPIA - Nessuna traccia della prima.
STENO - Ti dico che non mi ricordo.
OLIMPIA - Ti aiuto io. Era vergine e ti chiese di fare piano. Sii gentile, ti disse. E di’ che mi ami. Anche se non è vero, dimmelo. Ingannami, ma fammi sentire quella parola strana. Fu così, vero? Ti disse così.
STENO - Si.
OLIMPIA - E tu le dicesti ti amo e pensasti: forse è vero, è vero senz’altro. E lei tremava.
STENO - Tremava?
OLIMPIA - Zitto. Dimmi un numero.
STENO - Uno.
OLIMPIA - A. Anna. Si chiamava Anna e aveva le trecce. Si, le trecce. E le mutandine bianche. Tenera. Piccina.
STENO - E’ vero, Anna.OLIMPIA - Ricordi ora?
STENO - In un prato, sotto un grande albero. Ombra. Cicale. Nessuno. Sangue?
OLIMPIA - Una goccia.
STENO - Poi via, in motorino. Ciao!
OLIMPIA - Ciao!
STENO - Ma lo sai che è un’idea? Inventare i ricordi!
OLIMPIA - Basta sforzarsi un po’.
STENO - Tu sei bravissima.
OLIMPIA - Anna fu ingannata con dolcezza e fu felice.
STENO - Non potrò mai dimenticarla. (Ridono) Ah, sai? C’è una cosa che ricordo bene: il nostro incontro. Quello ce l’ho chiaro.
OLIMPIA - Vorrei vedere. Ci siamo conosciuti tre giorni fa.
STENO - Già tre giorni? Pazzesco, sembra ieri. (Rumore dell’ascensore che parte e dopo alcuni secondi si arresta)
OLIMPIA - Io la prima volta sono andata in albergo. Lui era più grande di me. Molto più grande.
STENO - No, senti… io…
OLIMPIA - Ti dispiace se parlo?
STENO - Non di quello. Tienilo per te, amen. Sennò diventa una storia… troppo… va bene così, capisci? Senza andare a fondo. Dobbiamo navigare in superficie. Il mare è un olio. Nessuna vela. Noi.
OLIMPIA - Era per ingannare il tempo.
STENO - Parliamo d’altro. Di quand’eri bambina, se vuoi. Cose antiche già concluse. Archiviate. Ecco, questo va bene. Non voglio tornare indietro.
OLIMPIA - Nemmeno io. Ma non accetto il silenzio. Non è una notte come un’altra.
STENO - D’accordo, d’accordo. Vai, ti aiuto.
OLIMPIA - (Mette le mani sugli occhi e respira a fondo, più volte, come se si preparasse per un’immersione) Da piccola avevo un giardino.
STENO - (Anche lui a occhi chiusi) Quanti alberi c’erano? Inventario.
OLIMPIA - (Sempre a occhi chiusi ma togliendo le mani) Due abeti, una magnolia, un tiglio, un salice, un pino marittimo… un po’ secco, poverino. E due cespugli di melograno, uno da fiore e l’altro da frutto. E un pergolato di glicini.
STENO - E tu lì hai passato l’infanzia. Vedevi la primavera, l’estate, l’autunno…
OLIMPIA - Ogni anno, davvero. Pazzesco, incredibile. Ogni anno. Eppure…
STENO - Mi piace parlare di piante. Baobab, sequoie. Fiori carnivori.
OLIMPIA - Sul tiglio pensa ogni anno i miei nonni avevano inciso i loro nomi ogni anno poi il tiglio era cresciuto e i loro nomi anch’essi ogni anno ma deformi come piaghe ormai illeggibili ogni anno a me sembravano osceni ogni anno così si diventa pensavo ecco l’amore che procede ogni anno. (Steno ride e va alla finestra) Poi l’albero si ammalò e mio padre lo fece abbattere. Nella caduta, un grosso ramo s’infilò nella finestra della mia stanza.
STENO - (Facendo un balzo all’indietro) Attenta! Ti sei fatta male? O-lim-pia! Eri presente?
OLIMPIA - Eravamo tutti in giardino col naso all’insù. Mio padre bestemmiò, corremmo di sopra. L’albero era restato mezzo sospeso, tenuto da quel ramo, obliquo, duro, vibrante. Si sentiva come un ronzìo. La mia camera s’era riempita di foglie e di insetti, strano lombrichi verdognoli. Un uomo in bilico sul davanzale tagliò il ramo e l’albero finalmente cadde, strisciando contro la facciata col ramo monco. Lasciò un segno nerastro, uno sfregio che rimase per sempre. Per una settimana continuammo a trovare lombrichi sotto i mobili.
STENO - E i nomi?
OLIMPIA - Non so, l’albero fu ridotto a cubetti. Per due giorni sentimmo la sega elettrica. Del resto i nonni erano morti da un pezzo. (Rumore dell’ascensore) Sale o scende?
STENO - Sale.
OLIMPIA - Viene qualcuno.
STENO - Qui?
OLIMPIA - Perché no? (L’ascensore si arresta. Rumore della porta che si apre. Dei passi nel corridoio. Un uomo parla a bassa voce. I passi si arrestano davanti alla porta della stanza. Un bisbiglìo di donna poi i passi riprendono per arrestarsi poco oltre. Una chiave gira nella toppa, una porta si apre e si richiude)
STENO - Magnifico. Adesso sentiremo tutto.
OLIMPIA - Non voglio, mi disgusta.
STENO - Ti è già capitato?
OLIMPIA - Si, una volta. (Accende una sigaretta)
STENO - Eri con il tuo amante?
OLIMPIA - Amante? Che linguaggio usi? Sembri mia zia!
STENO - Tua zia, va bene! Ma in che alberghi ti portava? Topaie, bordelli. Un uomo maturo con la ragazzina va in prima categoria oppure in mansarda. Non ce l’aveva la mansarda?
OLIMPIA - Sta’ zitto, ti prego.
STENO - Apro, posso? (Apre la finestra) Non è una scena di gelosia, sia chiaro. Questione di principio. E anche di cavalleria. O no? (Chiama con voce leggera, come in un sogno) Alba!
OLIMPIA - Se due fanno all’amore nella stanza accanto si sente anche in prima categoria.
STENO - Ah, si? In che mondo viviamo! Prosit. L’aria è tiepida. Ecco Venere.
OLIMPIA - (Anche lei alla finestra) Qual’è?
STENO - La vedi? E’ la stella più luminosa.
OLIMPIA - Ma non è un pianeta?
STENO - Forse è una pentola. O un barbagianni.
OLIMPIA - E il carro dov’è?
STENO - Là. Vedi le stanghe?
OLIMPIA - Un carro senza ruote.
STENO - Tirato da un’orsa.
OLIMPIA - E da un capricorno.
STENO - Con sopra una vergine.
OLIMPIA - Posseduta da un toro.
STENO - Che casino il cielo! (Ridono. Un silenzio)
OLIMPIA - A me sarebbe piaciuto.
STENO - Cosa?
OLIMPIA - Vedere la terra al posto della luna.
STENO - A me non dice niente.
OLIMPIA - Per saperlo ci devi andare.
STENO - Ci sto andando. (La prende per mano) Ci sono. (Ballano a occhi chiusi) Luna piena.
OLIMPIA - Cosa vedi?
STENO - Aspetta, fammi orientare. Nuvole a nord. Non fermarti.
OLIMPIA - Più in basso?
STENO - Orme.
OLIMPIA - Donne nude?
STENO - Nessuna.
OLIMPIA - Scarafaggi?
STENO - Assenti.
OLIMPIA - Vecchie nude?
STENO - Lauretta! La regina dei ballatoi lunari!
OLIMPIA - Traffico?
STENO - Rado. Non fermarti.
OLIMPIA - Cambio?
STENO - Favorevole.
OLIMPIA - Prenotiamo?
STENO - Si, al Carlton.
OLIMPIA - Una suite. Finalmente soli. (Si fermano e si baciano) Ci pensi? Esci dal Carlton, ti siedi su una cratere lunare, guardi in giù e vedi la terra. In giù o in su?
