Vittorio Franceschi
A CORPO MORTO (2008)
A CORPO MORTO è andato in scena per la prima volta al Teatro Duse di Genova il 15 aprile 2009 in una produzione del Teatro Stabile di Genova, nell’interpretazione di Vittorio Franceschi, scena di Matteo Soltanto, costumi e maschere di Werner Strub, musiche di Andrea Nicolini, luci di Sandro Sussi, regia di Marco Sciaccaluga.
Vittorio Franceschi
A CORPO MORTO
Personaggi
(In ordine di entrata)
Un ragazzo. Col casco, sui diciott’anni.
Una moglie. Di età matura ma non vecchia.
Un padre. Elegante in cravatta, sui cinquanta.
Una figlia. Sui trent’anni.
Un barbone con un sacchetto di plastica. Età indefinibile.
Il Coro è formato dagli stessi cinque personaggi.
All’accendersi delle luci i cinque personaggi sono già presenti in uno spazio neutro, dove ci sono quattro sedie. Non si guardano e non comunicano fra loro. La scena vera e propria si apre solo alla fine del prologo e consiste in una stanza di obitorio, dove c’è un lettino con sopra un corpo ricoperto da un lenzuolo bianco. Terminato il prologo, il giovane col casco si avvicina al lettino mentre gli altri quattro si siedono. Successivamente, al termine di ogni monologo il personaggio che ha appena finito di parlare rientra nello spazio neutro e prende parte al Coro. Alla fine del Coro, il personaggio successivo entra nella scena mentre gli altri quattro si siedono. Il personaggio che è appena uscito dalla scena vera e propria prenderà il posto a sedere di quello che vi è appena entrato, e così via. Alla fine dell’ultimo monologo la scena vera e propria si chiuderà e i personaggi si ritroveranno tutti nello spazio neutro, per l’epilogo.
Prologo
CORO - C’è un giorno nella vita che il cielo
non può aprirsi com’era promesso
con i suoi raggi d’oro e i mille troni.C’è un giorno nella vita che il cuore
e le gambe e le braccia e le mani
si spezzano. Vedi le nubi
che passano lontano e non sanno
chi tu sia, né come hai vissuto e se l’odore
del maggio che scende fra la gente
sia per te solo o per tutte
le anime perdute del mondo.C’è un giorno nella vita che scroscia
senza annuncio come una pioggia nera
e in breve un uragano si rovescia
sulla tua vecchia casa.E’ il giorno matto
che fa volare l’asino sul tetto
e sposta i confini un po’ più in là
il giorno che cancella
i nomi dai campanelli.Quel giorno dovrai esser pronto
con verità di cuore. Sarai solo.
Posa il fardello, fermati
appoggiati al muro.
Non vergognarti della tua stanchezza.Vedrai passare nel rigagnolo scuro
della memoria tutta la tua vita.
Non cercare di farla migliore
non abbellirla con la nostalgia.Guarda piuttosto
nella vecchia specchiera
lo sapevi da sempre
che sarebbe venuto un messaggero.Accoglilo. Ti farà vela
con il suo mantello
di seta bruna, chiuderà la ferita.
Senti i suoi passi
leggeri sulla ghiaia, si è fermato
sotto la tua finestra, ecco
ti chiama per nome.
Affacciati.
Primo Episodio
LA CURVA DELLA MORTE
Il ragazzo, col casco sottobraccio, entra nella scena e si avvicina al lettino. Solleva il lenzuolo.
IL RAGAZZO - Cazzo, Steffy. (Abbassa il lenzuolo) Te l'avevo detto che Mirko non sa guidare. (Solleva il lenzuolo più in basso, all'altezza delle gambe) Avevi le gambe più belle del mondo e adesso guarda qua. Sull'asfalto c'è ancora la tua pelle, tutta la strisciata, siamo andati a vedere con la pila. Non hanno mica pulito, ci passan sopra le macchine. Mirko è in coma, non ce la farà mai. Lo dicono i dottori, non io. E' pieno di cannucce e comunque gli hanno amputato una gamba. Tutti quelli che vanno a trovarlo quando escono scuotono la testa, sembra uno spot contro i motorini. Quello che gli ha amputato la gamba è un cinese. Credevo che facessero solo l'agopuntura, invece vanno forte anche col bisturi. Posso metterlo qui? (Posa il casco sul lettino, dalla parte dei piedi) A te il casco non piaceva, volevi sentire il vento tra i capelli. La macchina non l'hanno ancora trovata. Ormai non la trovano più, quel figlio di puttana ce l'ha fatta. Hanno troppo da fare, due ore dopo il tuo incidente ce n'è stato un altro nello stesso punto. Infatti non so se la pelle della strisciata era la tua. Magari era di quell'altro. Un tunisino, ma lui era in bici. Quella curva lì bisogna saperla prendere, ti ricordi che ci scherzavamo su, la chiamavamo la curva della morte. Inganna perché a metà c'è uno scalino da quando han cambiato le tubature, l'asfalto è andato giù e quando si passa da lì si salta, Mirko lo sapeva, già un mese fa aveva sbandato proprio lì e poi non ha neanche rallentato, la frenata che c'è è quella della moto che ha investito il tunisino, adesso dan tutti la colpa al pirata ma al massimo è omissione di soccorso però tu sei morta sul colpo, cosa vuoi soccorrere, la colpa è di Mirko e dello scalino che è lì da due anni e nessuno fa niente, la sera le donne prendono la seggiola e si mettono sul prato sulla curva a vedere chi muore. Mentre venivo qui avevo la testa piena di cose. Perché volevo chiederti scusa. Non è vero che Enzo ti tradiva. Quell'SMS te l'abbiamo mandato per scherzo, perché tutti dicevano che eri gelosa mentre io dicevo che di Enzo non te ne fregava niente invece te ne fregava e io non potevo sapere che poi ti saresti messa con Mirko. E pensare che è stata una mia idea, se l'avessi saputo! Ma come facevo a immaginarlo, hai preso il primo che ti capitava solo per ripicca, lo sanno tutti che Mirko è un coglione, solo lui poteva farsi amputare da un cinese, quando l'abbiamo saputo abbiamo riso per un'ora. “Ago-filo, ago-filo... le folbici, le folbici, il bistuli!”