STENO - Aspetta. Se noi vediamo la luna in alto vuol dire che la terra è in basso. Bisogna essere scientifici.
OLIMPIA - Quindi ti siedi e guardi in giù. Facciamo qualche considerazione sulla terra vista dall’alto. (Mettono le mani a cannocchiale e guardano giù dalla finestra) Guarda come si muove!
STENO - Aspetta, metto a fuoco. Eccola! E’ lei!
OLIMPIA - Schiacciata ai poli.
STENO - Cribbio!
OLIMPIA - Cosa vedi?
STENO - I marziani! (Ridono) Guarda come corrono!
OLIMPIA - Pensano di essere superiori perché sul loro pianeta ci sono laghetti pieni di trote mentre negli altri mondi c’è solo pietra.
STENO - Io ho una grande stima della pietra. Se la metti al collo vai a fondo subito senza tante storie, glu glu glu, fine.
OLIMPIA - Bisognerebbe dirglielo.
STENO - Non se lo meritano. Lasciamoli lì sulla riva con la loro canna da pesca. (Si ode un riso di donna nella stanza accanto)
OLIMPIA - Comincia.
STENO - L’amore incalza. Mi spiace per te.
OLIMPIA - Con un bazooka cosmico si potrebbe disintegrarla.
STENO - Chi?
OLIMPIA - La terra. Con i suoi marziani euforici. Dalla luna si potrebbe.
STENO - Si salverebbero in due. Hai notato? In ogni storia umana, anche la più catastrofica, ci sono sempre due superstiti: uno che ha visto tutto e l’altro che ascolta a bocca aperta. Perché ridi?
OLIMPIA - Credevo che si sarebbero salvati quei due di là.
STENO - La terra salta in aria e loro non si accorgono di niente. Il mattino dopo, quando vanno a pagare il conto, invece del portiere trovano il cosmo. Gli secca, non potranno amarsi mai più.
OLIMPIA - Perché?
STENO - Perché nel cosmo non si sa dove appoggiare la schiena! (Ridono. Un silenzio)
OLIMPIA - Steno…
STENO - Si?
OLIMPIA - Come va?
STENO - Bene.
OLIMPIA - Tranquillo?
STENO - Si.
OLIMPIA - Io no. (Un altro silenzio. Steno fischietta) Sono contenta di averti incontrato.
STENO - Anch’io.
OLIMPIA - Io di più.
STENO - Tipica frase da marziana. (La bacia sul collo) Che profumo usi?
OLIMPIA - Me l’hai già chiesto ieri sera.
STENO - Scusami, te l’ho detto… (Si tocca il capo come per dire “non ricordo niente”)
OLIMPIA - Mughetto.
STENO - Come sono i mughetti?
OLIMPIA - Piccoli, bianchi. A campanella.
STENO - Io non conosco i fiori. Cioè, qualcuno. La rosa, la margherita. I papaveri. Il geranio!
OLIMPIA - Le viole?
STENO - Ah, si. Le violette. Stop. Sai quante speci di fiori ci sono? Migliaia. Centinaia di migliaia. La ginestra, l’orchidea.
OLIMPIA - I non-ti-scordar-di-me…
STENO - Tu ti scorderai di me? Loro si scorderanno di noi?
OLIMPIA - (Allontanandosi da lui) Bestia, bestia, bestia!
STENO - Coniugavo. Scusami. Non volevo. Imparo, no? Io mi scordo, tu ti scordi, loro si scordano… dài, vieni qui. (La riaccosta a sé) Continuiamo con i fiori. Quanti ne avremo visti fino a oggi? Eppure si fatica a ricordarne dieci. Come si chiama quello che profuma, quello del tuo pergolato?
OLIMPIA - Glicine.
STENO - Esiste il profumo al glicine?
OLIMPIA - Non lo so.
STENO - Te lo regalerei così dopo potrei sentirlo sulla tua pelle. (La bacia sul collo) I gigli!
OLIMPIA - Calmati.
STENO - Il girasole!
OLIMPIA - Ma il girasole è un fiore?
STENO - Certo! E bello grosso anche!
OLIMPIA - Secondo me è un frutto. I fiori non hanno semi.
STENO - Ma chi l’ha detto?
OLIMPIA - Le rose hanno i semi? Le primule hanno i semi?
STENO - Da qualche parte li avranno.
OLIMPIA - Le mele hanno i semi. Le pere hanno i semi.
STENO - Le mele hanno i torsoli. E le pesche i noccioli. Il girasole è un fiore. (Ridono. Steno la bacia ancora sul collo)
OLIMPIA - Basta, non resisto.
STENO - Un fiore snodabile. Come il mio cuore. Il sole gira, gira… e il mio cuore gira, gira. Girasole, giracuore. Di qua, di là… un fiore, un frutto, un fiore, un frutto… (Un silenzio. Olimpia si volta bruscamente. Uno sguardo, un abbraccio violento. Un lungo bacio)
OLIMPIA - Ci sposiamo?
STENO - Si, in una piccola cappella. Pochi intimi.
OLIMPIA - E tanti mughetti.
STENO - E siccome non ci sono campane c’è un amico che fa din don, din don, din don…
OLIMPIA - Din don, din don…
STENO - Ma tu stai dicendo sul serio?
OLIMPIA - Ci ho pensato. Sono terrestre. Perdonami.
STENO - Parliamo, parliamo… ma il pensiero…
OLIMPIA - (Chiudendogli la bocca con entrambe le mani) Non c’è pensiero. Non ci dev’essere pensiero. Parole, non pensieri. Manca poco. Qualcosa di sublime…
STENO - E se fosse nuvolo? E se piovesse. O grandinasse? Ci sono le albe piovose, quelle nuvolose e quelle grandinose. O grandinanti?
OLIMPIA - Grandinenti. Grandinine. Parole! Avanti! Parole pure, veloci come pallottole. Ci sei? Ne hai una in canna?
STENO - Piffero!
OLIMPIA - Arpa.
STENO - Tamburo.
OLIMPIA - Violino.
STENO - Tromba.
OLIMPIA - Oboe.
STENO - Qual’è?
OLIMPIA - Come faccio a spiegarti? Assomiglia…
STENO - Non importa. Tromba.
OLIMPIA - Già detto.
STENO - Trombone.
OLIMPIA - Fagotto.
STENO - (Dandosi uno schiaffo sulla fronte) Piano! Pianoforte!
OLIMPIA - Bravo!
STENO - Stop! Cambio.
OLIMPIA - Libri.
STENO - Come, libri?
OLIMPIA - Romanzi, racconti. Titoli.
STENO - Il Corsaro Nero.
OLIMPIA - Guerra e pace.
STENO - L’isola del tesoro.
OLIMPIA - Tonio Krüger.
STENO - Pinocchio.
OLIMPIA - Delitto e castigo.
STENO - La Divina Commedia!
OLIMPIA - Bravo! Cent’anni di solitudine.
STENO - I promessi sposi!
OLIMPIA - Una strada di Swann.
STENO - L’aquilone.
OLIMPIA - Quella è una poesia, non un libro.
STENO - L’antologia, quella che avevo a scuola. Gian Burrasca!
OLIMPIA - Ma tu non hai più letto niente dopo i quindici?
STENO - Non mi ricordo. Sandokan! (Un silenzio)
OLIMPIA - La biblioteca chiude.
STENO - Ti andrebbe un altro whisky?
OLIMPIA - Eh?
STENO - Ti andrebbe un altro whisky? O una minerale?
OLIMPIA - Ce n’è ancora.
STENO - Ma il whisky è finito.
OLIMPIA - Va bene.
STENO - Fondenti o al latte?
OLIMPIA - Al latte.
STENO - Un sacchetto di Olimpia. Chissà se capisce?
OLIMPIA - Cosa?
STENO - Torno subito. (Apre la porta) Ti ritrovo?
OLIMPIA - No. (Steno sorride ed esce. Olimpia si siede sul bordo del letto, lo sguardo nel vuoto. L’ascensore parte) Anna Karenina. Moby Dick. Il processo. Morte a credito. Gli indifferenti. Aspettando Godot. Il vecchio e il mare. Piccole donne. Il piccolo principe. Ciondolino. Le ochette di nonna Camilla… (Piange. nella stanza accanto si ode nuovamente il riso della donna, meno forte e più sensuale del precedente) La philosophie dans le boudoir. (Altro riso. Olimpia si alza di scatto, apre l’armadio e vi si ficca dentro richiudendo le ante. Si ode la sua voce all’interno) “Essere o non essere. Questo è il problema. Se sia più nobile tollerar le percosse e gli strali d’una sorte oltraggiosa, oppure levarci a combattere tutti i nostri triboli e risolutamente finirli? Morire, dormire… null’altro. E col sonno dar termine agli affanni dell’animo e all’altre infinite miserie che sono l’eredità della carne. Ecco un epilogo da bramarsi devotamente. Morire, dormire… Dormire! Sognare, forse. Ah, ma qui è l’intoppo: perché il pensiero da quali sogni possiamo essere visitati in quel riposo di morte, quando saremo spogli di quest’involucro effimero, dovrà pur trattenerci. Anzi, è codesta idea che ci fa reggere tanto a lungo la sventura di vivere: chi sopporterebbe altrimenti il flagello e le offese del tempo, l’ingiuria degli oppressori, la villania dei superbi, gli spasimi dell’amor disprezzato, le lungaggini della giustizia, l’arroganza dei potenti e gli sfregi che l’umiltà dei meritevoli subisce dagli indegni, se si può liberarsene da sé con un sol colpo di lama? (Si ode l’ascensore che riparte) Chi vorrebbe portar sudando e gemendo la soma di una logorante esistenza, se la paura di qualcosa oltre la morte - l’inesplorato paese donde nessun viandante fece mai ritorno - non trattenesse la nostra volontà facendoci preferire i mali presenti ad altri che non conosciamo? (L’ascensore si arresta. Poi, nel corridoio, si odono passi che s’avvicinano) Così la coscienza ci rende codardi; così l’incarnato della risolutezza impallidisce roso dalla riflessione; anche le più alte e generose imprese vanno a finire in 1 nulla, perdono il nome stesso di azioni”. (*) (La porta si apre, entra Steno con una bottiglia di whisky e un sacchetto di cioccolatini. Olimpia tace. Steno si guarda intorno, riapre la porta, guarda fuori, rientra. In quell’istante proviene dalla stanza accanto un inequivocabile sospiro di donna. Steno è stupito, immobile) Mani in alto! (Steno ha un sobbalzo) Ti tengo d’occhio, ragazzo. Ora avvicinati all’armadio. Presto! (Steno obbedisce) Aprilo!
STENO - Olimpia! (Apre di colpo l’armadio, Olimpia gli cade fra le braccia con un grido)
OLIMPIA - Adiamo via!
STENO - Non abbiamo nemmeno i soldi per pagare la camera senza contare il whisky e i cioccolatini. (Dalla camera accanto vengono altri sospiri e gemiti d’amore)
OLIMPIA - Falli tacere, ti prego.
STENO - Su, beviamo. Un sacchetto di Olimpia. Vuoi?
OLIMPIA - (Prendendo un cioccolatino) Cosa gli hai detto? Vorrei un sacchetto di Olimpia?
STENO - Certo. E’ un uomo molto intelligente, siamo diventati amici. (Versa del whisky nei bicchieri) Ah, sai… gli ho chiesto se conosce quel tipo. (Porge un bicchiere a Olimpia) Quello che suonava il clacson. E’ un viaggiatore. Un rappresentante. Bigiotterie. Cambia puttana tutte le settimane. Quando la scopata è riuscita bene prima di ripartire suona il clacson. (Bevono)
OLIMPIA - Evviva. (Prende un altro cioccolatino. Altri gemiti d’amore) E’ la serata degli amanti felici.
STENO - Alla salute! (Beve. Sospiri e gemiti della donna)
OLIMPIA - Speriamo almeno che facciano presto.
STENO - Lasciali fare, no?
OLIMPIA - A te piace ascoltare. Sei un maniaco.
STENO - Si amano, godono, hanno progetti: un albergo qui, una pensione là… se vuoi posso battere al muro. Cosa gli dico? Piano, per favore! Mettete il silenziatore! Il preservativo e il silenziatore! (I gemiti aumentano)
OLIMPIA - Mi imbarazza. E’ agghiacciante.
STENO - Hai ragione, non c’è niente di più agghiacciante del piacere degli altri. (Alcune piccole grida) Non è male, bravo! Ci sa fare l’amico!
OLIMPIA - Sta’ zitto! (Si getta sul letto tappandosi le orecchie)
STENO - No, invece. Parlo. Parole, parole, parole. Lo faccio per te. Palla. Pallone. Tiro. Gol. Porta. Portiere. Fallo, fallo, fallo. Va meglio, no? Si mescola. (I gemiti della donna aumentano uniti ai sospiri bassi dell’uomo) Un giorno mia madre uscì di casa, c’era il sole e disse “fa caldo!” e tutta la città “caldo, caldo!” e tutti i diavoli dell’inferno “caldo, caldo!” e tutti gli angioletti là in alto “caldo, caldo!” fu un grande successo. Caldo. Sudore. L’età del fuoco. Va bene? Va meglio? Adesso ginnastica. (Esegue alcuni elementari esercizi di ginnastica mentre continuano i sospiri d’amore) Uno-due, uno-due! Canta! Canta! (Canta a squarciagola) “A modo mio / avrei bisogno di carezze anch’io…”
OLIMPIA - (Canta a sua volta a squarciagola) “A modo mio / avrei bisogno di sognare anch’io…” (Il canto dei due ragazzi continua mentre i sospiri e i gemiti nella stanza vicina aumentano sovrapponendosi al canto fino all’orgasmo completo dei due amanti. Proprio nel momento culminante si ode provenire dalla strada un acuto stridore di freni, un suono straziante di clacson e poi uno schianto terribile. Silenzio per alcuni istanti. Poi voci concitate, grida. Tapparelle che si alzano, l’ascensore in funzione. Olimpia e Steno corrono alla finestra) Mamma mia…
STENO - Che macello! (Corre verso la porta)
OLIMPIA - Dove vai?
STENO - A vedere, a… (Apre la porta)
OLIMPIA - Si vede anche da qui.
STENO - A aiutare.
OLIMPIA - Non lasciarmi sola. (Steno richiude la porta)
STENO - Sarei tornato. (Si odono voci provenire dalla strada)
OLIMPIA - C’è già mezzo albergo di sotto. (Vanno alla finestra)
STENO - Quante macchine! Guarda quel camion, là di traverso.
OLIMPIA - Un sorpasso.
STENO - No, c’è il guardrail sfondato, là. Un salto di corsia. Madonna!
OLIMPIA - (Scostandosi di scatto dalla finestra) Ah! (Si copre gli occhi)
STENO - Una ragazza.
OLIMPIA - Sto male.
STENO - Siediti. (La fa sedere nella poltrona, le porge un whisky) Vuoi? (Olimpia fa segno di no col capo) Ti fa bene. (Olimpia beve d’un fiato. Steno si versa a sua volta un whisky e va alla finestra) Va meglio? (Olimpia non risponde, il capo tra le mani) C’è il portiere che sta uscendo con delle lenzuola. I morti si coprono. Beh, gli è andata bene a quelli lì. Morire davanti a un albergo è il massimo, le lenzuola non mancano. (Beve) Ma a certi incroci o in aperta campagna… chi te lo dà il lenzuolo o la coperta? Pensa, ad esempio: morire in una valle vicino a un mulino. Ti coprirebbero di farina. Morto impanato. (Ride in modo strano) Dovrebbero mettere il lenzuolo obbligatorio, come il triangolo e la ruota di scorta. Per il decoro, almeno. Così le ditte potrebbero sbizzarrirsi con la fantasia. Quante proposte! T’immagini? A colori, coi ricami, col pizzo… personalizzati. A due piazze per chi viaggia con la moglie… e dei bei lenzuolini per i bambini. Che te ne pare? E’ un’idea. Apriamo un lenzuolificio? (Olimpia si copre il volto con un gemito) Scusa, scusa. Parole, parole. (Guarda l’orologio) Le quattro e trentacinque. Non passa mai. Proviamo a chiamarla? (Si porta le mani alla bocca a mo’ di megafono e grida) Alba! Alba! (Anche Olimpia ride in modo strano) Forse affretterà il passo, si metterà a correre. Alba!