... (Per un attimo ride) Scusa, scusa. C'era “Schumy” libero, c'era Baldo che ormai s'è lasciato con la Sabrina e modestamente c'ero io. Modestamente un cazzo, poi. Io sono tosto, che tu lo sappia o no. Proprio con Mirko ti dovevi mettere? Infatti siete finiti fuori strada. Perché aldilà della linea bianca c'è finito lui, non la macchina. Lascia stare che quello non si è fermato, siete voi che siete sbalzati di là proprio mentre arrivava la macchina. Era così esaltato che c'eri tu dietro che ha perso la testa. Dopo un volo così, anche se avevi il casco ci restavi comunque. Io non per dire ma se ti mettevi con me adesso eri ancora viva e stasera andavamo al “Minareto”. Ma non per lo sballo, lo sai che a me lo sballo mi rompe il cazzo. Per stare un po’ insieme, bere qualcosa e poi uscire prima degli altri e andare dove c'è più buio, non dove abbiamo parcheggiato quella sera che piangevi, dall'altra parte, dove c'è il laghetto delle trote. Adesso saremmo là e se ci fosse la luna io guarderei il tuo seno sotto la luna. Tu mi piacevi molto, cazzo, mi piacevi molto. Enzo diceva che avevi le tette più belle della via lattea. Ti ricordi quella volta che avete fatto la gara? Tu, la Erika, la Gioia e la Sara. I giudici eravamo io, “Turbo”, Gioele e Tinto. Tutte si son spogliate, solo tu ti sei rifiutata e questo mi è piaciuto, cazzo, hai carattere. E poi tante tette al vento non sono neanche belle da vedere di pomeriggio, la luce del sole fa risaltare tutte le magagne mentre la luna fa da camicetta e tutto diventa mitico perché sembra un'immaginazione. Io votai per la Sara ma vinse la Erika tre a uno. La Gioia s'incazzò ma obiettivamente le sue sono un po' loffie, mancano di seduction, mio nonno dice che le tette delle donne vanno a carburo, ecco, quelle della Gioia non hanno carburo. Se ti toglievi la maglietta vincevi tu. Il fatto è che in tutto e per tutto io non so ancora niente di niente. Forse se tu eri la mia ragazza saprei qualcosa di più. Mia mamma dice che devo decidermi a lavorare ma io non ho ancora deciso cosa fare, ti ricordi che ne abbiamo parlato e tu mi hai detto che palle, spicciati, e io ti ho detto non so se fare il meccanico o il carrozziere e tu mi hai detto fai testa o croce. Ecco... forse adesso è la volta buona che faccio testa o croce. (Cava di tasca una moneta) Se esce meccanico voglio inventare un motore che vince la formula uno e la mia scuderia la chiamo Steffy. Se esce carrozziere voglio inventare due fanali a forma di tette e al posto dei capezzoli ci metto i fendinebbia, roba che Pininfarina sviene. Testa meccanico, croce carrozziere. (Guarda il rovescio della medaglia) Noi diciamo sempre testa o croce ma la croce non c’è mai, qui c’è una strana roba, sembra un sottomarino. Beh, testa meccanico, sottomarino carrozziere. (Fa l’atto di lanciare la moneta ma si trattiene) Io non ho mai pensato all'aldilà. L'altra sera in TV c'era una trasmissione sull’esplorazione dello spazio. Tu dimmi come facciamo a trovare il nostro al di là in quell'infinito lì. La terra è talmente piccola che anche il suo aldilà dev'essere piccolo perché Dio non può aver fatto una cosa sproporzionata. E come fai a trovare una cosa così piccola in un infinito così grande? E poi chi l'ha detto che l'aldilà della terra è vicino alla terra? E se fosse dall'altra parte dell'infinito? Noi abbiamo dei parenti stretti, dei cugini di mia mamma... beh, noi stiamo qui e loro stanno in Argentina, ad esempio. D'ora in poi penserò un po' più spesso all'aldilà, visto che adesso tu abiti lì. Ce l'avete l'acqua calda? O dovete ancora inventarla? Coi vostri tempi infiniti è possibile. Uno muore e va a finire in un posto dove non c'è ancora l'acqua calda. Io se dovessi inventare la luce elettrica non saprei mica come si fa. Io la luce l'accendo e la spengo ma se mi trovo in un posto sconosciuto non saprei mica inventarla. Forse ha ragione mia mamma, bisogna che mi metta a lavorare. C'è un mazzo di fiori sulla curva. Non so chi l'ha messo. Enzo no, gliel'ho chiesto. Quelle donne figurati. Enzo è distrutto. Senti, c'è una cosa che non sappiamo. Ti piace l'applauso ai funerali? O preferisci di no? Io quando tocca a me preferisco di no. Che cazzo c'è da applaudire? Mi sembra un'ipocrisia, non trovi? La Gioia dice che l'applauso ti sarebbe piaciuto. Baldo e la Sara dicono di no. Enzo dice che non sa nemmeno se verrà al funerale. “Schumy” sta preparando un cartello col tuo ritratto, lo sai che lui dipinge, e con la scritta STEFFY NON TI DIMENTICHEREMO. Mio nonno dice che tutto si dimentica. I nonni o sono patetici o sono stronzi. Cerca di stare tranquilla, lì dove sei. Perché tu eri sempre agitata, non stavi mai ferma. Uno non faceva in tempo a guardarti di profilo che eri già di fronte e un attimo dopo di tre quarti. Sembravi un quadro di Picasso. Senza offesa. Ma io ti avrei baciata volentieri anche se le labbra ti uscivano dalle orecchie. E anche sugli occhi uno orizzontale e l'altro verticale. Che poi li chiudi e mi dici buona notte e allora Picasso non c'è più e tornano a essere i tuoi occhi. Buona notte, Steffy. Se nell'infinito c'è un posto vicino a te mettici il giubbino e se ti chiedono se è libero tu dì che è occupato. Io poi arrivo. (Prende il casco e rientra nello spazio neutro).
Primo Intermezzo
CORO - Chissà come avvenne. Era
il primo parto nel mondo. Forse
Eva ebbe le doglie in riva a un fiume
e le sue grida di dolore innocente
fecero alzare le aquile in volo
molte ali tagliarono la valle, il vento
scrollò gli ulivi e Adamo coi denti
recise il cordone, aveva visto
la scimmia antropomorfa far così
poi lavarono il piccolo nelle acque
e da allora, ininterrottamente
nella corrente scorrono
il sangue e la placenta di Caino.
In seguito, prima e dopo Cristo
altre ali tagliarono le valli,
vennero i fabbri ed i vasai,
i carpentieri e i mercanti di sete
venne Platone e venne Machiavelli
vennero i Papi e vennero gli artisti
con le mille illusioni universali
e dal cielo scese Stradivari
dall’inferno venne su Paganini
che non si ripeteva e tenne fede
a quel motto superbo ed infatti
morì una volta sola e poi venne
forse portato dal vento di Betlemme
l’umile falegname mio padre
perché nel tempo la storia fu fatta
con mattoni d’ogni misura
e sotto casa mia, proprio ieri
hanno aperto una piccola osteria
sul bancone c’è lo spizzichino
e ti serve Tania l’ucraina
mesce il vino in panciuti bicchieri
a tutti gli avventori, ai tiratardi
e a quelli che s’alzano al mattino
di buon’ora per andare al lavoro
e smadonnando si lavan le mani
nell’acqua di Caino che ancor oggi
dai rubinetti scende indifferente
ora calda ora fredda, trasparente
e un po’ disinfettata dal cloro.
Secondo Episodio
LA MEMORIA NEL CUORE
La moglie si stacca dal Coro, entra e si avvicina al lettino. Si fa il Segno della Croce. Parla con dolcezza. Sorride.