OLIMPIA - Purché non sia piovosa.
STENO - No, guarda che cielo. Ci sono tutte le galassie, compresa la luna. Prima sarà il grigio perla, poi l’azzurro, poi il rosa, poi finalmente il sole. (Dalla finestra entra una luce azzurra intermittente) Ecco l’ambulanza. Tutto procede in modo rassicurante. I soccorsi sono tempestivi. La serata è limpida. La temperatura è mite. I familiari sono stati avvertiti. (Buio)
FINE DEL I° TEMPO
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SECONDO TEMPO
Mezz’ora dopo. Dalla finestra entra la luce gialla, intermittente, di un carro-attrezzi. In basso non si sentono più le voci. Anche il traffico si è arrestato. Sul letto, distese immobili l’una accanto all’altra coperte dal lenzuolo, le sagome di Olimpia e Steno. Dopo alcuni istanti di silenzio, un fremito scuote i loro corpi e in breve i due ragazzi scoppiano in una sonora risata, togliendosi il lenzuolo dal viso.
STENO - T’immagini? Morire con la lingua fuori! Così, quando ti scoprono… (Mostra la lingua)
OLIMPIA - Cucù!
STENO - Sorpresa!
OLIMPIA - Oppure così. Non è una bella posa? (Mette i pollici nelle orecchie allargando a ventaglio le dita delle mani)
STENO - Se ai morti fosse consentito di dire ancora una parola! Una sola, eh? Dopo morto uno può ancora parlare e dire… che so? Forlimpopoli! Oppure: microfono. Eh? Da oggi. Uno scienziato ha scoperto che i vivi possono immagazzinare una parola e poi espellerla dopo morti, basta fare prima di morire un esercizio, per due mesi, come si dice… per la memoria…
OLIMPIA - Mnemonico.
STENO - Ecco, in apnea, mezz’ora al giorno, non di più, sillabando quella parola. Chi sceglie mamma, chi sceglie gatto, chi sceglie vaffanculo e lei torna fuori, la parola, da sola, dopo diciamo ventiquattr’ore, al primo contatto umano, aspetta… col calore delle labbra, ecco, si, quando ti baciano. Tu sei morto, arrivano i parenti, gli amici, povero qui povero là, sembra che dorma eccetera finché uno ti bacia, si china e ti bacia qui sulla fronte e in quell’attimo tu: Forlimpopoli!… t‘immagini? Aaahhh!!! Fuggi fuggi, E’ vivo!, il caos… E’ vivo! Svenimenti, qualcuno torna indietro, la zia dice catalessi, ecco, anche questa potrebbe essere la parola: catalessi! Tutti: è vivo, è vivo, e invece no, tu sei morto per sempre, stecchito, non parli mai più. Loro aspettano, aspettano, pregano, ti chiamano per nome, fanno i turni e tu niente, non parli più, li hai fregati.
OLIMPIA - Sei fantastico, hai davvero delle idee. Ma dove le vai a trovare?
STENO - Le ho qui in magazzino. (Indica il gomito destro) Uno stregone ha rivelato che noi abbiamo qui, nel gomito destro, un sacchetto: il sacchetto delle idee. Basta tirare il pollice, così, e le idee affluiscono al cervello. (Olimpia ride) Ma non è detto che siano buone, i gomiti non sono tutti uguali. (Un silenzio)
OLIMPIA - Ma io come sto? Di’ la verità. (Si sdraia di nuovo e si copre col lenzuolo restando immobile)
STENO - Divina. Ti dona da morire.
OLIMPIA - Scoprimi. (Steno le toglie il lenzuolo dal viso, Olimpia ha la lingua fuori)
STENO - Metti dentro la lingua. (Olimpia obbedisce. Si guardano a lungo. Olimpia sta per parlare ma Steno le mette una mano sulla bocca) E’ un pensiero?
OLIMPIA - (Annuendo col capo) Mmm…
STENO - Non dir niente. (Olimpia chiude gli occhi e prende un lungo respiro)
OLIMPIA - Coccodrillo, salvagente, bambinaia, dentifricio. Grammofono.
STENO - Brava, continua così. Cieco, sordo, muto…
OLIMPIA - Quaglia, quaderno, quaterna, quadrante…
STENO - All’infinito.
OLIMPIA - Quaglia, quaderno, quaterna, quadrante…
STENO - Anestetizza. Lentamente.
OLIMPIA - Qua-glia, qua-der-no, qua-ter-na, qua-dran-te… a-ne-ste-tiz-za…
STENO - (All’unisono) A-ne-ste-tiz-za…
OLIMPIA - (Sbarrando gli occhi) Nooo!!!
STENO - (Precipitandosi alla finestra) Sbrigati, stronza! (A Olimpia) Gliel’ho detto, adesso viene.
OLIMPIA - Mi avevi promesso che sarebbe stato dolce. Un sentiero in discesa inondato di profumi.
STENO - Questo l’hai detto tu.
OLIMPIA - Ma tu hai detto si! Niente angoscia, mi hai detto.
STENO - Senti, io faccio quello che posso. Andava tutto bene, no? Abbiamo anche fatto all’amore. Non era profumato? Non era dolce? Andava tutto bene ma tu sei troppo emotiva. E’ colpa mia se quella urla? E’ colpa mia se c’è stato un incidente? Sono cose normali di tutti i giorni e tu invece entri in crisi come se fossero segnali di chissà che!
OLIMPIA - E’ che sembrava tutto facile e invece…
STENO - Vuoi tornare indietro? Nel troiaio? Abbiamo lasciato la riva con la sua sporcizia. Sacchetti di plastica, zoccoli spaiati, merda galleggiante. Ormai siamo al largo, qui c’è il blu. Nessuno ci troverà.
OLIMPIA - Ho nausea.
STENO - E’ il mal di mare, respira forte. Si è rotto l’incantesimo ma noi lo ritroveremo, te lo prometto. Chiamalo con me. (Sottovoce, dolcemente) Incantesimo!… Incantesimo!… Ecco. Senti? Hanno finito, sono andati via. (La luce intermittente è scomparsa) E anche laggiù hanno quasi finito, stanno rialzando il camion con la gru. Al massimo fra un quarto d’ora riprende la circolazione. E sarà tutto come prima. (Le si accosta) Abbiamo inventato i ricordi. Ora potremmo giocare al futuro. Guardami. Ho sempre lo sguardo azzuro?
OLIMPIA - Forlimpopoli! (Ridono) Che ora è?
STENO - Le cinque e un quarto. (Alla finestra) Tutto a posto. Hanno riparato anche il guardrail.
OLIMPIA - E’ sempre sereno?
STENO - Si. Il sole nasce alle cinque e quaranta.
OLIMPIA - (Accendendo una sigaretta) Hai un cioccolatino? (Steno le porge il sacchetto) Ne vuoi uno?
STENO - No. (Olimpia, stesa sul letto, mangia cioccolatini) Gnam gnam…
OLIMPIA - Appiccica. Eccome se appiccica.
STENO - Succede. Eccome se succede. (Un lungo silenzio)
OLIMPIA - Dipende dalla qualità del silenzio.
STENO - (Guardandosi i piedi) Dovrei lavarli. (Si toglie le scarpe)
OLIMPIA - Come il chewing-gum sulla protesi. Mio padre aveva una protesi.
STENO - Non sta bene. Oppure… (Si gira di qua e di là)
OLIMPIA - La vita si appiccica alle protesi. (Come ricordandosi qualcosa d’improvviso, mettendosi a sedere sul letto) Che stupida!
STENO - (Mettendo un piede sul davanzale) Aria.
OLIMPIA - Se ci avessi pensato!
STENO - (Cambiando piede) Aria. (Olimpia si dà leggeri pugni sulla testa, scuotendola. Poi con un gemito allegro e tragico si lascia ricadere sul letto) Nuota, nuota.
OLIMPIA - Ma perché eri al Luna-Park?
STENO - (Togliendo il piede dal davanzale) Lavati. E adesso… (Fa il gesto di un comandante che ordina l’attacco)
OLIMPIA - Il… il… (Non ricorda. Silenzio)
STENO - Coi piedi puliti si combatte meglio. (Ridacchia) C’è… (Gonfia il petto)
OLIMPIA - Poi qualcuno dice: le giornate si accorciano. (Si alza di colpo a sedere sul letto)
STENO - Fanno più presa sul terreno.
OLIMPIA - E ci troviamo tutti fuori.
STENO - Anche le parole, se sono lavate.
OLIMPIA - E’ lì che ho sbagliato. Se invece…
STENO - Coltello entra in pancia e fora budella. Pallottola entra in cranio e fora cervello. Dunque, ricapitoliamo.
OLIMPIA - Non mi hai risposto.
STENO - Dunque… (Un silenzio) Eccellente.
OLIMPIA - Ma sarebbe stato lo stesso.
STENO - Si. No.
OLIMPIA - Non c’è soluzione. A meno che… (Allarga le braccia lasciandosi ricadere sul letto) Ma non vedo perché.
STENO - Paroline piccoline. Perline. Farfalline. No, no. Io… (Scuote il capo, fa ampi segni di diniego) Chiuso, chiuso. (Tastandosi lo stomaco) C’è un chiodo, qui… me lo togli? (Fa il gesto di togliersi un tappo dallo stomaco) Stap! Era un tappo.
OLIMPIA - Altrimenti non saremmo qui.
STENO - Adesso esce tutto. (Muove le mani come se un fiume uscisse dal suo stomaco) Blooo, blooo, flumm…
OLIMPIA - Ormai sei grande!
STENO - Guarda la milza! Guarda la milza! Blooo… le rapide!
OLIMPIA - Mio padre: sei grande! L’altro: piccina! (Ride di un riso disperato)
STENO - (Guardando davanti ai propri piedi) Tutto fuori. Ora mi conosco meglio. Peccato che… (Ride anche lui con disperazione)
OLIMPIA - Capisci come? Ma poi tutto, tutto. A che scopo?
STENO - (Con aria professorale, girando su se stesso) Anatomicamente… bene, bene!
OLIMPIA - Io volevo essere ingannata con dolcezza.
STENO - Belle interiora!
OLIMPIA - Era il mio obiettivo nella vita.
STENO - (Batte le mani con ammirazione) Oooohhh!
OLIMPIA - Chiedo troppo?
STENO - La là!
OLIMPIA - (Mettendosi a sedere di colpo) Fa freddo, non trovi?
STENO - Adesso rimettiamo tutto dentro. Sblooo, sblooo, flumm… (Rifà all’incontrario i gesti di prima) Flap! Nuovo di zecca.
OLIMPIA - Mi ha cercato qualcuno?
STENO - Ta-ta-ta! Ta-ta-ta!
OLIMPIA - (Lasciandosi cadere nuovamente all’indietro) Pace pace pace.
STENO - Dov’è? Dove l’hai messo? (Raccoglie da dietro al letto uno zainetto che fino ad ora non abbiamo visto) Ah, ecco. Per un attimo… lo butto? (Fa l’atto di buttare lo zainetto dalla finestra) Fiiiiii!
OLIMPIA - Finiti. (Appallottola il sacchetto vuoto) Finito il cacao.
STENO - Se non ci fossi tu… (Stringe lo zainetto al petto. Trema) Dove sei? O-lim-pia! O-lim-pia! Non riesco… (Si guarda tremare)
OLIMPIA - Stai male?
STENO - (Prendendosi a schiaffi) Che uomo sei? Che uomo sei?
OLIMPIA - Calmati. Paura?
STENO - Fifa, fifa. Una fifa boia. Così, di colpo.
OLIMPIA - Ascoltami. Respira. Stavolta tocca a te. Possiamo interrompere il circuito, ci vuol niente. (Va alla finestra, chiude la tenda) Basta tirare la tenda. E poi tornare daccapo, cancellare e ricominciare, forse è così che si fa, provare e riprovare, motivi ce n’è, li troviamo, te li trovo io. Vuoi? Vuoi?
STENO - E’ un attimo, passa subito.
OLIMPIA - Non sentirti in colpa, basta un dubbio e ce ne andiamo. E’ come quando si esce dal cinema prima della fine. Era bello, però… Ti va? Usciamo?
STENO - Questa è buona, davvero.
OLIMPIA - Puoi ancora inciampare in un orecchino d’oro.
STENO - Eh?
OLIMPIA - Si, tu trovi un orecchino per caso tra le foglie secche. E’ d’oro, con un brillantino. Ti chiedi di chi sarà stato, chi l’ha perduto, ti guardi intorno, c’è una casetta al di là del giardino, alla finestra c’è una ragazza.
STENO - Sta a vedere che è suo, l’ha perduto lei.
OLIMPIA - No, non è suo. “E’ suo?” - “No, non è mio”. Non è suo. Però ti guarda, ti sorride, ti fa entrare, vi amate, sei salvo.
STENO - E’ dei fratelli Grimm?
OLIMPIA - Cosa?
STENO - Questa favola imbecille, questa storiella per deficienti ritardati mentali con obiettivo il Cottolengo, è dei fratelli Grimm?
OLIMPIA - E’ presa dalla vita.
STENO - Io avevo un libro da bambino. Era dei fratelli Grimm, ‘sti stronzi. Ed era pieno di stronzate come questa. Prima me lo sono scordato, ‘sto libro del cazzo!
OLIMPIA - Calmati.
STENO - E dell’orecchino cosa ne facciamo? Non me l’hai detto.
OLIMPIA - Aspetta…
STENO - Lo ingoio? Lo vendo?
OLIMPIA - Aspetta, ora…
STENO - Metto un’inserzione sul giornale?
OLIMPIA - Va bene, te ne invento una migliore, aspetta un po’, ho anch’io il sacchettino delle idee. Pronto? Attento. Questa volta lei è nuda.
STENO - Sul ballatoio? C’è la luna?
OLIMPIA - (Gettandogli un cuscino) No, sull’altalena del giardino. Verso sera, saranno le cinque, le sei. Verso l’imbrunire insomma.
STENO - Nuda hai detto? Con un collier di diamanti e un laccio d’oro alla caviglia?
OLIMPIA - (Gettandogli l’altro cuscino) Perché no? Perché no?
STENO - E’ la Regina di Saba, ho visto il film! E io le dò fuoco, a quella troia! (Vuotando tutt’intorno la bottiglia di whisky) Alè, benzina! Alla Regina di Saba, all’altalena, a questo albergo, alle parole scelte, ai pensieri scelti, ti va o non ti va? Un bel falò, d’accordo? Si o no? Scusi, ha da accendere?
OLIMPIA - (A tentoni, come chi cerca nel buio) Cercavo l’uscita e ho trovato un orecchino per il mio amico qui, che vorrebbe salvarsi. E’ d’oro con un brillantino. Sono subito da lei. (Impugna l’accendino) Vado? (Lo accende)
STENO - (Spegnando la fiammella) Piantala.
OLIMPIA - (Riprendendo a camminare a tentoni) Non lo ammette, in realtà spera che accada qualcosa che lo strappi via da qui senza che lui abbia mosso un dito così da poter dire io non volevo, io era pronto… sarebbe un ragazzo coraggioso se non fosse così umano.
STENO - (L’abbraccia) Ti abbraccio per solidarietà. Sai quelli che annegano insieme? Adesso ti dico una frase storica, l’ho presa dal sacchettino delle idee. Solo il buon nuotatore annega con dignità. E’ mia, ti piace? La firmiamo insieme? La nave affonda, la nave affonda! (La bacia)
OLIMPIA - Baci asciutti.
STENO - Almeno un istante della mia vita, Olimpia. Non me lo togliere. E’ frutto di scavi. Gallerie lunghissime. Sublime è una parola tua, l’hai pronunciata tu quando eravamo al largo. E’ in questo pensiero che ci siamo… come dicevi, tu? Sei stanca?
OLIMPIA - Pacificati.
STENO - Ecco.