LA MOGLIE - E’ bastato che uscissi in corridoio per parlare col medico che subito ne hai approfittato. Un marito non può negare l’ultimo respiro alla propria moglie. Mi spettava, dopo trentadue anni. (Si china e lo bacia sul capo senza alzare il lenzuolo) Io penso che il male abbia scelto te perché sapeva che con te avrebbe avuto vita facile, sei sempre stato fatalista e poco incline alla lotta, sicuro com’eri nell’intimo di non poter lasciare traccia nel mondo. Dicevi sono un sarto, mica uno stilista e poi anche l’abito più bello farà le borse ai gomiti e diventerà uno straccio. E invece eri un vero artista, uno degli ultimi perché oggi gli abiti su misura non li sa fare più nessuno. Con tutto il rispetto tu avevi un taglio che Armani e Valentino se lo sognano, facevi sembrare magri i ciccioni e alti i bassotti, e se questa non è arte tu dimmi l’arte che cos’è. Quando prendevi le misure ai clienti non si sentiva volare una mosca, sembrava di assistere a un rito antico. (Sembra volergli posare la mano sul capo, ma la ritrae) Mi succede qualcosa di terribile, ho vergogna a dirtelo: non ricordo più il tuo viso. Dopo appena due giorni. Com’è possibile? Mi sforzo ma niente. Dunque tutto diventa così scialbo così alla svelta? O forse già prima era tutto scialbo e io mi ricordavo il tuo viso solo perché ce l’avevo sotto gli occhi? Per fortuna ci sono le fotografie, oggi le ho tirate fuori ma anche lì è strano, è come fare un ripasso dei contorni. E il di dentro? Nelle foto non ci sono i nostri pensieri, tutt’al più ci sono quelli del fotografo. Infatti appena ho chiuso l’album tutto nella mia testa è tornato incerto. Allora sono entrata nello studio e ho guardato il tuo tavolo da lavoro. Il gesso e le forbici abbandonati lì col metro giallo che tenevi sul collo... che strano effetto... anche la macchina da cucire... sul perno c’è ancora un rocchetto di filo grigio. E poi il blocchetto degli appunti, ci sono dei numeri di telefono con dei nomi ma io non so chi siano, forse ne conosco uno, l’Ing. Valotti, quello del doppiopetto che poi cambiò idea. C’è chi lascia il cartello torno subito, tu hai lasciato i tuoi oggetti come sospesi e infatti niente fa pensare che non tornerai più. (Trasale) Non tornerai più? Vado su e giù per casa, ogni tanto mi fermo e guardo fuori. Il muro è sempre uguale. Ma quando uno di noi muore non si sgretola un po’? Non viene una crepa, anche piccola? Mi siedo. Mi alzo. Mi siedo. Sento tempesta ma non c’è un filo di vento. Allora chiudo gli occhi e cerco di ricordare mentalmente il percorso di tutti i muri di casa, tutto il disegno di tutto il perimetro, ti sembro matta? Ingresso, salotto, bagno, cucina... anche le rientranze, le nicchie, gli spigoli delle colonne portanti che sporgono dalle pareti... anche le cornici del soffitto... perché penso che è lì, dentro quel disegno, che tu ed io abbiamo vissuto insieme e qualcosa dovrà pur esserci rimasto. (Ha un accenno di pianto) Ma non vedo anima che ci cammina, né viva né morta. Ieri, dopo che è andata via tua sorella... ah... mi ha chiesto se poteva avere qualcosa di tuo, le ho detto scegli quello che vuoi, ha preso una sciarpa, quella blu... dopo che è uscita mi è venuta un’angoscia... sai quell’ora incerta verso sera quando tutti i margini si confondono e se siamo sulla riva di un lago ci caschiamo dentro. La torre dell’orologio quasi non si vedeva e non c’erano rondini, devono essere già partite. Io nello scuro mi perdo, figurati nello scuro che viene in testa. L’errore è stato non tenere un diario. Oggi sapremmo tutto quello che abbiamo fatto e in che giorno, e invece... trentadue anni soffiati via come la polvere. Sai cos’è che mi è tornato in mente? Le pinne azzurre di Filippo che dimenticammo in albergo e quell’asciugamani giallo coi paperini. Ma la nostra storia, la tua e la mia insieme... conoscersi, scegliersi, amarsi. Io credo che passato questo momento tutto tornerà chiaro. Lo spero davvero, perché la vaghezza di oggi è insopportabile. Pensa che anche il viaggio di nozze... mi ricordo dove siamo stati, i paesaggi, ma non i pensieri, quel che ci siamo detti. Uno di fronte all’altro in quelle carrozze strette, con le ginocchia che ogni tanto si toccavano. La Camargue, quei tramonti viola. E i cavalli selvaggi fuori dal finestrino. Nella memoria i paesaggi durano più dei pensieri. Forse perché la natura non è mai banale. Ogni tanto facevi lo spiritoso. “Guarda che ti prendo le misure!”... E io ti rispondevo vita cinquanta petto novantotto e ridevamo. Lo sai che se penso al sesso non mi ricordo niente di preciso? E sì che prima non ci dormivo la notte. Ti dico la famosa prima volta... se ne parla tanto ma io non me la ricordo, non ti offendere, ho un ricordo come allargato, cioè che ci fu un periodo... e che tu non eri mai sereno e io di nascosto leggevo libri sul sesso per cercare di capirci qualcosa. Tutto qui. Credo che poi sia stato il lavoro a passare in primo piano. Gli scrutini, le riunioni, i compiti che mi portavo a casa da correggere e i tuoi clienti che andavano e venivano, vi sentivo parlottare in corridoio... (Accenna a una carezza ma senza toccare il lenzuolo) Ah, ti volevo dire... sto pensando... che non ti metterò la foto sulla lapide, penso di metterti solo il nome. In fondo prima che inventassero la fotografia mettevano solo il nome e i cimiteri sembravano più sacri. Un mese fa è morto il tappezziere che stava all’angolo di via Goito, lo sanno tutti che il negozio era una copertura e che in realtà faceva lo strozzino. Oggi riposa in pace con una bella foto a colori dove sorride felice in faccia a tutti quelli che ha strangolato. Alla Tilde ha portato via anche la fede nuziale. Facce, facce, facce dimenticate davanti alle quali passiamo indifferenti col nostro mazzo di fiori. No, io a te la foto non la metto. Solo il nome e le date. Un segno di pudore e di riserbo, sono sicura che sei d’accordo. Il ritorno a una dimensione più innocente, più vicina alla natura e alla terra, alla quale tutti dobbiamo tornare in punta di piedi. La memoria vera è nel cuore e dura quanto dura il cuore. Non so se cambierò casa. Ci sono affezionata anche se i tre piani cominciano a farsi sentire. Tra l’altro la minerale non la portano più, i pakistani han fatto i soldi. Se ci fosse l’ascensore... lo spazio c’è ma non si metteranno mai d’accordo. Meno male che siamo rimasti in affitto, ti ricordi che stavamo per comprarla? Brutta razza i condomini, appena possiedi qualcosa cominci a ringhiare e a mordere. Te a ringhiare non ti vedo. Filippo è sereno. Alla sua età si reagisce in un altro modo. Ha tutta la vita davanti. Si dice così, no? Speriamo che ce la faccia. A fare cosa poi non lo so. Noi ce l’abbiamo fatta? Ma cos’è che bisogna fare? Bisogna che vada, fuori c’è quello delle pompe funebri. E’ uno giovane, sorridente, sportivo, un bel ragazzo. Vestito di chiaro, si è presentato lui. Non ci sono più quei bei becchini tristi di una volta, con la faccia da becchino. E’ proprio cambiato tutto. Gli ho chiesto di pazientare qualche minuto, sarà lì che sbuffa. Dice che deve prenderti le misure. (E’ colta dal pianto. Fa una carezza al morto senza toccare il lenzuolo e va via di fretta, raggiungendo gli altri).