OLIMPIA - (Apre la porta) Esci, ti supplico. (Steno è fermo immobile)
STENO - Sublime, ti supplico. Chiudi quella porta.
OLIMPIA - (Si lascia cadere sulla poltrona mentre Steno richiude la porta) Sapessi quanto ho letto! Niente caffelatte, niente banane, niente rock. Mia madre voleva farmi visitare perché temeva che fossi ritardata. Leggevo dalla mattina alla sera. Parole, parole. Le mie adorate parole.
STENO - Va bene, parole. Paroline come perle. Dlin! Dlin! Leggerine sulle tue labbrucce. Ora aggiungi la parola schifo. Permette? Le presento lo schifo. Piacere, Olimpia. Un po’ di schifo, mescolare adagio ogni mezz’ora e intanto cerca, cerca altre paroline…
OLIMPIA - Bravo, bravo…
STENO - Cercare, cercare. A fuoco lento.
OLIMPIA - Bolle!
STENO - No, non ti lascio sola. E’ finita la caccia al tesoro. Ex aequo. Io però ero più brillante. Eh, si. Svegliarsi con questo… come lo chiamavi, tu? Accidenti alle parole… ma anch’io, sai?
OLIMPIA - Malessere.
STENO - Ecco, malessere. Anch’io ci arriverò alle parole perle. Per mettere a fuoco qualche immagine. Per esempio…
OLIMPIA - Che ora è? Con quella tenda…
STENO - Oppure… no, ecco…
OLIMPIA - Anche glicine. Glicine.
STENO - Un tavolo da ping pong. Tic-toc, tic-toc… (Olimpia ride) Eh? O una collina alta con i falchi. Che ci vuole?
OLIMPIA - Devo avere un foruncolo, qua. (Si tasta il collo) Sottocutaneo.
STENO - Non occorre ubriacarsi o drogarsi.
OLIMPIA - Armadio. Cassapanca.
STENO - Cos’hai, Steno? Non lo so. Però brillante.
OLIMPIA - Credenza.
STENO - Vai di qua o vai di là?
OLIMPIA - Consolle.
STENO - Non lo so!
OLIMPIA - Comò.
STENO - Hai finito? Non lo so! Sempre brillante.
OLIMPIA - Comodino. Stipetto.
STENO - Ti sbrighi?
OLIMPIA - Tavolo. Seggiola.
STENO - No! Già meno brillante.
OLIMPIA - Angoliera.
STENO - Esci con noi? No! Cominci?
OLIMPIA - Ottomana.
STENO - No!
OLIMPIA - Scrivania.
STENO - Finisci?
OLIMPIA - Letto.
STENO - (Urla) Non lo so!!! Qui brillantissimo. L’urlo è brillantissimo. Aaahhh!!!
OLIMPIA - Fai piano sennò quelli della stradale portano via anche noi. (Mette i pollici nelle orecchie, con le dita aperte)
STENO - (Scosta la tenda, apre la finestra e si affaccia. Come se parlasse con qualcuno di sotto) Sssttt!! (Indica Olimpia) E’ stata lei! (A Olimpia, ridendo come un bambino) Ho dato la colpa a te! (Guarda il cielo) La sai l’ultima? Ohè, la sai l’ultima? Venere non c’è più. Sparita. Ah, no, è là. Guarda dov’è finita! Ne ha fatta di strada! Come minimo si è spostata di vent’anni-luce, anche di trenta. (Guarda in basso) Eh? Come? No, niente. Un equivoco! (Richiude la finestra) Devi ringraziarmi, con me è diventato sublime, l’hai detto tu, io non me n’ero nemmeno accorto. Ero già con un piede sul treno ma tu m’hai fermato: così è possibile, così è persino bello, anzi… sublime.
OLIMPIA - Sul treno?
STENO - Ci conoscevamo da un giorno.
OLIMPIA - Quale treno?
STENO - L’altro ieri verso sera, anzi no, verso notte, no, era già notte fonda, quasi mattina, più o meno a quest’ora. (Si sdraia sul pavimento)
OLIMPIA - Usciremo di casa come sempre, senza farne parola con nessuno. Cammineremo adagio costeggiando il fiume. Mi parlerai di un viaggio che facesti a tre anni con il tuo nonno che ti spiegava tutto: ciminiera, quercia, collina, ponte. Mi parlerai anche di conchiglie, di vetruzzi colorati che raccoglievi nella scatola di latta e di bucce d’arancia messe a bruciare sulla vecchia stufa.
STENO - Non puoi ammaestrarlo, è un coniglio! Non puoi mettergli il guinzaglio! E neanche il collarino col campanello! Ricordo che quando hai visto il mare per la prima volta ti sei girata verso tuo padre e gli hai chiesto: papà, è tuo? (Olimpia ride)
OLIMPIA - Fingere la tenerezza.
STENO - Parlare di vaniglia e di cacao.
OLIMPIA - Ho ascoltato i battiti del tuo cuore. Ogni battito era bello, separato dagli altri. (Con voce leggera e lontana) O-lim-pia! O-lim-pia!
STENO - Non scendere. E’ un vecchio, si piscia addosso. (Anch’egli con voce leggera e lontana) Alba!… Non risponde, è già uscita.
OLIMPIA - Starà venendo qui. Spettinata.
STENO - Spettinata e languorosa come certe ragazze dopo che han fatto all’amore. (Si alza) Attività possibili a questo punto.
OLIMPIA - Una macchina rossa e uno sguardo azzurro. Forse eri tu da vecchio.
STENO - Telefonate, saluti. Bigliettini agli amici.
OLIMPIA - Domanda: il principe azzurro ha lo sguardo azzurro?
STENO - Puoi scrivere tu per favore? Io ho una pessima calligrafia.
OLIMPIA - Con la matita del trucco?
STENO - Si, erotico. Ti va?
OLIMPIA - Adesso separiamo gli attimi.
STENO - Respirare profondamente. (Respirano profondamente, più volte, all’unisono)
OLIMPIA - Quanto?
STENO - (Guarda l’orologio) Non male. Abbiamo consumato altri dieci secondi.
OLIMPIA - Facciamo le capriole?
STENO - Capriole.
OLIMPIA - Prima io. (Esegue una capriola)
STENO - Ooooplà! Complimenti. Ora io. Largo! (Si china) Ahi! Non ridere. Pistaaa!! (Esegue una capriola goffissima terminando con i piedi sul letto. Indicando il soffitto) La stella polare!
OLIMPIA - Quanto?
STENO - Un altro minuto. Forse mezzo. Hai sete?
OLIMPIA - No.
STENO - Peccato. Avremmo consumato il tempo di bere.
OLIMPIA - Fingiamo. Glu glu…
STENO - Me ne dài un po’?
OLIMPIA - Lasciami finire. Glu glu… tieni. (Steno afferra l’immaginaria bottiglia e finge di bere a garganella) Piano, ti farà male.
STENO - (Fingendo di asciugarsi la bocca) Sembri mia madre. (Guarda l’orologio) Altri ventotto secondi. Sbrighiamoci. Quando si è in anticipo è la volta buona che si arriva in ritardo.
OLIMPIA - Un litigio?
STENO - Su che tema?
OLIMPIA - Il ritardo.
STENO - (Le dà uno schiaffo) E’ questa l’ora di tornare? (Olimpia grida cadendo in poltrona) Ti ho fatto male? (Si china premuroso su di lei)
OLIMPIA - (Restituendogli lo schiaffo) Bestia!
STENO - Ahi! (Guarda l’orologio) Non mi ricordo… aspetta… erano le cinque…
OLIMPIA - Taci. Voglio ascoltare. (Tacciono. Anche l’albergo e la strada sembrano sprofondati nel silenzio assoluto. La luce gialla del carro attrezzi è scomparsa) E’ lo stesso silenzio. Ho la mano sulla maniglia.
STENO - Troppo tardi.
OLIMPIA - I miei genitori hanno smesso di bisbigliare. Io me ne torno a letto delusa e triste. Perché quel silenzio? E cosa vuol dire?
STENO - Vedi, io penso…
OLIMPIA - Che sia la morte?
STENO - No, escluso. La morte fa chiasso! Davvero, nelle camere ardenti c’è sempre un gran casino. Forlimpopoli! Mamma, gatto, vaffanculo, catalessi! (Ridono. Poi silenzio) I rumori della morte. Pensaci. Non le lamiere, eh? Non gli spari. (Fa un gesto con la mano come per dire “altro”) Non le grida nel buio. No, no. (Ripete il gesto ampliandolo) Eh, si. (Ancora un silenzio. Poi, il rumore di un’auto che passa. Olimpia e Steno corrono alla finestra) Ricomincia!
OLIMPIA - La vita continua.
STENO - Già. Amarognola, verdognola ma veloce. (Rumore di altre auto che sfrecciano. Olimpia e Steno battono le mani) Adesso arriva quello con l’auto rossa e ti suona il clacson.
OLIMPIA - Questa volta scendo.
STENO - E io?
OLIMPIA - Ma poi torno. Dopo cinque chilometri lo pianto e torno indietro.
STENO - E cosa gli dici?
OLIMPIA - Che ho un appuntamento alle cinque e quaranta.
STENO - Potrebbe aggredirti, violentarti.
OLIMPIA - Si, può farlo. E’ il tipo.
STENO - Ti ribelli? Lo graffi? Urli?
OLIMPIA - No, lo lascio fare, anzi lo aiuto, prevengo i suoi desideri, fingo tre orgasmi… ho un appuntamento e devo arrivarci ad ogni costo sennò tu come fai? E poi, in confidenza ho voglia di essere violentata, sarebbe ora! Nelle fantasie erotiche delle ragazze lo stupro occupa un posto davvero particolare, tutte l’hanno desiderato almeno una volta. E’ l’unico vero tradimento che gli uomini ci possono rinfacciare.
STENO - Lo vedi? Lo vedi? (Olimpia ride) Davvero voi donne non finite mai di stupirmi. Frase storica. (Soffia con violenza e scuote il capo come per liberarsi da una presenza fastidiosa) Le bambine! (Si ode l’ascensore che parte)
OLIMPIA - Eccolo.
STENO - Traffico regolare su tutti i fronti. Sale. Sale. Sale. Alt!
OLIMPIA - Stavolta li abbiamo di sopra.
STENO - Beh, negli alberghi non tutti fanno all’amore. C’è chi dorme, chi telefona in America… c’è anche chi si spara. E tu? Devi chiamare qualcuno? (Alza il ricevitore) Che numero?
OLIMPIA - E’ sempre occupato.
STENO - (Riabbassando il ricevitore) Carina, davvero carina. Com’è il mio sguardo? Sempre azzurro?
OLIMPIA - No, marron.
STENO - Finalmente il mio sguardo ha il colore dei miei occhi, sono proprio io. (Va alla finestra, grida) Grande Scarafaggio, dove sei?
OLIMPIA - Pazzo, sta’ zitto.
STENO - Venere non c’è più. Questa volta è sparite sul serio. Stuprata e buttata via. Con tutte quelle stelle chi vuoi che se ne accorga?
OLIMPIA - (Ridendo) E se mi calassi gli anni?
STENO - E’ tornata nella sua conchiglia. Un guscio di noce nell’universo. La barchetta di Venere. E’ una bella immagine, lo vedi che miglioro? Ti piace?
OLIMPIA - Ti prego, pensa a te in silenzio.
STENO - Tu stai pensando a te a voce alta.
OLIMPIA - Sempre a raschiare, a togliere. Mai ad aggiungere, no, sempre sottrarre.
STENO - Lo vedi? Bla bla, bla bla, bla bla!
OLIMPIA - Mi pento.
STENO - Anch’io mio pento. Di non aver segnato quel gol a porta vuota. Avremmo vinto. Bastava allungare il piede e avremmo vinto.
OLIMPIA - Tradimenti. Ripiegamenti.
STENO - Ti sembra un problema idiota? Miserabile? E’ uno dei pochi ricordi che ho. Mi perseguita da almeno quindici anni. A due metri dalla porta, solo. Come ho fatto? (Olimpia si tura le orecchie) Non lo capirò mai, non lo saprò mai. Ci sono dei… forse nell’aldilà. Eh? Cosa? Cosa hai detto?
OLIMPIA - Non mi sono mai alzata alle cinque e quaranta. Me lo ricorderei.
STENO - Io si, quando lavoravo alla panetteria. Senti… metti che lo dicano a te.
OLIMPIA - Cosa?
STENO - Il decano di là, che ne so, il giudice, qualcuno. Se lo dicessero a te. Può succedere, no? Prometti che vieni a raccontarmelo. Reparto uomini. Bussi: c’è Steno?… Prometti che vieni a raccontarmelo. Ho diritto di saperlo, no?
OLIMPIA - Ma di cosa parli?
STENO - Non vorrai lasciarmi senza spiegazioni per l’eternità!
OLIMPIA - Il decano di là? Il giudice?
STENO - Chiedigli perché ho sbagliato quel gol. Là c’è il palo. Qui ci sono io. Il pallone è qua. Il portiere è a terra. Basta toccarlo. Ho colpito così, secco, di piatto. Non si può sbagliare.
OLIMPIA - Vivere a pane e acqua come i Santi. Il pane e l’acqua. C’è un momento in cui li abbandoniamo. E’ allora che il male… si, forse in quel momento si è insinuato.
STENO - Il male? Ecco cos’era! L’altro giorno ho visto qualcosa che s’insinuava nel tuo corpo. Da un orecchio spuntava la coda. Ho pensato è un topo. Invece era il male! (Olimpia bisbiglia a occhi chiusi. Steno apre l’armadio) Cucù! C’è nessuno? Oh, buongiorno! Le andrebbe di parlare un po’ con me? Perché la mia amica, qui, non ne vuol sapere. Vorrebbe un po’ di pane e un po’ d’acqua ma io non posso accontentarla, ho solo dei cioccolatini Olimpia. E poi le si è insinuato il male e da allora è diventata intrattabile! Lei lo sapeva che il male è un roditore? (Entra nell’armadio) Disturbo? Lei è molto carina, sa? Stavo giusto cercando una compagna per le mie vacanze. No, Olimpia non è la mia ragazza, è solo la mia complice. Abbiamo fatto all’amore ma era solo per ingannare il tempo, c’è un appuntamento e siamo in anticipo. Si, lei vorrebbe sposarmi ma io sono incerto. Per scrupolo, sa? Sono stracarico di malattie ereditarie: fame, sete, erezioni, eiaculazioni… terribili le eiaculazioni!… No, scherzavo, è che la mia complice odia il gioco del calcio mentre io non posso farne a meno e così la domenica litighiamo spesso, sono un cannoniere, nel giro mi chiamano bomber… (Olimpia si lascia scivolare a terra e da lì rotola sotto al letto) Ci siamo conosciuti al mare, lei nuotava verso riva e io le ho detto guardi che il largo è dall’altra parte e così siamo diventati amici. A parte il calcio tutto va a gonfie vele, l’appuntamento è per le cinque e quaranta, cioè fra poco, al primo raggio di sole, ohp! Vuol venire anche lei? Olimpia sarà contentissima, vero Olimpia? Poco fa diceva che le sarebbe piaciuto conoscere una ragazza per fare shopping con lei sulla luna. Venga, gliela presento. (Esce dall’armadio, ha in mano la rivista pornografica. In copertina c’è il primo piano di una ragazza sorridente col seno nudo) Olimpia, guarda chi c’è! (Mostra la copertina guardandosi intorno) Non c’è più, è uscita. Vuoi vedere… (Scoppia in una risata forte e nervosa) La tua amichetta se n’è andata a far lo shopping senza di te! (Butta la rivista, apre la porta e grida nel corridoio) Olimpia! (Rientra. In quel momento si ode il rumore dell’ascensore che parte. Steno va alla finestra, urla di sotto) C’è una ragazza che sta scendendo. Fermatela, vuole fuggire! (Rientra, fa due passi, torna alla finestra) Si chiama Olimpia! (Rientra, l’ascensore si arresta, torna alla finestra) Eccola, è lì! Arrivo! (Esce di corsa lasciando la porta aperta. C’è un lungo silenzio. Olimpia esce da sotto al letto, piange rannicchiata a terra. D’improvviso si ode un clacson. Suona diverse volte, insistente. E’ un clacson diverso da quello