Secondo Intermezzo
CORO - Poverina, era così buona
una così brava persona.
- Ma com'è stato?
- Non so, ho sentito dire
un brutto male, un tumore.
- Si, alle ossa.
- Infatti si vedeva, ultimamente
camminava male, zoppicava.
- Ma guardi, alle volte non vuol dire
c'era una mia cugina che anche lei
ultimamente camminava male
e spesso di sedeva su un gradino
ma il cancro ce l'aveva all'intestino.
- Eh, dove prende prende.
Da quel male non ci si difende.
- Tutto dipende dalla buona sorte.
- Certo che di guai ne han passati
in famiglia.
- Davvero. Sembrano abbonati al cimitero.
- Prima il nonno e poi la sorella
a distanza d'un mese, anche quella
un tumore trascurato.
- Dove?
- Alla mammella.
- Alla mammella non si muore più.
- Non si muore se lo prendi in tempo.
Almeno una volta all'anno
bisogna fare la mammografia.
- E poi non basta, pensi, cara mia
che la sorella del mio primo marito
la faceva ogni anno e poi è morta
sotto il tram: le è caduta la sporta
istintivamente si è chinata...
è proprio in quel momento che è arrivato
il 28 sbarrato.
- Io di 28 mi sono sposata.
- Un altro tipo di sbarramento.
- Come ha detto? Non ho mica capito...
- Dicevo... sono i casi della vita.
Se è destino non c'è niente da fare
anche i pesci possono annegare.
- Certo che a cinquant'anni non è giusto.
- Perché, a sessanta si? Si può ben dire
che nella vita non è giusto morire.
- Ma anche stare al mondo... oggigiorno
dica lei, basta guardarsi intorno.
- In ogni caso meglio star di qua
io non ci credo mica all'aldilà.
- Se è per questo non ci credo neanch'io
però ogni tanto, sia come sia
se mi ricordo dico un'Ave Maria.
- Certo per chi ha la fede è una fortuna.
- Però, mio figlio che va alla dottrina
dice che il prete dice che bisogna
una volta all'anno
almeno confessarsi
e almeno a Pasqua, poi, comunicarsi.
- Una volta all'anno?
- Almeno.
- Neanche tanto,
cosa vuole che sia.
E' come fare la mammografia
all'anima.
Terzo Episodio
UOMO NUOVO E HOMO SAPIENS
Il padre si stacca dal Coro ed entra. Avanza fino al lettino.
IL PADRE - Io non ero d'accordo di prendere una casa con le travi a vista perché le rosicchiano i tarli ma tua madre ci teneva tanto, aveva un gusto estetico che tirava all'antico, cosa vuoi che potesse immaginare. Beh, se mi volevi punire con quella sceneggiata macabra ti dò una cattiva notizia, non ci sei riuscito. Tanto per cominciare è stata la portinaia a trovarti lì che penzolavi e il riconoscimento l'ha fatto tua cugina Milena che quando c'è una disgrazia corre subito in prima fila. Sembrava la scena di un mio romanzo, ti ricordi “Campane a martello”? Ti era piaciuto, l'hai letto due volte e quando fecero il film con quell'attrice tedesca dicevi che era una stronzata, che mi avevano tradito. Allora ero un mito per te, mi guardavi con orgoglio. (Cava di tasca un pacchetto di sigarette, ne mette una in bocca, sta per accenderla ma ha uno scrupolo e la rimette nel pacchetto) Non sapevi ancora che tuo padre gliel'aveva data su da un pezzo con l'arte e con la gloria e scriveva solo per i soldi. Chissà se avevo talento. Boh. Tu dici che avevo talento? Comunque sia mi son fatto convincere alla svelta, si, non ho opposto la minima resistenza, anche questa è una forma di talento, mi piacevano le scarpe inglesi e le cravatte regimental. Alle dieci gioco a tennis, faccio un doppio con i due Majollo e con Carlo Barbini, ti ricordi Carlo Barbini? Quello che dicevi che sembrava uno struzzo con la racchetta, col collo lungo, la pancetta e le gambette magre, mi ricordo ancora quella volta che l'hai battuto. Che gusto! Non l'ha mai mandata giù, perdere da un ragazzino gli rodeva il culo, diceva che aveva mal di testa, tsè, aveva mal di testa... Scusa se non alzo il lenzuolo ma non mi va, tanto lo so cosa c’è sotto. (Riprende la sigaretta ma la tiene in mano senza accenderla) Senti, mi dispiace, non sarò stato un buon padre ma tu come figlio sei stato proprio un pezzo di merda, lascia che te lo dica, con tutta quella gioventù che ti usciva dagli occhi senza che mai ti fermassi a riflettere su quel che facevamo io e tua madre, mai a farci un pensiero su, c'eri soltanto tu a sputare nel piatto dalla mattina alla sera. Che bel disprezzo ti eri costruito! Se voglio ricordare un tuo sorriso devo guardare le foto di quand'eri piccolo. E' proprio vero che la giovinezza è bella quando non c'è più. Ma sono stato giovane anch'io e non ho fatto nessuna tragedia, ho solo aspettato che passasse. Alla tua età ci sono molti vantaggi. Si hanno ancora tutti i capelli, il cazzo si drizza ogni cinque minuti e i denti sono sani anche se tu hai rotto le palle per un anno con la tua cariettina. In quanto alle ingiustizie del mondo ci sono sempre state e non c'è rivoluzione che possa eliminarle perché il male è nell'uomo, in quelle brutte bestie incarognite che siamo noi, adesso che sei freddo l'avrai capito. Ma quand'eri caldo dov'è che guardavi? Non le vedevi le facce di quelli che urlavano insieme a te nei cortei? Credi davvero che volessero un mondo più giusto? Ne ho conosciuti tanti così, nel '68, li ho visti da vicino, mi viene da ridere. Povero Ho-ci-min. Vuoi saperlo perché sfasciavi le vetrine e bruciavi i cassonetti? Perché i problemi di fondo è più comodo affrontarli di sghimbescio e lo sghimbescio è il cassonetto che brucia. Sissignore, con la sua fiammata ipocrita e furbetta incendia il presente e sposta la verità un po' più in là... al mese venturo, all'anno venturo, alla vita ventura. E' un piccolo big-bang-fai-da-te col quale tenti di rigenerare il tuo sfigatissimo universo personale, altro che. Meno male che tua madre è morta prima, mi sembra di sentire le sue urla, si sarebbe impiccata anche lei a quella trave. Qualche volta il cancro è misericordioso. (Prende dal pacchetto una sigaretta e l’accende) Non credere poi di essere stato originale, non sei mica il primo che si ammazza dopo una delusione politica. Prendi Majakovskij, anche se c’è chi dice che si è sparato per una donna ma a me non me la raccontano. Uno come lui? Fa la rivoluzione proletaria, rovescia il mondo e poi si uccide per amore, come un qualsiasi poeta decadente del cazzo? Io dico che s’è ammazzato perché le rivoluzioni son belle fino al giorno prima. Ma il giorno dopo, mentre sei lì che cerchi di costruire l’uomo nuovo da sotto al letto sbuca fuori l’homo sapiens che ti frega l’orologio e il sol dell’avvenire. Però è vero che tante volte anche l'uomo più grande lascia sulla sua bandiera piccole tracce di sperma. Insomma, come dicono gli idealisti è tutta una sfiga da qualunque parte la giri. (Getta a terra la sigaretta e la spegne col piede) Fammi sentire che effetto fa posare la mano sulla fronte di un figlio morto. (Infila la mano sotto il lenzuolo e prende un respiro) Se hai qualcosa da farmi capire, questo è il momento. In questo momento posso capire qualunque cosa, però sbrigati perché passa in fretta. (Chiude gli occhi) C'erano molte margherite nei prati quand'eri bambino. Vuoi che parliamo del cielo azzurro con le scie degli aerei supersonici che tu ammiravi stupefatto? Si, c'è stata qualche domenica gentile nel nostro passato, qualche allegria di compleanno durata una mezz'oretta, il tempo di scartare i regali; qualche ciottolo raccolto sulla spiaggia che in quel momento ci sembrava così bello e il giorno dopo era solo un banalissimo sasso. Piangesti a lungo per quella puntura d'ape, ci mettemmo il ghiaccio ma tu continuavi a piangere e dicevi la vespa la vespa e tua madre ma no, era un'ape... sentiva il bisogno di precisare. Disegnavi così bene, ecco, questo si, disegnavi benissimo e quando a sedici anni dicesti farò il pittore io fui contento, tua madre un po' meno, la sera a letto diceva i pittori patiscono la fame. (Apre gli occhi) Non aveva tutti i torti, il mondo non sa che farsene degli artisti quando sono vivi. Gli artisti sono un bene incurabile nel corpo sano della merda. Devono morire perché la merda trionfi e le classi non c'entrano. Siamo naturalmente portati al male e quando l'hai capito non ce l'hai più fatta. Proprio come Majakovskij. Anime nobili. Anime inutili e un po' storte, che mandate al macero voi stesse e quelle dei pochi che vi capiscono. (Toglie la mano da sotto il lenzuolo, la guarda) Che beffa, eh? Tutti schiavi del caos, uomini e cammelli. E tutti, ricchi e poveracci, non passeremo mai per quella cruna. Caro mio, urlare e bestemmiare è troppo facile, l'assenza del cielo te la devi conquistare e costa più fatica che conquistare Cuba. Io ci ho messo cinquant'anni, beh, almeno questo l'ho fatto. Sai, si sta bene con una spugna al posto del cuore. Accettarsi con tutte le porcherie dell'anima è una fatica che nemmeno Ercole avrebbe sopportato. (Guarda l'orologio) Vado, sennò al Club non ci arrivo più perché dalle nove circolano le targhe pari e io ce l'ho dispari. Si, ho cambiato macchina. Mi sono sparato un suv da ottantamila euro, tanto a chi li lascio i miei diritti d'autore? Grazie alla stronzata che hai fatto sono senza eredi. Lo sai che sono entrato in classifica fra i narratori italiani? L'altra settimana ero quinto, adesso sono terzo. Davanti a me ci sono un comico della TV e un centrocampista della Nazionale. Magari i miei diritti li lascio all'obitorio, che cambino le piastrelle. Ormai ce n'è di quelle bellissime, le fanno gli stilisti. Anche la carta igienica la fanno gli stilisti. Fra un po’ faranno anche la bava alla bocca. E anche il sangue, non più di quel rosso esagerato. Lo faranno rosé, un po' meno scollato e più stretto in vita. Vado. Barbini è uno che litiga sempre. Fuori! No, dentro. No, fuori! No, dentro, c’è il segno! Quale segno? Qui, sulla linea! Non c'è nessun segno! Non c’è nessuna linea!... E’ vero. Nessun segno, nessuna linea. Ma cosa parlo a fare? Tanto lo so che non mi ascolti. Non ci vedremo mai più, né come anime né come qualsiasi altra balla inventata dai preti o dai filosofi. Chiuso. Dura quel che dura. Tu l'hai fatta breve. Mi dispiace. Avevi un bel rovescio. (Si gira e si unisce agli altri con passo spedito).
Terzo Intermezzo
CORO - Seduto sul Boeing che plana
guardando dall’alto la città
per caso hai notato
che nei palazzi d’oggi
non ci sono i comignoli? Vuol dire
che più non si attendono
fumate bianche. Per secoli
intorno al fuoco l’uomo
si è raccontato, facendo
mito di sé. Erano Dei
ed Eroi, erano Pollicini
e Cenerentole, eran chimere
e centauri. Oggi
si è interrotto il filo
di quel racconto e nel camino
cova sotto la cenere
il ghiaccio.Ora puoi vederlo dal basso
il gran finale: come
nell’eterno ammasso
di un ossario
teschi e tibie miscugliano, così
miscugliano le anime
e le voci del tempo
che ansima, spolpate
in un frantoio che trabocca
di anni luce e di lacrime
nella presunta e tacita innocenza
del cosmo.E tu ragazzo di commedia,
che risuoli i sandali di Aristofane
tienilo a mente quando picchi
sui tasti e butti giù battute
un po’ volgari un po’ raffinate
per il pubblico d’oggi raffinato
e un po’ volgare: ogni istante
che scocca nel mondo, per nutrire
questa follia che siamo
viene distrutto un regno.
Si macellano a milioni
mansueti animali
per il crudo bisogno
della pancia, mai domo, che consente
di riprodurre il male fatto uomo.Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo macellati insieme a loro
per giustizia civile e per decoro.
Quarto Episodio
PORCO DEL DUEMILA
La figlia si stacca dal Coro ed entra. Si ferma per un istante guardando il lettino. Poi distoglie lo sguardo, avanza e parla cambiando spesso la direzione dello sguardo: a destra, a sinistra, in alto, in basso e dietro di sé: mai verso il lettino. Dalla sua bocca esce un flusso continuo di parole con rari silenzi. In certi momenti potrebbe piangere parlando.