del primo tempo. Olimpia guarda verso la finestra. Il clacson suona di nuovo. Olimpia si alza, quasi trema. Fa due passi lenti verso la finestra, si arresta. Il clacson suona di nuovo. Olimpia fa un passo rapido verso la finestra. Si arresta. Il clacson suona. Altro passo rapido verso la finestra. Si arresta. Un silenzio. Lentamente Olimpia arretra ed esce dalla porta rimasta aperta. Scompare nel corridoio. Di nuovo il rumore dell’ascensore che si ferma al piano. Riappare Steno, affannato. Si ferma sulla soglia, respira profondamente, entra senza chiudere, fa due passi verso la finestra poi torna indietro e chiude la porta. Va rapido alla finestra, guarda attentamente fuori, la richiude. Prende il bicchiere di whisky che è ormai vuoto, cerca di berne l’ultima, impossibile goccia. Poi si siede sul bordo del letto, mette le mani davanti agli occhi e mormora) Il male il male il male il male il male… (Squilla il telefono) Pronto? No, macché, non c’è. Le dico che è scappata. Senta… mentre risalivo ho sentito un clacson. L’ha sentito anche lei? Come, no? Com’è possibile? Era… non importa. Ah, no, senta, aspetti… mi chiami un numero. Per favore. (Si fruga nelle tasche dei pantaloni) Un momento, che… eccolo qui. (Ha in mano un fogliettino spiegazzato) 263561. Si. Grazie. Mi richiama lei? Si, aspetto. Va bene. Il male il male il male il male il male… (Guarda l’orologio poi fuori dalla finestra) Cinque e quaranta cinque e quaranta cinque e quaranta… pronto?… Cinque e quaranta cinque e quaranta… (Sempre con la cornette in mano, s’inginocchia e guarda sotto al letto. Poi si rialza e si siede sul bordo) Pronto! Ah, ecco, dovevo immaginarmelo. Va bene lo stesso, si. Pronto! Olimpia… quando sentirai questo messaggio le cinque e quaranta saranno passate. Perché tu lo sentirai questo messaggio, tu tornerai a casa, l’hai sempre saputo tant’è vero che hai lasciato la segreteria telefonica. Non so dove sei adesso, forse su una macchina rossa, si… O-lim-pia! Ad ogni modo… ecco, si, manca… oplà! (Guarda l’orologio) Mancano sei minuti. Io volevo dirti… non lo so esattamente, è che… ho un po’ fretta, scusami (Guarda fuori) Lo sai che comincia a schiarire? Il grigio perla… (E’ stupito e spaventato) E’ bellissimo, peccato che non sei qui a vederlo. Lo sapevo che saresti scappata. Sai quando l’ho capito? Mentre facevamo all’amore. Nelle tue carezze c’era troppa… no, vita no, aspetta… c’è una parola che hai usato una volta… che io credevo fosse il nome di una tua amica… letizia, ecco! C’era troppa letizia nelle tue carezze. Io invece sentivo l’odore della terra come quando ci si sveglia di notte e il letto è una bara e il silenzio è così… accidenti, perché non sei qui con le tua parole scelte?… Assoluto! Ecco! Così assoluto che pensi di essere nella morte. Ma poi un gatto miagola e dici no, non ancora. E allora? Cinque e quaranta cinque e quaranta cinque e quaranta… beh, questi tre giorni sono volati. Io sono qui e continuo. Si. (Posa la cornetta, si alza, dà pugni all’aria) Alè! Alè! (Si risiede, riprende la cornetta) Credo che agli artisti capiti più o meno la stessa cosa quando creano. Non sarò un artista? Ora basta. Pace. Ricordati quel silenzio. Cosa vuol dire? Finché non l’avrai scoperto sarai sempre in pericolo. Cerca, cerca. (Guarda l’orologio) Altri due minuti. Ora vado. Passo e chiudo. No, la morte no, è troppo rumorosa. Muscoli che si tendono… dren! Mandibole che si chiudono… scloc! Palpebre che calano come saracinesche… frrrac! Cerca, ostinata! Quel silenzio viene da chissà dove. Sai? Uno scienziato lo ha catturato, il silenzio. Poi lo ha centrifugato e ne ha fatto una pomata, anzi no, un distillato, bello, eh? Un distillato di silenzio da bere al mattino ma non sempre, solo in certe epoche, negli anni in cui smettiamo di giocare per farci un’idea del mondo. Stop, vecchio brocco. (Guarda l’orologio) Altri due minuti. Facciamo tappa, cominciamo a prepararci. Un solo coperto, come gli scapoli. Beh, ciao. Olimpia, devo andare. Un bacio. E ricordati di chiudere il gas. (Riattacca poi si alza, va alla finestra e la apre) Non sei piovosa, eh, piccola strega! Nessun rinvio. Meglio così. (Respira a pieni polmoni. Rumori di automobili) Devo ancora decidere se ti accoglierò con un urlo o con un canto. (Raccoglie da terra lo zainetto e si siede sul bordo del letto davanti alla finestra, con lo zainetto sulle ginocchia. Lo apre, vi guarda dentro) Cucù! Sei lì? (Infila una mano nello zainetto, tasta) Eccoti. Finalmente. (Guarda l’orologio) Un minuto. (Guarda fuori dalla finestra) Vieni avanti, su. Vedi? Sono io che faccio coraggio a te. (Raccoglie la rivista pornografica, la guarda) Addio. (La getta. Raccoglie la carta stagnola di un cioccolatino, la guarda) Addio. (La getta) Vai, bomber! (Fa’ l’atto di calciare un pallone) Goool!!! (Si apre la porta. Entra Olimpia che si getta su Steno afferrandolo per le spalle e rovesciandolo sul letto)
OLIMPIA - Steno!!! (Si dibattono)
STENO - Stronza, dov’eri?
OLIMPIA - Non l’hai sentito il clacson?
STENO - Balle! Balle! (Lottano)
OLIMPIA - Mi ha svelato il segreto. Sono tornata per questo.
STENO - Eri nel corridoio chiusa in qualche cesso, in qualche ripostiglio. (La immobilizza) Beh? L’hai trovato l’orecchino d’oro? Dov’è?
OLIMPIA - Andiamo via. (Steno si rialza di scatto e afferra lo zainetto mentre Olimpia corre alla finestra e chiude la tenda)
STENO - Apri!
OLIMPIA - No! No! No! (Si getta su di lui, lo zainetto rotola a terra) Non voglio! (Steno la immobilizza di nuovo mettendole una mano sulla bocca)
STENO - Allora, ‘sto segreto? E’ ricco? (Olimpia gli morde la mano e lo tempesta di pugni e di schiaffi)
OLIMPIA - Usciamo di qua! Via! Via!
STENO - Lasciami fare! (Si lancia verso la finestra e afferra la tenda ma non riesce ad aprirla perché Olimpia gli si avvinghia facendolo cadere. Lottano con violenza. Olimpia afferra la cornetta del telefono e lo colpisce ripetutamente al capo)
VOCE DEL PORTIERE - (Nella cornetta) Pronto? Pronto? Ha chiamato? (Steno colpisce con uno schiaffo terribile Olimpia, che crolla a terra. Poi strappa il telefono dal muro e cava dallo zainetto una pistola, che impugna. Poi si lancia verso la finestra e scosta la tenda. I primi raggi del sole illuminano il suo viso di una luce dorata)
STENO - (Con un urlo compresso di dolore e di rabbia) Nooo!!…
OLIMPIA - Che ora è?
STENO - E adesso? (Olimpia ride. Dalle mani di Steno la pistola scivola a terra) Mi dici che senso ha? Mi dici che senso ha? (Le dà un calcio. Poi afferra la tenda e la strappa rabbiosamente facendola cadere insieme al bastone di sostegno) Me lo dici? (Guarda fuori. I caldi raggi del sole ora sfiorano le pareti della stanza, illuminandola. Olimpia piange sommessamente. Le macchine sfrecciano veloci. Qualcuno batte concitatamente alla porta).
FINE
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