LA FIGLIA - Mi rifiuto di guardare lì guardo da un'altra parte perché tu non sei lì tu sei dove voglio io un po' di qua e un po' di là come quando andavamo in giro a guardare le vetrine e non sembravamo madre e figlia sembravamo due amiche in confidenza che passeggiano su e giù facendo le spiritose dicevi che erano gli unici momenti belli della tua vita avrei dovuto telefonarti più spesso e passeggiare di più con te e non darti retta quando dicevi che le cose andavano meglio con quel figlio di puttana che Dio lo maledica ci ha rovinato la vita a tutte e due spero di trovarlo io prima che lo trovi la polizia perché questa è la volta buona che l'ammazzo avremmo dovuto ammazzarlo insieme prima che ammazzasse te dicono con un foulard magari quello che ti ho regalato io ma come si fa a uccidere una donna come te così piccolina con le scarpine come un uccellino eri tutta una piuma come un colibrì e pensare che una volta mi hai chiesto perdono per avermi messa al mondo e così mi hai dato una ragione in più per abortire del resto ero incinta di mio padre che orrore che orrore che orrore Godzilla ti prego torna sulla terra e schiaccialo come un verme così la tua zampona sarà venerata sugli altari come il piede della Madonna che schiaccia il serpente
la cosa bella mamma è che non possediamo nulla e quindi non provocheremo altre disgrazie come capita ai ricchi quando muore il nonno e figli e nipoti s'ammazzano per il bottino ho pensato mentalmente a quel che mi lasci ma a parte il fatto che non abbiamo le stesse misure io non voglio tener niente sai gonne camicette via via bruciare tutto perché tutto quel po' che hai è stato toccato da lui quando ti picchiava o ti prendeva con la violenza come un buttafuori ubriaco tutto contaminato dalle sue mani e io brucerò tutto e se la casa fosse nostra brucerei anche quella con tutto il suo dolore chiuso dentro con le pareti piene di quadri storti come una Via Crucis ribaltata dal diavolo con l’ultima stazione che era la mia verginità che lui si è bevuto quando avevo quattordici anni mentre la prima era la tua maternità posso dire oscena visto che bestemmiava quando aveva l'orgasmo
e così sono nata io non a Nazareth ma direttamente sul Golgota quelle due ossa incrociate sotto il teschio sono le mie sono sicura farò la prova del DNA l'unica cosa che voglio conservare sono le mie bambole che tu hai custodito mentre io ero dentro e così sono diventate un po' anche le tue bambole del resto me le avevi regalate tu che sapevi che le adoravo soprattutto quelle vecchiotte soprattutto quelle di panno lenci mentre invece detestavo la Barbie quella bambola puttana che insegna alle bambine del mondo come diventare puttane anche loro
però stare in gattabuia non è così grave ho ripreso a studiare e un anno passa in fretta e mi è servito per riflettere su tante cose le mie compagne di cella sono state gentili erano tutte più grandi di me mi facevano un po' da zie e un po' da cugine e spesso si rideva sai è il mio carattere io faccio ridere perché sono abbastanza buffa anche se a essere la ragazza di uno spacciatore fai la figura della scema tutte dicevano ma chi te l'ha fatto fare di nascondergli la roba ma io mi ero innamorata... e così ho pensato almeno il liceo lo voglio finire e quindi ho chiesto dei libri alla Direzione del carcere
ma lo sai che non me l'immaginavo che un vocabolario potesse essere così interessante quasi più che leggere un romanzo perché anche il vocabolario ha una sua trama che va per mille sentieri con mille sorprese pugnare vuol dire combattere voce dotta dal latino pugna e pugnale si chiama così perché si tiene in pugno mentre invece veleno viene da Venere e vuol dire filtro amatorio ma ogni tanto nella notte fra una parola e l'altra c'è anche un grido o uno sparo perché il thriller non l'hanno mica inventato gli scrittori o i registi del cinema, l'hanno inventato i vocabolari uniti del mondo che con tutti i loro aggettivi e sostantivi complicativi e nomi e pronomi clandestini che piovono giù dal greco dal latino dall'arabo e da chissà dove se li sai leggere t'insegnano cos'è questa vita di colore nel senso di bastarda meticcia però bella e così vedi che grazie al carcere sono diventata anch'io come quelle stronzette intellettuali che ci facevano vomitare nei dibattiti alla TV o quando rispondevano alle domande di Marzullo mi ricordo la prima volta che l'hai visto che alla fine hai detto quello lì la materia grigia l'ha adoperata tutta per farsi lo shampoo mamma eri un genio quella merda di mio padre non andrà lontano ormai gli danno la caccia in tutta Italia è fuggito col furgone della ditta quel cretino perché è anche cretino l'hanno visto almeno in cinquanta oltre tutto non ha amici è sempre stato sul cazzo a tutti dove vuoi che vada lo beccheranno in campagna mentre caga sotto un albero speriamo che non s'impicchi come Giuda sarebbe troppo comodo dieci ergastoli si deve fare
a parte questo far la commessa mi va benissimo anche se il padrone tutte le sere mi controlla che non metta in tasca qualcosa una che è stata dentro deve accettare anche questo ma finirà finirà ne sono sicura io sono di un'altra pasta mamma mi hai fatta coi controcazzi io tengo duro io ce la faccio mamma io pugno col pugnale fra i denti te lo prometto lo giuro qui quest'oggi con te che sei chissà dove ma è come se fossi qui in carne e ossa e chissà se mi ascolti io ci penso spesso a quel che succede dopo
lasciamo stare la Fede chissà qual'è il Dio giusto se sta di sopra di sotto o se ce l'abbiamo dentro in qualche venuzza dei piedi ma dare uno scopo a quella briciolina che siamo non è poi un pensiero da buttar via anche se darsi un senso è un po' come cercare di acchiappare al volo una farfalla se si posa forse ce la fai ma se vola a zigzag come fanno loro è dura durissima anzi impossibile prenderla con le mani però io ci provo perché provarci è bello sento che è bello sento che mi piace e se un giorno avrò un figlio gli insegnerò che provarci è bello e forse una mattina mentre apro la posta sarà la farfalla a volare sulla mia mano dov'è che l'avevo letto che lo zigzag è una variante fantastica della linea retta in ogni caso mai mollare questo l'ho capito mai mollare è questo il modo migliore per diventare migliori
ho pensato che ti metto nella terra è il posto più adatto per chi ha camminato tanto e poi un loculo costa un casino i cimiteri sono posti per ricchi ti metto nella terra così piano piano diventerai un ciclamino e poi un biancospino poi una quercia o un pino e poi una collina poi una montagna bianca di neve e io ci verrò a fare le passeggiate e darò un nome ai tuoi sentieri e anche ai tuoi sassi sasso della mamma che ride prato della mamma che lava i piatti sorgente della mamma che mi stira la gonna picco della mamma che mi fa la predica lago della mamma che piange e un giorno d'inverno se mi dai una mano facciamo una valanga e con quella seppelliamo tuo marito mi rifiuto di chiamarlo mio padre lo seppelliamo con un cartello al collo PORCO DEL DUEMILA così fra cinquemila anni lo troveranno intatto nei ghiacci e su tutti i libri di scienza ci sarà la sua foto con la scritta PORCO DEL DUEMILA e i bambini si ricorderanno per tutta la vita la faccia di quel porco che hanno studiato a scuola e diranno com’eran brutti i porci del duemila mentre noi saremo già diventate polline ape miele di castagno saremo noi quel venticello che muove le foglie del ciliegio e i merli beccheranno ancora le ciliegie come hanno sempre fatto per milioni di anni facendo arrabbiare il contadino e seminando noccioli dappertutto così che nascessero nuovi ciliegi dappertutto ecco mamma per esempio non mi dispiacerebbe diventare uno di quei merli. (Finalmente, per un solo istante, guarda il lettino. Poi si volta e correndo raggiunge gli altri).
Quarto Intermezzo
CORO - Un tombino costa
ottocentoventi euro
più ottanta
se ci vuole il lumino.
Fa quindi novecento
più IVA.
- Con la lapide?
- No, per la lapide
si rivolga al marmista
se vuole le dò la lista.
- Grazie. Qui vicino
forse ce n’è uno?
- Ce n’è tanti. C’è Bigi,
Rovatti, c’è Gambino...
- Quello che costa meno.
- Forse Frollo. Si, lavora bene
e non se ne approfitta
è una vecchia ditta.
- Signor Frollo, cosa mi consiglia?
Era un prozio, sempre di famiglia
ma un po’ lontano.
- Le consiglio il marmo di Verona,
quello rosso, che costa un po’ meno
e dà un po’ di tono
al loculo. - E quanto fa?
- Sarebbe cinquecento, diciamo.
Ma se non serve la fattura
con quattrocentoventi ci aggiustiamo.
- E la scritta?
- Ce n’è diverse, il catalogo è questo.
- No, mi consigli lei, facciamo presto.
- C’è quella in gotico dorato
che dà un bel risultato.
E di lato mettiamo un vasettino?
Ci sta un fiorellino.
- Si, va bene.
- E la croce la vuole?
- Lui mica ci credeva
ogni cinque parole bestemmiava.
- Dicevo per rispetto. Sa... i parenti.
- Ha ragione, la metta. Sono tanti.
- Come si chiamava suo zio?
- Prozio.
- Mi scusi. Mi scriva il suo nome.
In stampatello, per favore.
Sa, ci vuol niente a sbagliare...
e il marmo costa.
- Aveva un nome, manco a farlo apposta
difficile: Storazio, come Orazio
con esseti davanti
non si è mai saputo
questo nome dove l’abbian scovato.
- Lo dice a me? Di nomi a capocchia
io ne ho scolpiti tanti: due Carlocchia
un Frigidino, un Pìrpino, una Specchia
e due Specchio, una Romola, una Rema
un Pochettino e anche una Blasfema
figlia di un anarchico a Carrara
che a vent’anni poi si fece suora.
- Ci vorrà molto?
- Venti giorni almeno
appena pronta gliela posiziono.
- A chi lo intesto? Ditta Frollo va bene?
- Se per lei non fa differenza
se lo intesti a se stesso
e poi lo gira.
- E’ ormai un’usanza...
- Per risparmiare un po’, lo fanno tutti
gente onesta, mica farabutti.
Solo per le tasse, creda, nel mio caso
dovrei scolpire trenta lapidi al mese.
Con noi lo Stato è molto severo
non si evade qui al cimitero.
Quinto Episodio
BARABBA
Il barbone si stacca dal Coro ed entra. Ha una sportina di plastica gonfia di cose. La posa a terra e si avvicina al letto. Ogni tanto si gira a guardare la sportina, come temendo che gliela rubino.
IL BARBONE - Ohè, Barabba, sono Zecca. Qui si che si sta tranquilli, eh? Al posto di un cartone di merda ti hanno messo un lenzuolo di bucato. Fa’ vedere se ti hanno messo anche le scarpe. (Solleva il lenzuolo dalla parte dei piedi) A piedi nudi nel parco. Però te li hanno lavati, guarda che belli puliti. Devono aver usato l’acquaragia, per i miei ci vorrà l’acido muriatico. (Ride) Ohè, tutta la barboneria è in lutto, tu eri Barabba, mica uno qualsiasi. Ma lo sai che non era previsto il funerale a spese del Comune? Macché, noi morti barboni ci portano diretti all’inceneritore, ma noi abbiamo protestato perché Barabba dev’essere sepolto con tutti gli onori e Bingo farà un discorso e un pezzo di terra ce lo devono dare sennò facciamo casino. (Grida) Facciamo casino, eh? Si scopron le tombe si levano i morti e le lapidi le portiamo tutte nell’ufficio del Sindaco. (Grida) Chiaro? Chiaro? Chiaro. Noi siamo il sale della terra, l’ha detto anche Cristo che Barabba l’ha conosciuto in un brutto momento sennò magari diventavano amici. Ti dirò di più, noi vogliamo un monumento. Il monumento al barbone, figura mitica della modernità con le pezze al culo. Dev’essere di bronzo in piedi come un vero eroe e per terra un tappeto di dollari, sterline, euro, rubli, yen e lingotti d’oro, tutto il Bengodi del potere merdoso e lui lo calpesta perché gli fa schifo e guarda l’orizzonte facendo toh! (Fa il gesto dell’ombrello) E il suo vestito è pieno di cimici di bronzo grosse così e in testa ha un piccione di bronzo con la merda artistica di bronzo che gli cola giù, così glielo mettiamo in culo ai piccioni veri che cagano sui monumenti, perché sul nostro il piccione che caga c’è già, ce lo siamo scolpito da soli e loro vadano a cagare sulla testa di Vittorio Emanuele primo secondo terzo Carlo Alberto Filippo Umberto Emanuele Filiberto, noi siamo autonomi e indipendenti in tutto, com’è sempre stato in saecula saeculorum sin dai tempi di Giulio Kaiser. Io me lo sono immaginato il corteo funerario di Barabba che passa per le strade del centro con le vetrine a lutto e le saracinesche abbassate... le vecchie che si segnano nei portoni... tu sei disteso sul carretto del pesce che è trainato da trentasei barboncini randagi, dài che è bello, dimmi che ti piace, le donne alle finestre gettano fiori e scatolette di tonno e la banda dei carabinieri suona l’Inno di Novaro, che sarebbe poi l’Inno di Mameli il quale però ha scritto solo le parole e io non ho mai capito perché si chiama di Mameli anche quando suonano solo la musica visto che la musica l’ha scritta Novaro, ecco un bel mistero patriottico, Michele Novaro il musicista ignoto, anche lui un barbone della storia, ma noi lo riscattiamo. (Canta le note dell’Inno) Parapan - parapan - parapan pan pan pan pan! Ohè, siamo in Eurovision, eh? Sono presenti tutti i barboni d’Europa, chi col turbante chi col colbacco chi ha fatto quattro nodi al fazzoletto, coi cartelli a pennarello LONDRA BERLINO ISTAMBUL VIBO VALENTIA, arrivati con ogni mezzo, autostop, camionstop, tutti stivati nella pancia delle navi e dei traghetti, qualcuno anche a piedi. Uno sventolio di sacchetti di plastica, le nostre bandiere che han fatto mille guerre! W Barabba! E parla Bingo. “Barabba non c’è più ma noi ci siamo! Dove c’è un fiume c’è un ponte, dove c’è una ferrovia c’è un cavalcavia, noi siamo i senza ombrello che hanno detto no! Noi rifiutiamo lo specchio ma voi specchiatevi in noi e vi vedrete più belli!”. E le donne alla finestra applaudono e buttano giù altre scatolette! E qualcuna butta giù se stessa e noi la prendiamo al volo! Alè! E si canta e si balla fino al cimitero e la polizia balla con noi e c’è un poliziotto che si toglie la divisa e si fa barbone e in pochi minuti gli è già cresciuta la barba è già pieno di pulci e tutti cantano e gettano manciate di terra e alla fine si chiudono i cancelli e ognuno col cuore felice torna a barbonare per il mondo su per Mosca, per Lisbona, per Parigi, Oslo, Varsavia, Bratislava, Portogruaro. Dì, Barabba, ti piace un funerale così? Ma qual’era il tuo vero nome? E che vita facevi, prima? Non ce l’hai mai detto. Io in tanti anni ho conosciuto un barbone ingegnere, tre barboni architetti, otto medici barboni di cui sette ginecologi, una pedicure, un prete spretato, un ex Presidente del Consiglio e un ex Consigliere del Presidente, quattro veline barboncine, due cartomanti svizzere, trentasette filosofi, dodici avvocati, un palombaro di Goletta Verde, un regista d'avanguardia, due terzini del Bologna, un fantino del trotto, quattro del galoppo e circa ottocento pittori di cui cinquecentoventisei transavanguardisti, trecentoventotto informali, centosessantasette naïves laureati alla Bocconi, un figurativo che voleva sempre suicidarsi, due situazionisti che ogni cinque minuti chiedevano “dove siamo?” e molti neobarocchi, neoastrattisti, neoimpressionisti, neocubisti, neofuturisti, neoneoclassici, neofauves, neopop, neoclip, neoblog, neomortidifame. Ma tu? Chi eri? Noi della barboneria non facciamo mai domande indiscrete ma un po’ alla volta anche senza volerlo qualcosa si viene a sapere. Ma di te niente. Però eri un gigante, avevi la stoffa del leader. Non dimenticherò mai quella volta sotto il cavalcavia dell’autostrada dopo aver acceso il falò: “Con noi non si scherza! Noi non ci faremo vaccinare!”. Cazzo, che battimani! E che colpi di tosse! Applaudivano anche le pantegane! E Bingo dal parapetto: “Oh, capitano, mio capitano!”... Grande Barabba! Pustole, scabbia e cimici. Bei tempi. Sono contento di averti conosciuto. Sono contento di aver scelto la barboneria, com’è che la chiamavi, tu... “la crème della merda inquieta”. E non è stato mica facile. Avevo diciannove anni. Era martedì. Di colpo ho scoperto la mia vera vocazione. E’ stato grazie a un cassonetto ribaltato coi suoi sacchetti sparpagliati al sole. Sembrava che dicesse lascia tutto e seguimi. E’ così che ho preso i voti. Il mio primo cartone è stato di lavastoviglie, morbido come un cachemire. Ero felice perché finalmente avevo risposte per tutte le domande. Il mondo? Ruota, nelle sue orbite tutte da discutere. La conoscenza? Se hai spezzato il pane hai conosciuto tutto. La letteratura? Quando hai letto Pinocchio hai letto tutto. La morte? Nessuno muore meglio di un barbone. (Declama) “Come un vecchio leone si allontanò dal suo branco e si accucciò sui gradini guardando il cielo che per una volta non gli piovve addosso con tutte le sue Bibbie e i suoi Vangeli, le sue leggi e le sue minacce.” Un barbone non si chiede chi siamo e nemmeno da dove veniamo e dove andiamo. Un barbone “è”. In sintonia con l’universo che “è”. In pace col nulla che viene, felice di non avere ucciso. E chiude gli occhi sdraiato su una panchina o abbracciato a un pioppo giovane o a un’insegna stradale arrugginita che indica Pegola di Malalbergo 3 km. Evviva. Adesso mi tolgo dai coglioni sennò finisce che te li rompo anche da morto. Però voglio salutarti bene, voglio guardarti negli occhi anche se te li hanno chiusi di sicuro perché un morto con gli occhi aperti fa scappare il chierichetto. Ma io sai cosa faccio? Te li riapro. Perché noi non ci fregano, noi facciamo quel che ci pare secondo la regola del “così è”. Te li riapro e per l’ultima volta ti guardo negli occhi come ci sappiamo guardare solo fra di noi, da barbone a barbone. (Solleva il lenzuolo dalla parte della testa) Ohè, ma tu non sei Barabba. Chi cazzo sei? Questo non è il mio cadavere. (Riabbassa il lenzuolo e urla) Figli di puttana, mi hanno imbrogliato! (Va sulla soglia e urla ancora) Dov’è Barabba? Dove l’avete messo? C’è nessuno, qui? C’è nessuno vivo? (Torna al lettino) L’han già buttato nell’inceneritore. Ma lui non voleva esser cenere. Lui si era promesso al verme maggiore e a tutti i suoi assessori. Ma tu chi sei? Annegato? Impiccato? (Solleva di nuovo il lenzuolo) Bel naso. Chissà di chi è questo corpo che era. E’ buio, eh? Un bel buio. Cazzo, che buio. (Abbassa il lenzuolo) Eh, si, c’è un tempo ma dopo è chiuso. Caro signor morto... c’è un tempo che al massimo si allunga un po’, come quando dici cos’è quella lucina là in fondo... hai presente Geppetto nel ventre del pescecane? Ma dopo, clic! E poi... manca solo che si ricomincia! (Ride) Meglio nel buio e più in basso che si può. Perché sotto l’erba ci sono le radici, sotto le radici ci sono le città sepolte e sotto le città sepolte, proprio in fondo in fondo, ci sono le conchiglie di quando siamo nati. Meglio là in fondo, dove un tempo c’era il mare. (Afferra il sacchetto e ridendo raggiunge gli altri).
Epilogo
CORO - Molto dolore è meglio
di poco amorenella nebbia del tempo si perdono
torti e lusinghe, hai calcolatoquante paia di scarpe
si consumano in una vitae quante volte hai detto arrivederci
hai solcato con fatica la duracrosta terrestre nei tuoi viaggi
hai visto il mare e i vulcanie oasi che sembravano miraggi
conosci il sapore dell’acquati basta un sorso alla fontana
per distinguere Roma da Madridi petali del geranio a Parigi
sono ovali, a Vienna rotondile nuvole invece sono uguali, in chiesa
gli uomini si levano il cappelloe le donne se lo mettono, così
una coppia di fedeli può viverefelice con un cappello solo
sai che i bambini fan chiassodappertutto, sia che usino
le mani o la forchetta e saiche molti di loro, da uomini
commetteranno crimini e questoè tutto quello che hai capito
e messo da parte nel tuo saccoquanto all’indifferenza, ti ha ferito
più delle tante lame, il tuo sanguelo hai versato per lei
ricordati quando escidi spegnere la luce, non sai
quando tornerai e le bollette costanonon metterle in carico ai tuoi figli
fa in modo che la tua vita somiglia quelle poche cose virtuose
robuste e liete che hai immaginatosenza trovarle mai e non temere il fuoco
datti alle fiamme se ti vuoi salvaremolto dolore è meglio
di poco amore.
FINE
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